Wednesday, March 27, 2019
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L’immagine più bella al Concorso di Fotografia del National Geographic 2018

La riflessione è che non è questo mutevole concetto di bello che cattura la nostra attenzione, quanto il riconoscimento di una certa autenticità del suo autore e l'espressione di un forte carattere emozionale che emerge

Immagine © David Francescangeli

La foto più bella

La foto di questo articolo è stata, di recente, giudicata l’immagine più bella del 2018, nella sezione natura del Concorso di Fotografia del National Geographic ed è stata selezionata all’interno di un gruppo di circa 20.000 partecipanti.

L’immagine ritrae un verdone, un uccellino poco più grande di un passero che, con tutte le sue forze, cerca di resistere alla violenza del gelo, del vento e della neve.

L’autore è David Francescangeli, 40 anni, un informatico con due grandi passioni: la natura e la fotografia.

Una magica triangolazione

Intenerisce la caparbietà di questo uccellino: tanta determinazione in un corpo così piccolo non passa inosservata.

Guardando l’immagine per un tempo prolungato, dopo la tenerezza, la mente ritorna sulla motivazione per cui è stata premiata: è la foto più bella del 2018.

Oscar Wilde sosteneva che: “la Bellezza è una forma del Genio, anzi, è più alta del Genio perché non necessita di spiegazioni. La bellezza è uno dei grandi fatti del mondo, come la luce solare, la primavera, il riflesso nell’acqua scura di quella conchiglia d’argento che chiamiamo luna”.

Se volessimo andare oltre le parole di Oscar Wilde, potremmo ritenere che la questione da porci potrebbe essere: come si fa a giudicare la bellezza di una fotografia?

Giudicare una immagine con il parametro della bellezza lascia, a mio avviso, l’osservatore, sempre sul punto di partenza, perché l’unico elemento oggettivo risiede proprio nella soggettività della percezione della bellezza.

Più che giudicarla, credo che la bellezza vada cercata e sostenuta con tutte le forze a nostra disposizione perché, sarà proprio la bellezza che salverà il mondo.

Quando Dostoevskij affermò che «la bellezza salverà il mondo», si riferiva alla bellezza nei caratteri meramente estetici, ma alla bellezza della bontà.

Il mondo si salverà quando la bontà tornerà ad essere una mèta.

Questa spiegazione ci aiuta ad entrare più facilmente nelle motivazioni che hanno portato alla vittoria questa immagine.

Non è dunque una idea di bello fine a se stesso che ha avuto la meglio, ma un legame tra il fotografo e il suo soggetto che arriva a noi spettatori, terza punta di questa magica triangolazione, come sinonimo di dolcezza, accoglienza.

Cos’è il bello?

 Possiamo continuare questo nostro viaggio nel tempo attraverso i grandi pensatori del passato, relazionandoci con Platone e un suo pensiero: “Il bello è lo splendore del vero”.

Se decidiamo di stare su questa affermazione, collocandoci sempre dentro l’agire fotografico, potremmo iniziare a porci una serie di antiche domande: Cos’è il bello? Cos’è il vero? Che cos’è la bellezza? Quando cogliamo qualcosa che ci appare bello, la prima reazione è di stupore e di meraviglia come se si aprissero sensazioni nuove, ipotesi nuove, mondi nuovi, che nella normalità, ci sembravano impossibili, inesistenti.

Come fotografi o come fruitori di immagini arrivano alla nostre mente ancora due domande: dove e come possiamo incontrare la bellezza? Siamo tutti capaci di coglierla?

Mi piace ricordare una affermazione di Ghirri che mi ha sempre guidato nel mondo delle immagini: “La fotografia rappresenta sempre meno un processo di tipo conoscitivo,…ma rimane un linguaggio per porre delle domande sul mondo”.

Saranno proprio queste nostre domande a spingere in avanti il nostro percorso di conoscenza, di noi stessi e del mondo, perchè ogni momentanea risposta che saremo in grado di darci sposterà il nostro orizzonte sempre un po’ più in avanti, mostrandoci il nuovo che alberga in noi e nel nostro mondo.

Ci sono tante altre cose da poter aggiungere sulla bellezza in fotografia, cercando dentro i consigli che ogni buon manuale è in grado di offrire: eliminare gli elementi di distrubo, applicare la regola dei terzi o della sezione aurea o anche esporre correttamente.

Conoscere la composizione fotografica, dunque, e utilizzarla in modo sapiente per la costruzione delle immagini e anche per la loro decodifica, senza dubbio, contribuisce alla costruzione di una buona immagine ma non è certo un passaporto per raggiungere la meta.

Riprendendo il famoso consiglio di Robert Capa, possiamo contribuire a questo dibattito con un ulteriore tassello: “se una fotografia non è venuta abbastanza bene vuol dire che non eri abbastanza vicino”.

Una grande lezione di fotografia

Parlando di bella fotografia siamo arrivati all’idea di buona fotografia e non si può, in tal senso, non citare un breve racconto del fotografo Gianni Berengo Gardin:

“Quando sono arrivato qui, ancora alle prime armi, andai a trovare Ugo Mulas, che era già il grande fotografo che conosciamo tutti. E mentre mi mostrava le sue foto, io una dopo l’altra commentavo: “bellissima”, “bella, bellissima”. E lui: “Se dici un’altra volta bellissima ti caccio via, perché mi offendi”. “Ma cosa devo dire, allora?”. “Buona. Perché la foto bella può essere tecnicamente a posto, piacevole, però può non raccontare niente. La buona fotografia può essere mossa e sfocata, ma racconta, parla. L’importante è fare buone fotografie”. È stato un grande insegnamento, la prima vera lezione di fotografia. In tutta la mia carriera ho cercato di fare allora delle buone fotografie. Alla fine ne ho fatte tante belle, e poche buone…”

Chissà se alla fine questa mia digressione senza tempo sia servita a mettere a fuoco la mia idea di nonsense della ricerca della bellezza nelle immagini.

Ritengo che l’uccellino ritratto in questa fotografia ci attragga perchè ci riconosciamo in lui o perchè speriamo di poter, un giorno, raggiungere la sua forza e la sua caparbietà.

Non è, quindi, questo mutevole concetto di bello che cattura la nostra attenzione, quanto il riconoscimento di una certa autenticità del suo autore e l’espressione di un forte carattere emozionale che emerge dalla sua visione.

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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