Wednesday, April 24, 2019
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Riflessioni a margine: Hotel Bogotà, il tempo lento delle immagini di Karen Stuke

Queste immagini, che hanno come didascalia la piantina dell’albergo con l’individuazione di ogni stanza, ci lasciano entrare in una dimensione altra, dove ognuno, con i suoi tempi e suoi modi, riesce a proiettarsi dentro un

Ragiono da un po’ di tempo sul ruolo del fruitore di una mostra.

Troppo volte mi sembra abbandonato a se stesso o relegato al ruolo di osservatore, privo di strumenti per poter creare nuove connessioni.

Oggi l’atto del guardare sembra non bastarmi più e sento l’esigenza, quando cammino lungo le mura di una mostra, di fare una esperienza, di entrare in un mondo nuovo e di arrivare, magari, anche a provare l’emozione dell’artista.

Con questi pensieri sono andata nel pomeriggio del 10 gennaio, alla Galleria Primo Piano all’inaugurazione della mostra “Hotel Bogotà” di Karen Stuke, curata da Antonio Maiorino Marrazzo e ho provato una gran gioia su due canali ricettivi, quello legato al lavoro in mostra e quello legato alla curatela.

Ho visto un lavoro molto interessante e mi sono sentita accolta e accompagnata, sia in senso fisico che figurato, durante tutto il tempo della mia visita.

Conosco il lavoro della fotografa Karen Stuke e ne ammiro, da sempre, la liricità e la sua capacità di viaggiare in un tempo onirico senza confini, utilizzando una fotocamera a foro stenopeico, ovvero una tecnica che richiede un tempo di esposizione molto lungo per percepire, nel suo risultato, qualcosa di riconoscibile.

All’ingresso in galleria, vengo accolta da un affabile consierge che, dopo alcuni affettuosi convenevoli, mi invita a riempire dei moduli per poter ricevere la chiave della camera.

Mi accorgo, dopo poco, di far parte di un gruppo in attesa di prendere possesso della propria camera, proprio mentre arriva un giovanotto che ci accompagna nelle stanze della Galleria raccontandoci la storia dell’albergo e dell’incontro tra il suo direttore, Joachim Rissmann e la fotografa Karen Stuke.

Karen Stuke ha soggiornato all’hotel Bogotà di Berlino dal novembre del 2012 per un anno interno, dormendo in tutte le 45 camere dell’albergo, una diversa per ogni notte del suo soggiorno, realizzando un lavoro fotografico che ha una sua particolarità nel tempo di esposizione di ogni immagine, pari alla durata del suo soggiorno all’interno della stanza, ovvero circa otto ore.

Karen Stuke era all’Hotel Bogota anche l’ultima notte prima della sua definitiva chiusura.

In quel luogo, a pochi passi dalla lussuosa Kurfürstendamm, Benny Goodman aveva suonato il suo clarinetto, la fotografa ebrea Else Ernestine Neuländer-Simon, conosciuta con lo pseudonimo Yva, negli anni’30 aveva lì il suo studio e suo aiutante era il giovane Neustädter più tardi noto come Helmut Newton.

Nel 1942 Yva fu condotta in un campo di sterminio e assassinata dai nazisti. In quegli anni bui l’edificio di Schlüterstraße fu requisito e ‘arianizzato’ dai nazisti divenendo sede della Camera della Cultura del Reich, l’istituzione alla quale era affidato il compito di sradicare e punire ‘l’arte degenerata’.

Durante la seconda guerra mondiale la maggior parte dei grandi alberghi vennero distrutti e molti edifici vennero convertiti in hotel. A quell’indirizzo, ai vari piani, c’erano ben quattro alberghi che successivamente furono accorpati sotto il nome Hotel Bogota.

L’Hotel Bogotà è stato, dunque, teatro di vicende politiche e artistiche che hanno segnato il tempo di una città piena di linfa vitale.

A distanza di tanto tempo, il tempo presente sembrava aver cancellato le tracce di questo passato glorioso e negli occhi della Stuke questa remota possibilità sia era già tradotta in un suo personale omaggio fotografico.

Con il tempo di esposizione di circa otto ore, Karen Stuke costruisce le immagini del tempo che scorre, mettendosi al centro della sua osservazione e lasciandosi riprendere dentro una notte piena di movimenti che ci appaiono come i segni di un delicato e allegro fantasma.

Queste immagini, che hanno come didascalia la piantina dell’albergo con l’individuazione di ogni stanza, ci lasciano entrare in una dimensione altra, dove ognuno, con i suoi tempi e suoi modi, riesce a proiettarsi dentro un sogno, trovando pace all’interno di quel rettangolo di libertà creato da una fotografa che qualcosa racconta e tanto ancora lascia immaginare.

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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