Wednesday, March 20, 2019
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Fotografia e illusione. Tra il verosimile e il vero c’è il mondo onirico di Paolo Ventura.

Lasciamoci andare alle sue fantasie meravigliosamente messe in scena e abbandoniamo ogni resistenza all’idea di cercare la verità: le emozioni del fotografo costruiranno il nostro magico percorso di fruizione della sua opera.

© Paolo Ventura

Il mio approccio al lavoro di Ventura

Un giorno mi sono imbattuta in questa fotografia e ho scoperto il fantastico mondo di Paolo Ventura.
Ho vissuto a Venezia per sei anni, imparando a conoscerla a fondo, talmente tanto bene, che ero in grado di disegnare delle dettagliate piantine, quando qualcuno mi chiedeva una indicazione stradale.
Davanti a questa immagine, che ovviamente pensavo ritraesse Venezia, dopo averne analizzato ogni singolo dettaglio mi sono arresa e mi ha rattristato l’idea di non essere più in grado di riconoscere quei luoghi a me tanto cari.
Partendo dal nome del suo autore ho deciso, a quel punto, che dovevo saperne di più ed è stato lì che ho capito che tra vero e verosimile c’è un mondo infinito da scoprire.
Il lavoro di Ventura, nasce da una considerazione, ovvero che la fotografia può solo riprodurre ciò che è visibile.  Ventura decide di farla diventare una  sua importante risorsa, costruendo tutte le sue immagini in studio attraverso l’utilizzo di precisi e poetici modellini.
Questa immagine racconta l’atmosfera veneziana ma non è Venezia.

Lasciamoci andare alle sue fantasie meravigliosamente messe in scena e abbandoniamo ogni resistenza all’idea di cercare la verità: le emozioni del fotografo costruiranno il nostro magico percorso di fruizione della sua opera.

La vita lavorativa di Paolo Ventura

Dopo aver svolto per diversi anni il fotografo di moda in Italia, Paolo Ventura si trasferisce a New York dove, dotato di grande manualità, comincia a realizzare scenari, spesso con materiale di recupero, e poi a fotografare dei piccoli set teatrali dove mette in scena burattini in miniatura sempre da lui creati, spesso vestiti da soldati o con abiti dei tempi passati.

La fotografia diventa il prodotto finale del suo processo creativo che gli permette di vestire i panni del “costruttore di immagini”.

Un giorno propone queste immagini ad un gallerista newyorkese e poco dopo inaugura la sua prima personale: “War Souvenir”, cui segue il libro con Contrasto e poi ancora un’altra storia: “Winter Stories”  e un libro con Aperture e via via diverse esposizioni negli Stati Uniti ed in Europa.

Dopo 10 anni di Stati Uniti, Paolo Ventura rientra in Italia e vive con sua moglie Kim e con il  figlio tra la Toscana e Milano, continuando a realizzare le sue storie e le sue scenografie.

© Paolo Ventura

War Souvenir è un lavoro composto da una serie di immagini legate fra loro dalle suggestioni della guerra che la nonna gli raccontava durante l’infanzia e l’adolescenza.  Storie che riaffiorano e che si trasformano in tanti piccoli diorami: ricostruzioni in miniatura che, una volta ultimati, vengono fotografati. Paolo disegna le scene, poi cerca, compra, incolla, costruisce ogni particolare. Tutto viene da lui riprodotto in miniatura: case, finestre, pavimento, tavoli, lampade, letti, vasi di fiori, figure umane, animali, anche i cieli.

Il risultato è sorprendente: sembra tutto vero.

Lo spettatore, così come accade spesso anche al cinema, può dedicarsi a svolgere la sua parte, completando il racconto e rendendosi disponibile a credere alla finzione per partecipare al meraviglioso gioco collettivo dell’inganno.

Nel 2009 è la volta di Winter Stories, un racconto dedicato alle suggestioni del freddo, della neve. I paesaggi malinconici punteggiano il suo linguaggio che si fa sempre più preciso e definito, tanto nella ricostruzione delle scene, quanto nella capacità di ricreare situazioni cariche di emozioni e di rimandi.

Il successo di Ventura, da questo lavoro in poi, diventa internazionale.

Le sue fotografie raggiungono quotazioni importanti: il mercato si contende anche i suoi diorami (le sue ricostruzioni, i suoi modellini).

La trilogia di Ventura si chiude con un progetto dedicato a Venezia: L’Automa.

La città viene descritte e riletta attraverso una ventina di fotografie, assieme a una selezione di disegni ed acquerelli di studio dei personaggi e delle ambientazioni – che appaiono come una realtà, veritiera ed illusoria, al tempo stesso, se non onirica.

Ventura offre allo sguardo una sorta di artificiosa e ben confezionata “bugia” che risulta tanto verosimile quanto lo sono gli elementi narrativi dal sapore tragico e desolante della guerra, frutto di memorie familiari tramandate durante l’infanzia. Si tratta di una chiave sicuramente inusuale e poetica per raccontare una storia, in bilico tra sogno e realtà, tra cinema e scenografia, tra fotografia e memoria.

Successivamente Paolo Ventura, in piena coerenza con le opere precedenti, fa un ulteriore passo avanti: scompaiono le figura umane ricostruite e lui stesso  entra nelle sue opere.

Le scenografie si fanno più asciutte: si palesa l’obiettivo di una sintesi totale.

La sua figura di uomo si confronta con la città e con gli spazi immaginati, che si ritrovano nelle nuove serie Short Stories e nella Città infinita.
Raccontando la genesi dei suoi lavori Ventura afferma: “la realtà così com’è, mi interessa poco, esiste già, allora la ricostruisco a modo mio.  Mi interessa raccontare mondi che non esistono. Anche se le scale sono sbagliate, o la prospettiva è allungata o schiacciata, poco importa: la fotografia rende tutto credibile. È sempre stato così.”.

 

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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