Monday, June 17, 2019
Home / Fotografia  / Al MADRE di Napoli “Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra”

Al MADRE di Napoli “Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra”

Organizzata in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York, la mostra comprende più di 160 opere, allestite in un dialogo con opere archeologiche, antiche e moderne

Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra / Choreography for an Exhibition. Veduta della mostra al Madre · museo d'arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante. All works copyright © Robert Mapplethorpe Foundation.

Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra / Choreography for an Exhibition. Veduta della mostra al Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante. All works copyright © Robert Mapplethorpe Foundation.

Si è da poco inaugurata la grande retrospettiva che il Madre dedica ad uno dei grandi protagonisti della storia della fotografia del ventesimo secolo: “Robert Mapplethorpe Coreografia per una mostra”, a cura di Laura Valente e Andrea Viliani.

Organizzata in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York, la mostra comprende più di 160 opere, allestite in un dialogo con opere archeologiche, antiche e moderne, e prevede un inedito e articolato programma performativo che coinvolge alcuni dei più importanti coreografi internazionali.
L’occasione di questa inaugurazione è il trentennale delle prime importanti retrospettive dedicate all’artista, tra cui la mostra itinerante The Perfect Moment, il cui primo capitolo fu presentato all’Institute of Contemporary Art alla University of Pennsylvania di Filadelfia nel dicembre 1988, pochi mesi prima della scomparsa di Mapplethorpe, a 43 anni, il 9 marzo 1989.

Coreografia per una mostra si concentra sull’intima matrice performativa della pratica fotografica di Mapplethorpe, sviluppata, nel concetto e nella struttura di questa mostra, come un possibile confronto fra l’azione del “fotografare” in studio (nell’implicazione autore / soggetto / spettatore) e del “performare” sulla scena (nell’analoga implicazione performer / coreografo / pubblico).

Questa “coreografia” espositiva si articola in tre sezioni fra loro connesse. All’inizio un’Ouverture, nella sala d’ingresso e nelle due sale attigue, che ridisegnano lo spazio-tempo del museo infondendogli un’ispirazione teatrale, tesa nel gioco di sguardi fra le due “muse” mapplethorpiane, femminile e maschile, Patti SmithSamuel Wagstaff Jr.

Per ricercare le radici di questo dialogo “performativo” con la storia dell’arte, il percorso espositivo si riplasma in un museo ipotetico, che attraversa il tempo, in cui la storia dell’arte è messa in scena, come se fossimo in un teatro.

La collezione di questo museo ipotetico include una selezione di opere archeologiche provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli e una selezione di disegni, dipinti, sculture in bronzo, porcellana e avorio in prestito dal Museo e Real Bosco di Capodimonte Napoli, entrambe istituzioni partner di questo progetto. Come già avvenutoper le mostre personali dedicate dal Madre a Boris Mikhailov (2015) e Mimmo Jodice (2016), anche nel caso di questa mostra di Robert Mapplethorpe la ricerca fotografica si approfondisce, e precisa, nel dialogo con la storia dell’arte e con le possibili matrici che essa fornisce alla loro ricreazione fotografica.

A seguire, nelle cinque sale iniziali e nelle sei sale finali (prima sezione), il pubblico è introdotto direttamente sul palcoscenico di questo “allestimento per immagini” – fra balleriniatletibody-builders, modelle e modelli – esplorando la performatività del soggetto fotografato, che Mapplethorpe riprendeva con un’accurata preparazione nel suo studio.

Le due sale che precedono e seguono la sala centrale (seconda sezione) portano il pubblico in una potenziale platea, analizzando il ruolo del visitatore e il suo desiderio ritrovato nello sguardo di decine di ritratti che, nel loro complesso, non solo ci restituiscono uno straordinario diario personale della vita, degli affettiamicizie, incontri, collaborazioni e commissioni dell’artista, ma al contempo ricostruiscono, fra dimensione privata e sfera pubblica, un affresco collettivo della società newyorkese e del jet-set internazionale fra gli anni Settanta e Ottanta del XX secolo. La sala centrale (terza sezione) – dominata da un tappeto rosso per danzatori e da una sequenza di autoritratti di Mapplethorpe – si trasforma in un vero e proprio teatro tridimensionale, in cui, congiungendo fra loro tutti i temi della mostra, la performatività diviene coreografia contemporanea e attuale, con al centro lo stesso artista.

Integrano questa sezione, due sale attigue alla sala centrale: l’(Un)Dressing Room, un vero camerino allestito, dove i performer si scaldano prima dell’esibizione, che ospita alcune immagini che ci introducono nella dinamica dello studio dell’artista, e la X(Dark) Room (vietata ai minori), in cui sono esposte le opere più “segrete ed estreme” a soggetto erotico, fra cui una selezione del famoso Portfolio X.

I vari soggetti di Mapplethorpe, anche i più controversi come le immagini S&M del Portfolio X, sono protagonisti di una messa in scena che rivela continui e sofisticati richiami alla storia dell’arte, in cui evocano archetipi e soggetti universali. Le riprese fotografiche avvenivano, prevalentemente nell’intimità dello studio di Mapplethorpe, dove l’artista predisponeva accuratamente sfondi ed elementi scenografici, insieme a un rigoroso disegno luci, per astrarre in un “tempo senza tempo” il soggetto fotografato.

