Tuesday, June 25, 2019
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Karen Stuke, HOTEL BOGOTÁ, l’ultimo check-out. Alla galleria PrimoPiano

Fotografie scattate con fotocamera stenopeica raccontano l’essenza invisibile dello spirito di uno dei luoghi più vissuti di Berlino. Alla Galleria PrimoPiano. A cura di Antonio Maiorino Marrazzo

Karen Stuke Hotel Bogotà

L’inaugurazione di Hotel Bogotà di Karen Stuke

Il 10 gennaio, arrivai per primo alla Galleria PrimoPiano in occasione dell’inaugurazione della mostra di Karen Stuke. Vedendomi solo e immerso in una certa atmosfera alberghiera e vintage, non potei fare a meno di pensare a Jack Torrance di Stephen King e alle sue allucinazioni, ai suoi “shining”, ai suoi luccichii nel cervello…

Ma questa mostra non ha nulla di inquietante, tranquillizzatevi, solo un filo di romanticissima tristezza legato alla magia del tempo che passa. Quello in cui dopo nulla è più lo stesso…

Quella sera, peccato veramente per chi non c’era, si era accolti da un impeccabile receptionist impersonato da Massimo Pastore Luciano che provvedeva a registrare l’ospite consegnandogli una “chiave” della camera: un sasso che era “simbolo per gli ebrei di testimonianza quando si recano in visita alle tombe, ma è anche segno di rivolta contro il profitto che ha costretto il proprietario dell’albergo a lasciare la struttura.”

Comparì poi il concierge (impersonato dall’attore Davide Meraviglia) che ci invitò ad entrare negli spazi della galleria raccontando con la classe e disponibilità di ogni portiere d’albergo che si rispetti, la storia dell’Hotel Bogotà in un malinconico clima natalizio.

Karen Stuke Hotel Bogotà
© Karen Stuke Hotel Bogotà

Hotel Bogotà di Karen Stuke

Quell’edificio ubicato nella zona più lussuosa di Berlino, aveva accolto grandi personaggi come Benny Goodman, la fotografa ebrea Yva (Else Ernestine Neuländer-Simon) aveva lì il suo studio negli anni ’30 e con lei mosse i primi passi come aiutante Helmut Newton quando il suo cognome era ancora Neustädter. Fu un edificio requisito dai nazisti e in cui fu ubicata la Camera della Cultura del Reich, istituzione che ebbe il compito di individuare e sradicare l’arte degenerata.

Dopo la II Guerra Mondiale, l’albergatore Heinz Rehwald rientrò a Berlino ed accorpò i quattro alberghi che risiedevano in quell’edificio dandogli il nome della città colombiana che lo aveva accolto dopo essere sfuggito negli anni ’30 allo sterminio nazista: Bogotà. Hotel Bogotà.

Dal 1976 è stato Joachim Rissmann l’ultimo albergatore dell’Hotel Bogotà. Fin quando nella triste vigilia del Natale 2013 fu fatto l’ultimo check-out.

La realtà aveva compiuto il suo processo cancellando per sempre un luogo che per più di cento anni era stato uno dei simboli della Berlino del XX secolo. Come ormai più di sovente accade lo Spirito del luogo si ritrovò trucidato dalla gentrificazione e dal profitto.

Shining, la scintilla tra Karen Stuke e Joachim Rissman

Nella splendida performance del concierge-Meraviglia che ci racconta la storia dell’albergo, emerge la storia che fa nascere il lavoro di Karen Stuke.

“Buongiorno Monsieur le Concierge, sono Karen Stuke e desidero parlare con Herr Joachim Rissmann: io devo assolutamente custodire lo spirito del luogo”.

Una “svitata”? Una folle? E cos’era mai quella scatola di legno che portava con sé? Fortuna che in quel preciso istante comparì il direttore d’albergo Joachim Rissman che ascoltò le intenzioni della fotografa e non esitò nel mettere a disposizione le camere d’albergo gratuitamente per ogni notte che Karen Stuke avesse voluto pernottarvi affinché il suo progetto si realizzasse.

Karen Stuke Hotel Bogotà
Karen Stuke, Hotel Bogotà; allestimento

Lo spirito del luogo di Karen Stuke

Quella scatola di legno era una fotocamera stenopeica. Realizzata con caratteristiche tali da poter impressionare la pellicola nell’arco di 7-8 ore (la durata di un sonno), la scena inquadrata.

“Custodire lo spirito del luogo” fotograficamente è qualcosa che a volte va oltre l’immaginazione. È qualcosa che sfiora il mistico. È un senso esperienziale che va colto nel bacino onirico e psicologico dell’Io. In quegli strati di subcoscienza che non fanno parte di alcuna scienza esatta. Perché siamo realisticamente lontani da certe percezioni.

