Saturday, October 19, 2019
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Joan Mirò, il linguaggio dei segni. L’artista “grafico” in mostra al PAN

80 opere dello Stato portoghese della Fondazione Serralves di Porto, coprono il lungo arco della produzione artistica di Miró dal 1924 al 1981. Alla scoperta dei segni del grande artista catalano

Joan Mirò il rougher

Joan Mirò, l’artista catalano che piace alle mamme dei bambini, quelle che mostrando un disegno del proprio figlio “guarda, sembra un Mirò”, è talvolta inteso come astrattista ma in realtà il suo è un segno “concreto”. Esponente del surrealismo, Mirò è stato in effetti un artista-rougher della storia dell’arte.

In tante e grandi agenzie pubblicitarie, durante i duri brain storming in cui ogni creativo spara le sue “follitudini” sotto l’effetto di adrenalina e della droga-brief, potrebbe capitare di vedere il tavolo che diventa un ricettacolo di fogli ghirigorati incomprensibilmente, con parole e frasi senza apparente senso, qualcuno stonato che accenna a un jingle, un improvvisato coreografo che mima una scena di un ipotetico spot…

Al termine della riunione l’Art Director mostra il suo disegno che sarà l’immagine della campagna pubblicitaria: Habemus Rough!.

Il rough, il disegno grezzo, lo schizzo che il visualizer dovrà decodificare e interpretare al meglio. Se non lo capisce, ha sbagliato mestiere. Il rough diventerà fotografia o illustrazione o l’incipit di uno spot pubblicitario.

La grafica pubblicitaria di Joan Mirò

Non a caso Mirò si è prestato per la realizzazione di alcune campagne pubblicitarie utilizzando il suo stile grafico-pittorico espressivo, inconscio, stilizzato, minimalista, surreale, sintetizzato e chi più ne ha, più ne metta.

…Il segno diventa surrogato di qualcosa che non è più raffigurato… Distorsione, sintetizzazione, trasformazione metaforica…

Chi è stato a Barcellona, parlo di chi si occupa di comunicazione visiva, avrà sicuramente notato il logo della Catalunya Caixa. La famosa stella di Mirò. Un segno che potrebbe sembrare un allegro umanoide che dall’alto della sua potenza quasi si inchina per elargire monete per giuste cause.

O, ancora, qualcuno ricorderà il manifesto che realizzò per i Mondiali di Calcio dell’82 in Spagna.

La materia di Mirò

La mostra Il linguaggio dei segni è anche occasione, per chi non ha mai avuto modo di vedere le sue opere da vicino, di capire il rapporto che Mirò aveva con la materia.

Disegni, grafiche, pitture, molte di queste sono realizzate utilizzando materiali di vario tipo: sabbia, carta incatramata, carta per pacchi, carta da parati, masonite (preferendo il lato grezzo), il retro delle lettere inviate chissà da chi, juta, sassi, caseina… e, dulcis in fundo, un’opera è realizzata su un vassoio in cartone per dolci.

Vi sono inoltre dei collage realizzati con fogli di giornali, foto e ovviamente il suo inconfondibile tratto.

Una roba che non si può apprezzare nella bidimensionalità di una semplice riproduzione su catalogo o di un libro di storia dell’arte.

Mirò PAN
Dipinto 1953 Olio su tela 57 x 500 cm © Fundação de Serralves, Porto.

Le tecniche di Joan Mirò

Molti riconoscono un dipinto di Mirò, ma soltanto da vicino è possibile assaporare con gli occhi i tratti e le forme realizzate con ogni tipo di tecnica artistica che spesso si fondono tra loro. Olio, inchiostro di china, matita, pastelli, pastelli a cera, gessetto, acquerelli… fuoco!

C’è un video nell’ultima sala che mostra Mirò mentre dipinge su una tela a terra. Non fa dripping alla Pollock, ma si avverte il rapporto carnale che ha con essa. Ci sale sopra con le scarpe per segnare i suoi tratti grafici, armoniosi, dall’apparente nonsense e poi viene in parte bruciata dando più unicità all’opera stessa. Spazialismo alla Lucio Fontana? Un’operazione burriana? C’è altro. C’è molto erotismo in questa azione. È un amplesso.

Percepire e recepire l’opera di Mirò

Joan Mirò non gestiva il gesto pittorico a caso. Alla Fondazione Mirò di Barcellona vi sono alcuni suoi schizzi che riportano gli studi di quelle che poi sarebbero divenute le opere finali. Un progettista dell’arte? Direi di sì.

La sua sembra una sorta di arte ermetica che può essere però decodificata osservando a lungo le sue opere e conoscendo il suo immenso percorso artistico e mentale.

Se in Testa d’uomo il pubblico non ne individua quattro di teste, significa che non sta osservando, ma semplicemente guardando.

Linee e forme compongono immagini in cui non esiste prospettiva, personaggi infantilmente antropomorfi convivono con tratti di animali e altri oggetti i cui piani sono sovrapposti in uniche scene. È quasi un esercizio ottico, come vedere stereogrammi percependone la profondità.

E anche la firma di Mirò è un tutt’uno con le opere. Mai posta nell’angolo in basso ma “fuori zona”, quasi a voler indicare quella chiave di lettura di essenzialismo minimalista per entrare nel suo linguaggio dei segni.

Nel mondo di Mirò.