Il Madre, con questa grande mostra, conferma la sua vocazione di collettore fra diverse espressioni creative, che ripensano e rimodulano sperimentalmente la fruizione e la natura stessa di un museo.
La mostra prevede, per questo, un programma di interventi performativi site specific commissionati dal Madre a famosi coreografi internazionali per rileggere i principali motivi delle opere fotografiche di Mapplethorpe: il richiamo ai canoni dell’arte neoclassica; l’affievolimento delle differenze fra generi e identità sessuali; il continuo concentrarsi sul contrasto bianco-nero; la fragilità (se non l’inesistenza) del confine fra dolore e piacere; il seducente glamour della scena artistica e culturale newyorkese, mescolato ad un gioco di evocazioni di una Napoli un perenne oscillazione tra vita e morte.

CONSIDERAZIONI A MARGINE

Una grande magia nasce quando una mostra non è soltanto una mostra poiché si spinge oltre la semplice esposizione di un lavoro, concentrandosi sul creare percorsi esperenziali che conducono lo spettatore dentro le immagini, ma anche dentro il percorso di vita del suo autore, è lì che nasce una piccola grande magia che apre il cuore e anche la mente.

Da sempre guardo alle immagini di Robert Mapplethorpe pensando a quanto sia stato incredibile la sua capacità di fare della sua vita la sua opera d’arte, senza remore e senza limiti di sorta.

La cultura Americana omosessuale degli anni sessanta, alla quale Mapplethorpe appartiene, la sento, per motivi biografici, molto diversa dalla mia ed è per questo che il mio approccio con il suo lavoro è sempre stato a cavallo tra il didattico e l’incuriosito.

Da un lato, infatti, mi piace studiare la storia della fotografia e scoprire il dietro le quinte di ogni lavoro fotografico e, dall’altro, alle mostre di Mapplethorpe ho sempre prestato attenzione allo stupore dei suoi spettatori nel rapportarsi, con difficoltà, all’eccentricità dei soggetti fotografati.

La trasgressione, l’andare oltre i canoni del “moralmente consentito” che, proprio in quegli anni iniziavano a sgretolarsi, lavorare sulla propria vita scoprendo di poter spingere il proprio limite espressivo sempre un po’ oltre, la ricerca di una bellezza nascosta tra le pieghe di una vita che iniziava ad aprirsi al mondo, sono sempre stati i miei elementi di lettura e decodifica delle sua immagini.

Stavolta, visitando questa mostra al Madre, ho visto molto di più, ma ho impiegato alcuni giorni e tante riflessioni per riuscire a mettere, questi miei nuovi pensieri, nero su bianco.

L’esigenza espressiva di Mapplethorpe si fa forte quando la sua vita apre le porte a nuove e infinite modalità relazionali legate alla scoperta della bellezza e del piacere.

Diventa, in tal senso, vitale questa sua ricerca che si muove lungo un doppio binario, quello della ricerca sensoriale e quello dello studio delle forme classiche.

Nel mio procedere, sala dopo sala, nella narrazione che questa mostra esprime, ho ripreso i miei vecchi modelli di lettura e mi ha emozionato ripercorrere le fotografie di Mapplethorpe rileggendole in parallelo con alcune grandi opere dell’arte classica: troppe volte ci lasciamo sopraffare dall’idea che l’arte americana abbia forti distanze dalle nostre radici culturali.

Mi ha colpito, inoltre, l’idea dei curatori di associare alle immagini di Mapplethorpe le coreografie di alcuni famosi danzatori internazionali: il rapporto del ballerino con la fotografia abbraccia l’idea del rapporto del fotografo con il suo soggetto ma, come recentemente ha affermato il critico Michele Smargiassi, anche con tutti noi spettatori.

La mia idea nuova rispetto al lavoro di Mapplethorpe è strettamente connessa ai propri desideri di vita.

L’arte è un meraviglioso viatico delle proprie emozioni: avere la capacità di ricrearle fotograficamente aiuta il fotografo ma anche lo spettatore a dare una patente di autenticità a tutti i propri non-detti e non-espressi

Entrare nella propria fotografia senza sovrastrutture, togliendosi le maschere, può aiutare a dare una svolta alla propria vita.

Spesso, guardando alcune fotografie nelle quali scorgo una bellezza commovente, mi viene da pensare che se il fotografo ha visto una scena allora può accadere anche a me o a tutti noi che stiamo fruendo di questa sua opera.

Passa alla storia chi crea bellezza, chi ci aiuta ad ampliare il nostro sguardo portandoci in luoghi inesplorati, ma anche chi crea in noi delle magiche risonanze con il nostro vissuto, aiutandoci a non averne più paura, venendo allo scoperto tutti assieme.

INFORMAZIONI PRATICHE

Dal 14 Dicembre 2018 al 08 Aprile 2019

Napoli

Luogo: Museo Madre

Indirizzo: via Luigi Settembrini 79

Orari: da Lunedì a Sabato 10-19.30; Domenica 10-20. Martedì chiuso. La biglietteria chiude un’ora prima

Curatori: Laura Valente, Andrea Viliani

Costo del biglietto: Intero € 8, Ridotto € 4, gratuito bambini fino a 6 anni, gruppi scuole prenotati e insegnanti accompagnatori, docenti di storia dell’arte, giornalisti con tesserino, guide turistiche ed interpreti, portatori di handicap e loro accompagnatori, dipendenti della Regione Campania, membri ICOM-ICROM, possessori AMACI card, possessori Contemporaneamente Italia card, studenti universitari secondo normativa

Telefono per informazioni: +39.081.197.37.254

E-Mail info: info@madrenapoli.it

Sito ufficiale: http://www.madrenapoli.it

© Robert Mapplethorpe

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

Review overview