Wednesday, March 27, 2019
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POY 2019. Con Alessio Paduano vince l’immagine di una difficile accoglienza.

Al giovane fotografo napoletano, Alessio Paduano, è stato, da poco, conferito il prestigioso premio POY (Picture Of the Year) del 2019 con una immagine che parla di una difficile accoglienza. Entriamo nel merito.

© Alessio Paduano

POY – Pictures of the Year

POY è il programma di fotogiornalismo più antico e prestigioso al mondo. 

Ogni anno, POY riconosce l’eccellenza nel fotogiornalismo, nella multimedialità e nell’editing visivo. Quando entri in Pictures of the Year, il tuo lavoro viene riconosciuto in tutto il mondo e diventa parte della storia visiva collettiva.

Al giovane fotografo napoletano, Alessio Paduano, è stato, da poco, conferito il prestigioso premio POY (Picture Of the Year) del 2019 con una immagine che parla di una difficile accoglienza. Entriamo nel merito di questa storia.

Alessio, ci racconti i retroscena della fotografia con la quale hai appena vinto questo prestigioso premio?

Alle 7.10 circa del 17 Luglio 2018, il giorno del mio onomastico, fui svegliato da una voce che mi ripeteva “Rubber boat!!! Rubber boat!!!”.

Era quella di Juan, uno dei marinai a bordo della nave “Astral” della ONG Spagnola Pro Activa Open Arms.

Nel giro di un paio di minuti, non so nemmeno io come, ero già pronto a mettermi al lavoro, fotocamera al collo.

Solitamente quando mi sveglio, impiego circa mezz’ora per di riprendermi.

Alle 7.20 il gommone di salvataggio della Astral fu calato in mare con a bordo me, una troupe televisiva statunitense e alcuni soccorritori della Open Arms. Lo scenario era inquietante.

Un gommone completamente distrutto, il cadavere di una donna che galleggiava adagiato ad una pedana di legno, un bambino morto e una donna in fin di vita.

Due dei soccorritori dell’equipaggio si tuffarono subito in mare per recuperare la donna che poi avremmo scoperto chiamarsi Josepha.

Alle 7.24 scattai la foto che è stata premiata al Picture Of the Year.

Sulla sinistra si vede Savvas, l’ ingegnere meccanico della Astral, mentre cerca di sollevare il corpo della donna camerunese, aiutato da altri due soccorritori spagnoli.

Sulla destra il corpo senza vita di un’altra donna, con la pelle ustionata dai carburanti fuoriusciti dal motore del gommone con il quale sognava di raggiungere l’ Europa.

Ricordo ancora lo sguardo terrorizzato di Josepha, era distrutta.

Dopo averla tratta in salvo, sul gommone, ci siamo guardati.

Eravamo tutti con le lacrime agli occhi. Nessuno riuscì a dire una parola per almeno mezz’ora.

Come è iniziata la tua vita da Fotoreporter? Quali sono i tuoi lavori?

Mi è sempre piaciuto scattare fotografie, sin da piccolo. La vera scintilla è scattata quando mio padre mi ha regalato una vecchia reflex analogica, una canon AV-1 semiautomatica. Da allora ho iniziato ad appassionarmi alla fotografia e più in particolare al fotogiornalismo. Posso dire che questa passione si è trasformata in un lavoro nel 2011, con il mio primo reportage all’ estero, in Romania, sulle condizioni di vita dei ragazzi di strada di Bucharest.

Da allora, pian piano, sono iniziate le mie prime collaborazioni con riviste e agenzie, che poi si sono consolidate nel tempo. Al momento sono interessato alle questioni di attualità.

Durante gli ultimi anni ho lavorato in Romania, Tunisia, Egitto, Polonia, Ucraina, Grecia, Ungheria, Serbia, Croazia, Francia, Estonia, Spagna e Malta per raccontare principalmente storie afferenti alla news internazionale. Da diversi anni seguo la questioni dei flussi migratori diretti verso l’ Europa.

Ci parli della tua formazione? Quali sono i tuoi padri putativi fotografici?

Ho studiato un anno a Parigi presso la Université Paris VII – Denis Diderot grazie ad una borsa di studio. Nel 2007 ho iniziato a collaborare come redattore e fotografo con vari quotidiani italiani.