Mirò PAN
Testa d’uomo 12 gennaio 1935 Olio e vernice a smalto (Ripolin) su cartone 106 x 75 cm © Fundação de Serralves, Porto.

Joan Mirò, Il linguaggio dei segni

Dal 25 settembre al 23 febbraio 2020

PAN – Palazzo delle Arti di Napoli

Via dei Mille, 60

A cura di Robert Lubar Messeri, professore di storia dell’arte all’Institute of Fine Arts della New York University, sotto la preziosa guida di Francesca Villanti, direttore scientifico C.O.R.

 

Promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, con il supporto del Ministero della Cultura Portoghese e il patrocinio dell’Ambasciata del Portogallo in Italia, organizzata dalla Fondazione Serralves di Porto con C.O.R. Creare Organizzare Realizzare di Alessandro Nicosia.

 

 

OPERA IN COPERTINA:

Visioni, 30 agosto 1935; Gouache e inchiostro di china su carta, 30,5 x 37 cm

CREDIT:

© Fundação de Serralves, Porto. Per tutte le opere di Joan Miró © Successió Miró by SIAE

Guida alla mostra di Mirò (dal comunicato stampa)

Il professor Robert Lubar Messeri, che ne segue le impronte da anni, ha individuato nove sezioni per spiegare i punti nodali dell’artista spagnolo:

 

IL LINGUAGGIO DEI SEGNI

A partire dalla Ballerina del 1924, viene messo in evidenza come Miró sfrutta le molteplici funzioni della linea come contorno, come scrittura e, nel caso dell’orizzonte, come indicatore dello spazio, consentendo scambi produttivi di significato.

 

LA FIGURA NELLA RAPPRESENTAZIONE

Dall’inizio degli anni Venti, la figura diventa il soggetto prediletto delle indagini di Miró. Se i cubisti hanno messo la figura sotto pressione nell’ambito dell’illusionismo occidentale, Miró ha minato la logica stessa di quel codice visivo. Sceglie proprio un soggetto famoso come La Fornarina di Raffaello per mettere in scena il suo attacco all’illusionismo occidentale.

 

LA FIGURA NELLO SFONDO

Miró dà vita a un universo di uccelli volteggianti, corpi astrali, figure gesticolanti e creature fantastiche che sembrano muoversi senza sforzo sulla superficie della tela. A volte la figura è “trovata” nel processo stesso della creazione – come evocata dai segni e dalle macchie presenti sulla tela grezza.

 

COLLAGE E L’OGGETTO

Miró è uno dei grandi artisti del collage del XX secolo. Già nel 1916 incorpora un frammento del quotidiano di Barcellona La Publicidad in uno dei suoi dipinti. Da quel momento in poi tornerà ripetutamente al collage nel corso della sua lunga carriera.

 

I DIPINTI SELVAGGI

I “dipinti selvaggi” sono l’espressione di rabbia verso un mondo impazzito, travolto dalla follia dell’odio che porterà inevitabilmente alla guerra. Un insieme di lavori, tra cui i Dipinti su Masonite, nettamente materici, del 1936 raccontano il suo stato d’animo.

 

L’ELASTICITÀ DEL SEGNO

Miró svuota finalmente i segni di riferimento, spogliando il linguaggio fino ai suoi componenti primari. Il segno e il gesto grafico hanno la precedenza sul significato.

 

CALLIGRAFIA E ASTRAZIONE GESTUALE

Sono diversi fattori che hanno influenzato il nuovo modo di lavorare di Miró, due in particolar modo: la calligrafia giapponese e il successo dell’Action Painting in America e in Europa.

 

LA MATERIALITÀ DEL SEGNO

Durante la primavera del 1973, Miró, collaborando con il tessitore Josep Royo, realizza una nuova serie di opere a metà strada tra pittura e scultura definite dal critico Alexandre Cirici Pellicer Sobreteixim. Nelle fitte trame di juta, lana, cotone, canapa e una miriade di altri materiali che Royo prepara, Miró incorpora oggetti comuni.

 

LE TELE BRUCIATE E LA MORTE DEL SEGNO

Miró esegue, sempre con Royo, nel dicembre 1973, cinque Tele bruciate. Dopo aver tagliato le superfici con un coltello, l’artista applica masse di pigmento su varie aree della tela, usando una torcia per stendere la vernice. Miró e Royo bruciano con cura le varie sezioni del supporto, redendo visibile la struttura del telaio carbonizzata. Poi aggiunge altra vernice e il processo ricomincia.

Mirò PAN
Sobreteixim 10 1973 Acrilico, feltro e corda cuciti su arazzo realizzato da Josep Royo Acrylic, felt and robe stitched to woven wall hanging by Josep Royo 200 x 172 x 29 cm © Fundação de Serralves, Porto.

marco@photopolisnapoli.org

Diplomato in grafica pubblicitaria e fotografia all'I.S.A. Umberto Boccioni di Napoli. Sono il primo ad aver conseguito la laurea triennale del corso di Graphic Design presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli (Ottobre 2011). Fotografo professionista ho collaborato, tra l’altro, come free-lance negli anni '90 coi principali quotidiani nazionali fornendo immagini di spettacolo e attualmente con l'editoria specializzata in viaggio e turismo.
Organizzo eventi di arte partecipata relativi alla mia ricerca artistica Impossible Naples Project.

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