Friday, November 22, 2019
Home / Focus  / Generazione Ilas: Intervista a Giovanni Nicola Marotta

Generazione Ilas: Intervista a Giovanni Nicola Marotta

Da due anni ha iniziato un intenso percorso nell'ambito della fotografia musicale, che lo ha portato a cimentarsi anche nel video e nel montaggio video, anche se continua a considerarsi soltanto un fotografo.

Dopo un percorso da autodidatta iniziato nel mondo della pellicola, Giovanni Nicola Marotta ha frequentato il corso di fotografia pubblicitaria presso la Ilas. Ha lavorato in vari campi della fotografia: ritratti, pubblicità, reportage, cerimonie ed eventi istituzionali. Da due anni ha iniziato un intenso percorso nell’ambito della fotografia musicale, che lo ha portato a cimentarsi anche nel video e nel montaggio video, anche se continua a considerarsi soltanto un fotografo.

L'Intervista

(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente?

 

(Giovanni Nicola Marotta) Attualmente sto lavorando intensivamente nel mondo musicale, fotografie a concerti e interviste video a musicisti. Ma, in genere, mi piace diversificare la mia attività, è un modo di tenere lontano il peso dell’abitudine: che si tratti di pubblicità , ritratto o cerimonie, cerco sempre di conservare la mia identità. Poi ci sono dei cantieri fermi, progetti fotografici che, magari, prima o poi riprenderò.

 

Da dove viene la tua ispirazione? Segui un rituale per trovare idee creative?

 

Vivo l’ispirazione prevalentemente come un moto istintivo, che cerco di stimolare guardandomi intorno e attingendo, inevitabilmente, alla mia formazione, umana e culturale, non necessariamente a quella fotografica; più che seguire rituali, cerco di riservarmi uno spazio mentale libero.

 

Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?

 

Bellissimi, sia dal punto di vista formativo che personale. Ho imparato un approccio che ancora oggi, dopo anni, mi appartiene. Ho, inoltre, stretto legami grazie ai quali ho continuato a confrontarmi e crescere anche dopo il termine del corso e non solo su un livello professionale.

 

Hai sempre saputo di voler fare il fotografo?

 

No, c’è stato un momento in cui ho capito che fotografare era la cosa che mi riusciva e mi faceva stare meglio. Ma da quando l’ho saputo non sono più stato capace di immaginare o desiderare di essere altro.

 

Tra le tue foto c’è una foto che ti piace più di altre?

 

Esiste un legame, con alcune fotografie in particolare, che nasce nell’attimo dello scatto – ma talvolta anche prima – e che le rende differenti da tutte le altre. Ne scelgo una significativa in quanto segna il momento in cui ha iniziato a prendere corpo una certa idea che perseguivo della fotografia.

© Giovanni Nicola Marotta

Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare con un cliente?

 

“Mi piace un sacco quello che fai, ma vorrei che per me facessi qualcosa di diverso, di più classico”, che è un po’ come chiedere di parlare in un’altra lingua o di scegliere i sinonimi più abusati: a volte ci sono riuscito, altre meno. Ma, in generale, è una “sfida” e una necessità quotidiana, quella di piegare il proprio approccio e il proprio stile a necessità e situazioni disparate.

 

Cosa differenzia secondo te un fotografo da un altro? 

 

Il suo rapporto con la realtà che lo circonda, il modo di percepirla, ciò che ha bisogno di raccontare, il suo percorso umano. Scianna, con l’efficacia che lo contraddistingue, direbbe che “il mondo è lo specchio del fotografo”.

 

C’è qualcosa che ti non ti piace o che cambieresti del mondo della fotografia?

 

Con riferimento a chi si approccia a più livelli alla fotografia, mi piacerebbe vedere meno fotografie, quelle più pensate e sincere, sorrette da un’intenzione comunicativa. Riguardo al mercato fotografico, ma della comunicazione in senso più ampio, invece, credo che, spesso, sia appiattito verso dei modelli sempre più cristallizzati, con il rischio che il fotografo diventi un mero esecutore materiale. Ciò svilisce l’individualità in un processo che, oltre che tecnico, è anche creativo, limitandone le potenzialità espressive.

 

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

 

Di sporcarsi le mani, guardarsi intorno, ricercare un’identità, dotarsi di autocritica e molta pazienza: sono ben cinque, ma credo in stretta connessione logica.

 

Fotografo preferito?

 

La scelta non è semplice, ma d’istinto direi Cartier-Bresson, per l’equilibrio fra armonia estetica e forza espressiva che riesce a stabilire nelle sue foto. Quel connubio è sempre stato un riferimento ideale molto forte, nella mia formazione.

 

Un’opera che ti ha cambiato la vita?

 

Qui devo scindere la risposta: sul piano visivo penso a “Il Settimo Sigillo” di Bergman. Il modo in cui il regista svedese tratteggia i volti e dispone i soggetti nella scena, mi ha colpito e stimolato profondamente . La mia educazione all’immagine, d’altra parte, ha iniziato a strutturarsi proprio con l’incontro con il grande cinema. Sul piano esistenziale direi il quarto album dei Led Zeppelin, per l’universo a cui mi ha aperto, e credo che non sia un caso che una fetta del mio lavoro si svolga sottopalco.

 

Per un mese puoi scattare o in Bianco e nero o a colori. Cosa scegli e perché?

 

Io ricorro prevalentemente al bianco e nero, come linguaggio personale, quando non devo, cioè, assecondare richieste differenti o esigenze specifiche. E, forse, proprio per questo sceglierei di fotografare a colori, sarebbe un altro modo di mettere alla prova i miei limiti.

 

Tre persone che vorresti fotografare e perché?

 

Credo che fotografare le persone nel modo giusto sia complesso, impone un contatto diretto, il confronto di due individui; non è solo il soggetto ad esporsi, ma anche il fotografo. Ma spesso è un’occasione di scambio e di arricchimento, per questo mi vengono in mente persone che mi hanno suggestionato, per ragioni diverse, con la loro opera. La sparo grossa e direi: Woody Allen, Bob Dylan e Vinicio Capossela.

 

Come ti vedi tra 10 anni?

 

Ho scarsa capacità di vedere a lungo termine e ho capito che il futuro si presenta in forme spesso del tutto impreviste. Ma, banalmente e fuori di retorica, non posso che pensarmi con una macchina fotografica fra le mani; dove, o a far cosa, non lo so e mi interessa solo fino a un certo punto.

uraniacasciello@ilas.com

Scrivo. Da quando ho iniziato a scrivere sapevo che un giorno sarebbe stato il mio lavoro. Nel 2012 mi sono diplomata in Art Direction e Copywriting alla ILAS e ho frequentato il Master in Social Media e Web Marketing e il Corso Annuale in Fotografia Pubblicitaria. Scrivo per ILAS Magazine e ho collaborato con la scuola alla realizzazione di eventi come il Behance Portfolio Review al Pan di Napoli, l'ILAS Sonorized Exhibition e alcune mostre alla The Gallery Studio. I miei amori sparsi sono: i gatti, Parigi, Ernest Hemingway, la pizza, Batman, le gomme del ponte di Brooklyn, Labyrinth, Ritorno ad OZ, le maratone (di serie-tv e film) e David Bowie.

Review overview