Nel 2009 mi sono laureato in Sociologia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II con una tesi in giornalismo. Nello stesso anno ho ottenuto l’iscrizione all’Albo Nazionale dei Giornalisti Pubblicisti.

Nel 2012 mi sono specializzato in fotogiornalismo presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Alcuni miei lavori sono stati esposti al PAN-Palazzo Arti Napoli (Italia), Castel dell’Ovo (Napoli, Italia), Biennale di Bibbiena (Italia), Palm Spring Photo Festival (California), Kolga Tbilisi Photo Festival (Georgia), ICA Space (Tokyo), Historical Museum of Sarajevo (Bosnia and Herzegovina) e Tel Aviv Photo Fair (Israele). Le mie foto sono state pubblicate dai maggiori quotidiani e magazines nazionali e internazionali tra cui D-La Repubblica, Internazionale, The Guardian, The New York Times, Time, Stern, Newsweek, ecc. Ci sono tanti fotoreporter di cui ammiro il lavoro: Yuri Kozyrev, Josef Koudelka, Stanley Greene. Il mio punto di riferimento però è James Nachtwey. Credo rappresenti l’essenza del fotogiornalismo. Nelle sue fotografie si combinano in maniera esemplare sintesi comunicativa ed estetica. Ho avuto il privilegio di lavorarci spalla a spalla nel 2015 a Tovarnik (Croazia) e nel 2016 ad Idomeni (Grecia) mentre seguivo l’ emergenza immigrazione in Europa.

Che consigli daresti a chi vuole intraprendere questa tua professione?

Credo che, per fare la differenza in questo mestiere, ci voglia tanta determinazione. E’ importante aggiornarsi ed essere preparati, non solo dal punto di vista fotografico. Per affrontare nel migliore dei modi un reportage non basta soltanto essere un buon fotografo: bisogna studiare tanto e conoscere bene l’argomento che si va ad affrontare. Inoltre, credo che una caratteristica importante per avare successo nel mondo del fotogiornalismo sia l’ umiltà. Come in ogni professione è fondamentale non sentirsi mai arrivati e mettersi continuamente in discussione.

Qual’è la tua giornata tipo?

Non ne esiste una, può succedere sempre di tutto. In linea di massima però, se non ho impegni o appuntamenti di lavoro mi sveglio non molto presto, faccio colazione (molto caffè), accendo il computer, controllo la posta elettronica e cerco di capire cosa succede nel mondo.

Se non ho lavori da svolgere e quindi non devo uscire per fotografare mi metto alla ricerca di storie interessanti, mi dedico all’editing dei lavori svolti e alla post-produzione, provo a mettere ordine nei miei hard disk, ecc.

Hai un obiettivo professionale grande che desideri raggiungere?

Spero di poter continuare a fare questo lavoro il più a lungo possibile, con lo stesso entusiasmo, con la stessa curiosità, con la stessa determinazione e con la stessa voglia di scoperta che ho oggi.

Non so se il fotogiornalismo sia in grado di cambiare il mondo, ma di sicuro è in grado di far riflettere le persone. Quindi io spero di produrre immagini importanti, documenti che servano a far riflettere e a far nascere degli interrogativi in chi le guarda.

Ci racconti il tuo prossimo lavoro fotografico?

Sto realizzando un reportage per raccontare il fenomeno della prostituzione nigeriana in Italia. È un lavoro complicato dal punto di vista esecutivo, poiché non è sempre facile relazionarsi con le persone quando si affrontano tematiche così delicate. Nei miei piani ho intenzione di suddividere il reportage in due capitoli: il primo è quello al quale sto lavorando già da diversi mesi, da realizzare interamente in Italia e il secondo, da sviluppare proprio in Nigeria, dove il traffico delle ragazze ha inizio.

Mi restano addosso tutte le parole di Alessio e penso alla determinazione, indispensabile per portare a termine con professionalità e merito l’affascinante lavoro del fotoreporter.

Credo che un lavoro così complesso e così tanto utile per raccontare storie al mondo, funga da accelleratore della propria vita, aiutandoti a crescere e a relazionarti, con tutto il rispetto possbile, con l’umanità intera.

A noi spettatori, invece, il compito di accogliere le immagini dei racconti di terre lontane e provare ad avere la stessa empatia e la stessa caparbietà espressa dai fotorepoter, per imparare a cercare le tante verità nascoste nelle pieghe di una storia, trovarne una più forte di tutte le altre e farla nostra.

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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