Karen Stuke ha ripreso l’interno di quarantacinque diverse camere dell’Hotel Bogotà durante i suoi sonni con la stenopeica. Nell’inquadratura anche il letto in cui dormiva.

Cosa accade fuori i nostri sonni, cosa accade all’incoscienza al di là dei sogni…

Cosa viene registrato dai muri inerti tra i quali trascorriamo ore o attimi della nostra vita?

Gli specchi registrano ciò che in essi è riflesso, ne sono convinto. Un giorno probabilmente con dei sensori ad essi applicati, potremo rivivere le scene che hanno “visto”.

Un po’ come quando si cancellano accidentalmente le immagini da una scheda di memoria e con dei software è possibile recuperarli.

In Fino alla fine del mondo di Wim Wenders, tutto ruota intorno a quel dispositivo che registra pensieri e sogni da innestare in ciechi e vedenti. Il cinema di fantascienza non raramente copre quelle che sono suggestioni e intuizioni scientifiche ancora non provabili.

Ciò che si immagina potrebbe accadere.

Noi umani siamo sempre stati affascinati dal nostro Io, dalla mente. Quel che porta alla ragione non basta. Psicologia e misticismo spesso si avvicinano per soddisfare dubbi, interessi, supposizioni.

Il fascino dell’invisibile, del percettibile, del substrato della vita fatto di quelle energie non misurabili con alcuno strumento, ma sai che ci sono, le avverti e allora cerchi una strada per registrarle. Non per morbosità esistenzialista, non perché sei a caccia di fantasmi o altre strane presenze, ma perché vorresti essere un testimone di quegli spazi. Un archeologo di energie trascorse. Offrire un’ulteriore strada per essere custode dello spirito di certi luoghi.

Non ho avuto l’opportunità di parlare a lungo con Karen Stuke, non so quindi quanto sia rimasta soddisfatta del suo lavoro (penso proprio di sì), ma credo che conti principalmente il meccanismo mentale che innescano le sue immagini nell’osservatore. Immagini da ascoltare che fanno vivere parte di quelle atmosfere vissute in quelle camere d’albergo.

Karen Stuke Hotel Bogotà
© Karen Stuke, Hotel Bogotà

La mostra di Karen Stuke

Per visitarla occorre prenotarsi e comunque si è accompagnati nella visita da una versione più light rispetto alla performance dell’inaugurazione. L’allestimento richiama atmosfere vintage con arredi di modernariato che ricordano hall di alberghi. Al vernissage c’era anche il bar (che simboleggia comunque il momento dove si registrano confidenze e quindi “lo spirito del luogo”) dove lo stesso curatore della mostra (e gallerista di PrimoPiano), Antonio Maiorino Marrazzo, accoglieva il pubblico.

Quando nel novembre 2012 Karen Stuke chiese di poter iniziare il suo progetto, non sapeva ancora che l’albergo sarebbe stato chiuso per sempre. Ne ebbe notizia nel marzo 2013 e, quando il 22 dicembre 2013 vi scattò la sua ultima foto, staccò dalle porte delle camere le piantine/piani di evacuazione che accompagnano ognuna delle 45 foto esposte.

Quarantacinque fotografie a colori realizzate con fotocamera a foro stenopeico. Ogni pellicola è stata poi scannerizzata con una successiva lievissima post-produzione, giusto su qualche ombra. Immagini che per ovvi “phinole-motivi” non hanno un’alta definizione nel dettaglio ma che proprio per questo ben rappresentano l’inconscio onirico di Karen che si è ritratta nel suo sonno “mosso” delle 7-8 ore di esposizione.

Lì dove c’era l’Hotel Bogotà, gioiello della Berlino chic, ci sono adesso uffici di ogni genere. Ma lo spirito dell’hotel resta custodito nelle immagini di Karen Stuke.

 

Karen Stuke, Hotel Bogotà

A cura di Antonio Maiorino Marrazzo

Mostra visitabile fino al 15 Marzo su appuntamento

PrimoPiano – 118, Via Foria 80137 Napoli – Italia
Tel: +39 3394158641 oppure 3398666198 primopianonapoli@gmail.com _ www.primopianonapoli.com

marco@photopolisnapoli.org

Diplomato in grafica pubblicitaria e fotografia all'I.S.A. Umberto Boccioni di Napoli. Sono il primo ad aver conseguito la laurea triennale del corso di Graphic Design presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli (Ottobre 2011). Fotografo professionista ho collaborato, tra l’altro, come free-lance negli anni '90 coi principali quotidiani nazionali fornendo immagini di spettacolo e attualmente con l'editoria specializzata in viaggio e turismo.
Organizzo eventi di arte partecipata relativi alla mia ricerca artistica Impossible Naples Project.

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