Friday, November 22, 2019
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La Donna del Perù con il grembiule blu

La donna del Perù. Nelle guide c’è sempre, non con questo nome. Perché non tutti vedono le cose alla stessa maniera.

Perù © ilas 2019 / Tonino Risuleo

Nel pomeriggio l’ombra del campanile s’allunga fino a qui. Non ci tornavo da oltre vent’anni. Nulla apparentemente è cambiato: adesso come allora l’oste – che però è un altro – sta rovesciando le seggiole sui tavoli in attesa del tramonto. All’interno della cucina pentole e tegami si asciugano prima di tornare sui fuochi a far sfrigolare i soffritti per la cena. Stasera il menù sarà lo stesso del pranzo: la carta non nasconde insidie. La coratella coi carciofi è confermata così come le polpette al sugo, quello che cambia è il popolo dei mangiatori: studenti, impiegati e operai all’una e famigliole del quartiere a cena, in aggiunta agli stessi impiegati fuori sede, che non dispongono di una cucina nei loro alloggi.

Faccio un cenno all’uomo dei tavoli e transito tra due curiose fioriere troncoconiche. Passo sotto il tendone su cui c’è scritto “dal 1924…. Trattoria” a parte il punto di sospensione di troppo, una bella ammissione d’orgoglio. La sala è piccola, una quarantina di coperti di carta paglia. Tutto è lindo e ordinato con le classiche stampe di Romasparita alle pareti. Cerco la foto sbiadita del piccolo pugile dal ghigno bonario che ricordo d’aver guardato ogni volta cercando l’ispirazione e scegliere il piatto più giusto per il mio umore di giornata. La foto di Alvaro Zampagna: Il combattivo fondatore che con la sua altrettanto piccola consorte, gestiva con perizia i gruppi di mangiatori che all’ingresso si urtavano per guadagnarsi una seggiola. E l’accesso ai misteri sugosi della vera cucina romana.

L’anziano peso mosca saltellava da un tavolo all’altro con i passettini rapidi tipici dei fighter attendisti… Voleva resistere in piedi per tutto l’unico tragico round delle tredici.

Una vera battaglia e chi non trovava posto in sala poteva accomodarsi oltre la porticina affacciata su un cortiletto affogato fra i palazzotti dell’Ostiense che è quasi Garbatella. Il fantastico cortiletto, tutto storto e ingombro di cartoni dei pelati e casse d’acqua minerale con i tavoli incastonati qui e là: una gentile concessione dei gestori che, pur di non mandare via gli affamati, li aggiustava tra un vaso di gerani e la catasta di sedie senza più l’impagliatura.

Il mio tavolo preferito era quello sistemato in fondo, sopra tre scalini di scalcinati mattoni giallognoli. Da lì potevo controllare il cortile, l’uscita dei piatti dalla cucina e, d’infilata, quasi tutto il movimento in sala.

Al suono di un gong muto ogni giorno salivano sul ring i menu fissi della moglie del pugile (la regina del picchiapò): il giovedì gli gnocchi, il venerdì il baccalà alla romana e il sabato la mitica trippa.  Con tutti gli altri secondi all’angolo: la coda alla vaccinara, il saltimbocca alla romana, le cotiche e fagioli. E tutte le sapide leccornie del quinto quarto. L’atmosfera rievocava, e ci riesce ancora, le cronache romane degli anni ’50 con i pasti frugali che non rubassero troppo spazio agli avventori del pomeriggio dediti al bianco dei Castelli e al tresette.

Ma la vera e grande peculiarità dell’osteria si scopriva al momento del caffè. Forse ci si andava più che altro per questo: mangiare svelti e ordinare il caffè. E poi porsi in spasmodica attesa della folgorante e trionfale apparizione di una donna magica, sontuosa e giunonica, biondo platino e bocca di cerasa, stretta in un grembiule blu troppo stretto. Giungeva con vassoio e tazzine slanciando le gambe nude, danzando in una nuvola bruna di aromi afrodisiaci con sentori di cannella, polveri misteriose e fernet.

Il fatto è che il fortunato barista della bottega accanto aveva scelto per la sua fornitura una torrefazione dal brand evocativo: Caffè Perù. E per tutti lei era la Donna del Perù.

Valutazione? Un esperienza così vale un tesoro! Una volta si sarebbe detto “vale un Perù”.

La Donna del Perù, ovvero Trattoria Zampagna, Via Ostiense 179, Roma

info@risuleo.com

Negli anni ’70 in preda agli ardori giovanili sono entrato nella catena di montaggio del fumetto softcore disegnando letti, prati e altri giacigli. Poi ho fatto l’art director e il direttore creativo in primarie agenzie di pubblicità (Leo Burnett, McCann-Erickson, FCB, J.Walter Thompson, TBWA, Young&Rubicam). Ho vinto qualche premio nei festival internazionali e come illustratore, il 1° Premio dell’Art Director’s Club International di New York. E ormai sono costretto a scrivere e disegnare ogni giorno per non perdere la linea.

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