Tuesday, December 10, 2019
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Generazione Ilas: Intervista a Giuseppe Mascia

Da Castellammare di Stabia, passando per Londra e infine Milano. La "casa" di Giuseppe Mascia "è il posto in cui si sta bene, anche a 10.000 km di distanza da dove sei nato." Allora viaggiamo

Giuseppe Mascia è nato nel 1982 a Castellammare di Stabia, vicino al mare. Forse per questo ama viaggiare, esplorare, scoprire cose nuove. Come ci ha confidato, a differenza di tante persone della sua terra, non è mai stato legato al territorio, a quelli che molti chiamano “casa”.  Per Giuseppe Mascia casa è il posto in cui si sta bene, anche a 10.000 km di distanza da dove si nasce. Il primo taglio l’ha dato a 13 anni, decidendo di iscriversi ad un liceo a 15km di distanza da dove abitava. Nel suo piccolo, già allora, aveva voglia di altro, di non percorrere sempre la stessa strada, di non vedere sempre le stesse persone, di immergersi in una realtà sconosciuta. La formazione classica ha influito parecchio sulla sua personalità. Ha amplificato la sua voglia di conoscere, di fare domande, di mettersi in discussione. A 19 anni ha iniziato a lavorare come designer, era il 2001. Parallelamente al lavoro portava avanti i suoi studi in comunicazione, laureandosi nel 2006 con una tesi sull’industrial design dei prodotti Apple. Lo stesso anno si è iscritto al corso di fotografia pubblicitaria della Ilas, tenuto da Ugo Pons Salabelle. La sua vita lavorativa dalla Ilas in poi ce la descrive così: “A differenza di quello che mi aspettavo, il corso di fotografia alla Ilas è stato molto più di un corso tecnico. È stato entrare in sintonia con un professionista assoluto (Ugo Pons Salabelle), la cui sensibilità artistica mi generava un’ispirazione senza precedenti. Ricordo che alla prima lezione ci parlò di Caravaggio e di Beato Angelico, definendoli due fotografi ante litteram. Credo basti questo per dare un’idea dello spessore delle sue lezioni. Non ero intenzionato a diventare un fotografo e infatti non lo sono diventato. Come accennato prima, lavoravo già come designer. Volevo aumentare il mio bagaglio di conoscenze tecniche, volevo essere in grado di poter guidare un fotografo in uno scatto, sapendo di cosa stessi parlando. Le mie aspettative vennero superate ampiamente. Quell’esperienza mi aprì ancora di più la mente, mi rese ancora più curioso. Alla fine del corso decisi di partire per Londra. Dal 2007 al 2010 andai a lavorare alla Minale Tattersfield, sotto la direzione creativa di Marcello Minale. Il percorso fatto con Ugo Pons Salabelle fu preziosissimo per farmi valere in terra inglese. Dopo quei tre anni decisi di rientrare a Milano, dove sono tuttora. Qui ho iniziato la mia esperienza come Design Director, girando diverse agenzie internazionali come Lumen, Interbrand e Cba, di cui oggi sono Design Lead.

 

L'Intervista

(Urania Casciello) Come ti descriveresti?

 

(Giuseppe Mascia) In un solo aggettivo, curioso. Se invece la lista può essere più lunga direi determinato, lunatico e incontentabile. Un incubo, insomma, per chi deve lavorare sotto la mia direzione 🙂

 

Hai sempre saputo di voler fare il fotografo?

 

No, come ti dicevo prima non volevo fare il fotografo, ma ho sempre saputo di voler lavorare con la comunicazione visiva.

 

Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?

 

Avendo frequentato il corso di fotografia pubblicitaria posso dire di aver appreso molto di più di semplici nozioni tecniche. Ugo Pons Salabelle è stata ed è una figura di riferimento per la mia formazione professionale. È una persona che va oltre lo strumento, che ti spinge a farti domande, a metterti in discussione. Non credo di aver mai incontrato un professionista di pari capacità tecnica e sensibilità artistica unite insieme.

 

Qual è la sfida più grande (lavorativa) che hai dovuto affrontare fino ad oggi? C’è qualche aneddoto?

