Wednesday, March 27, 2019
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La necessità dell’arte. Il visionario lavoro di Yayoi Kusama in un film straordinario

L'artista quasi novantenne Yayoi Kusama ricrea attraverso il fare artistico le sue visioni come mezzo per dominarle, convertendo questa proliferazione minacciosa in una via di salvezza e fuga verso un’entropia liberatoria.

© Kusama

“Infinity”, il documentario della visionaria artista giapponese Yayoi Kusama, è arrivato in Italia.

Dal 4 marzo è possibile immergersi nell’incredibile mondo creativo della Kusama, attraverso la visione di questo film che, utilizzando materiali d’archivio e interviste recenti, riesce a raccontare con efficacia la sua parabola artistica dagli inizi al successo internazionale.

Nonostante sia ormai famosissima per la sua parrucca rossa e i suoi pois colorati, ho pensato che far conoscere anche il lato oscuro della sua storia personale potesse aiutare a trasmettere al pubblico quella parte della sua vita e della sua persona onde evitare che venisse dimenticata. Volevo che chiunque sapesse che quella di Kusama è la storia di una pioniera, che ha dovuto superare il sessismo, il razzismo e la malattia mentale, per perseguire il sogno di essere un’artista”, ha dichiarato la regista Heather Lenz.

Quest’anno la Kusama compirà 90 e di certo si può affermare che sia una delle artiste più conosciute e amate al mondo.

Il cammino verso il suo successo, perà, non è stato né breve né facile: cresciuta in Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale in una famiglia che scoraggiava e dileggiava le sue ambizioni creative, anche dopo il trasferimento a New York dovette lottare a lungo.

Contro un mondo dell’arte sessista e razzista, ma anche contro la propria malattia mentale, che l’ha portata, nel 1977, a trasferirsi in maniera permanente e volontaria in un ospedale psichiatrico di Seiwa in Giappone.

La mia opera si basa sulla trasposizione, in arte, dei miei problemi psicologici. Ossessione. L’accumulo è il risultato della mia ossessione. E questa filosofia è il tema centrale della mia arte”, spiega l’artista all’inizio di questa clip tratta dal film. E in poche parole riassume il cuore di una ricerca in cui arte e vita diventano inscindibili, supportandosi e salvandosi l’un l’altra.
È proprio all’interno del suo vissuto più remoto che possiamo trovare la chiave interpretativa del suo percorso artistico. Fin da piccola soffriva di disturbi ossessivo-compulsivi e allucinazioni plurime dovute a perpetrate violenze domestiche.

Durante una crisi giovanile, il motivo a fiori rossi di una tovaglia da tavola comincerà a riprodursi allinfinito nella stanza, popolando da allora in poi il suo universo in modo ossessivo. Pois e fiori giganti, reti, protuberanze molli e forme falliche.

Sarà la riproduzione, la moltiplicazione e laggregazione ossessiva di questo ristretto vocabolario di forme la firma stilistica delle sue opere.

Yayoi Kusama ricrea attraverso il fare artistico le sue visioni come mezzo per dominarle, convertendo questa proliferazione minacciosa in una via di salvezza e fuga verso unentropia liberatoria. Lintento della sua arte è quello di condurre unindagine sul concetto di percezione del cosmo e di infinito, oltre che un inno alla bellezza della vita.

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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