 

Ce ne sono diverse. La prima fu con un cliente locale che produceva vernici, avrò avuto 20 anni. Lavoravo al packaging di un prodotto per esterni, su cui era raffigurato un cancello. Il suo feedback fu che voleva un “cancello più cancello”. Ancora oggi non so bene cosa avesse in mente di preciso 🙂 ma in qualche modo riuscii ad accontentarlo. La seconda fu quando partii per Londra. L’inglese lo avevo lasciato al ginnasio ed esprimere le mie idee non fu facile, soprattutto all’inizio. Per fortuna il design è una lingua internazionale e riuscii a farmi capire con quello. La terza è più recente, risale a qualche anno fa. Lavoravo al rebranding di TIM. Dopo aver vinto la gara e fatto già un mezzo milione di riunioni andammo a presentare al Presidente. Un’atmosfera surreale, stile fantozziano, mancava solo la poltrona in pelle umana. Una sala riunione immensa e una trentina di persone che aspettavano in religioso silenzio sua la venuta, stile messia. Una volta apparso, esordì dicendo che aveva solo 10 minuti a disposizione e quindi di fare presto. Diciamo che non erano proprio le premesse che ti mettevano più a tuo agio per iniziare la presentazione, ma alla fine andò bene.

 

Cosa ti affascina del mondo della fotografia?

 

Al di là di quello che si potrebbe pensare in maniera superficiale, quello che mi affascina della fotografia è che non è oggettiva, tutt’altro. Nel bene e nel male è la rappresentazione di quello che il fotografo vuole comunicare, è la messa in scena del suo punto di vista. La stessa situazione nello stesso momento, può raccontare storie completamente diverse, se ripresa da due fotografi diversi.

 

C’è un fotografo a cui ti ispiri?

 

Credo che il più grande fotografo di tutti i tempi sia Stanley Kubrick. Qualsiasi aggettivo per definirlo trovo sia riduttivo. Inquadratura, soggetto, luce, atmosfera. Non c’era un solo dettaglio lasciato al caso nelle sue opere, sia fotografiche che cinemafotografiche.

 

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

 

Quello che dico a tutti i miei stagisti, di non ascoltare mai chi non ce l’ha fatta, chi dice che è difficile, che siamo in troppi. Se credete davvero in una cosa dovete lottare per averla, con tutte le vostre forze, con tutta la vostra determinazione. Non dico sia facile, anzi, ma la differenza tra chi vuole davvero qualcosa e chi no sta tutta lì. E sviluppate un vostro senso critico, personale. Quello che siete potete esserlo solo voi. Non vi appiattite, non seguite i trend. Lavorate per trovare il vostro punto di vista.

 

Web e Social, forza o debolezza per il tuo lavoro?

 

Sicuramente una forza. La tecnologia permette di instaurare nuovi contatti, nuove opportunità e anche di apprendere tanto. L’altro lato della medaglia è che tanti si sentono fotografi solo perché hanno uno smartphone di ultima generazione con un profilo Instagram collegato. Personalmente però valuto la qualità di un lavoro senza guardare quanti like ha collezionato.

 

Qual è la fotografia che hai fatto che più ti rappresenta?

 

Non credo ci sia una fotografia in particolare che mi rappresenti. Non mi piacciono le etichette. Mi piace sperimentare sempre cose nuove. Fatta questa doverosa premessa, ho trovato questo scatto nel mio archivio che reputo ancora interessante. È stata scattata a Manhattan, nel 2011, ma potrebbe essere stata scattata anche nel 1980. Ci sono una serie di simboli forti. Il lustrascarpe è un nero di una certa età, in un distretto dove la maggior parte è costituita giovani bianchi estremamente ricchi. Senza nessun giudizio etico o morale. Mi piace semplicemente la testimonianza di uno status quo sociale che difficilmente può cambiare.

© Giuseppe Mascia

Se la fotografia fosse una ricetta, quale sarebbe?

 

Impossibile dirlo. Nella fotografia esiste una varietà così estesa che si potrebbe partire da un semplice panino per arrivare al piatto più raffinato di uno chef stellato. Quella che piace a me forse è equiparabile a del buon pesce cucinato appena pescato. Pochi ingredienti freschi, autentici, senza troppe sofisticazioni.

 

Hai la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori?

 

Tutta la vita a colori.

uraniacasciello@ilas.com

Scrivo. Da quando ho iniziato a scrivere sapevo che un giorno sarebbe stato il mio lavoro. Nel 2012 mi sono diplomata in Art Direction e Copywriting alla ILAS e ho frequentato il Master in Social Media e Web Marketing e il Corso Annuale in Fotografia Pubblicitaria. Scrivo per ILAS Magazine e ho collaborato con la scuola alla realizzazione di eventi come il Behance Portfolio Review al Pan di Napoli, l'ILAS Sonorized Exhibition e alcune mostre alla The Gallery Studio. I miei amori sparsi sono: i gatti, Parigi, Ernest Hemingway, la pizza, Batman, le gomme del ponte di Brooklyn, Labyrinth, Ritorno ad OZ, le maratone (di serie-tv e film) e David Bowie.

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