Tuesday, July 23, 2019
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Guido Harari in mostra a Napoli a The Gallery. Ritratti rock dei VIP (inter)nazionali

Il maestro della fotografia rock approda a Napoli, a The Gallery Studio, con una selezione di ritratti realizzati durante la sua carriera. Bob Dylan, Giorgio Gaber, Lou Reed, Pino Daniele, Gassman, Fo… visti molto da

© Guido Harari

La folgorazione di Guido Harari

Guido Harari dal ’73 in poi ha firmato le copertine degli album tra i più grandi musicisti nazionali ed internazionali.

Ha incontrato molto da vicino Bob Dylan, Patty Smith, Tina Turner, Chuck Berry, Bob Geldof, Van Morrison, Joni Mitchell fino ai nostri Paolo Conte, De Andrè, Piero Pelù, Edoardo Bennato, Fiorella Mannoia, solo per citarne alcuni. È tra i più grandi maestri del panorama internazionale della rappresentazione fotografica della musica rock. Ma non solo.

 

Flash-back.

24 giugno 1965. Guido Harari a 12 anni è con una Zeiss al Vigorelli di Milano. Dopo una sfilza di gruppi di supporter, compaiono finalmente i Beatles.

È un trauma di 40’ per Harari. Ma positivo: da quell’anno i Beatles non avrebbero mai più suonato in Italia e da allora scattò probabilmente nel giovanissimo fotografo, quell’istinto di conservazione di emozioni del palco rock.

Un istinto maturato anche dal fatto di essere nato troppo tardi per poter vivere a contatto con la nascita di quel fenomeno che ebbe la sua apoteosi coi Festival di Woodstock e dell’Isola di Wight. Forse in lui un desiderio latente di recuperare il tempo non vissuto.

Fotografia on the stage

Spesso è stato fotografo ufficiale dei più prestigiosi tour di artisti internazionali. Beccandosi invidie e ammirazioni dei colleghi costretti al sottopalco e per i soli fatidici “primi tre pezzi”, Harari aveva libero accesso alle “zone rosse”: dal palco ai “transit-camerini”.

Ha iniziato senza accrediti, senza pass, senza essere l’inviato “di”. La passione per la musica lo portava ad essere sempre il primo a un concerto.

Guido Harari era lì “prima del tempo”. Ore della sua vita trascorse nelle hall degli alberghi in attesa di incrociare gli artisti che lo “riconoscevano” dalla sua aurea rock, dai simboli “lookotici” che lo rendevano parte del branco. Due parole, qualche battuta e si ritrovava invitato ad assistere (e fotografare) le prove generali. Il check sound era l’opportunità per gli scatti alternativi, diversi. Quelli più amati dai fan incalliti.

Entrava nelle sale d’incisione per studiare l’umore degli artisti, scorgendone vezzi, tic, debolezze, punti di forza.

© Guido Harari
© Guido Harari

Il ritratto, l’empatia di Harari

Un privilegiato? Un raccomandato? Certamente! Raccomandato de se stesso, dal suo modo di lavorare, da come si è sempre approcciato con i musicisti che vedono in lui un amico più che un professionista.

Perché la passione in ciò che si fa, è sempre premiata da chi “a pelle” comprende che non cerchi di entrare nell’intimità per fare gossip o business, ma semplicemente per il desiderio di gratificare e soddisfare con i propri scatti il senso di ego, piccolo o grande che sia, che ogni artista ha. Uno scambio. Un rapporto d’amore e d’amicizia. Come fotografare persone di famiglia con affetto, simpatia. Ironia, a volte.

Per fare un ritratto, che sia ambientato, in studio, on the road, on the stage… non basta la padronanza tecnica di una reflex o di una folding e della luce. Bisogna entrare in empatia col soggetto che si ha di fronte.

Conoscerne la storia, sentirne la voce, sapere cosa pensa, cosa si aspetta dalla vita, se ha una sua idea politica o religiosa. Insomma, c’è da sentire il respiro della pelle, l’alito dello sguardo, le vibrazioni dell’anima. Altrimenti fai una foto. Non un ritratto, sebbene tecnicamente perfetto.

Guido Harari è un ascoltatore non solo di rock ma di ciò che hanno dentro i musicisti o altri personaggi del mondo dell’arte, della cultura… Ascolta il loro ritmo, l’energia, l’armonia umana che trasmettono. Respira con loro sulle stesse lunghezze d’onda.

… affamato di rapporti che attivino eccitanti meccanismi creativi. Mi invento senza quasi rendermene conto, un ,mix stordente e pericoloso di passione e professione: quello di fotografo “rock”.

Ma per arrivare a certi risultati nella ritrattistica, bisogna innanzitutto conoscere profondamente se stessi, non avere sovrastrutture mentali, né condizionamenti. Essere liberi dentro. Essere schietti e trasparenti con se stessi e quindi con gli interlocutori. Ogni proprio sentimento va messo da parte. Il centro d’attenzione sul quale concentrarsi totalmente è la persona che si ha davanti. Da ascoltare.

E ascoltando l’interlocutore, avvengono fantastici cortocircuiti dai quali possono nascere immagini “persempre”, di quelle che si ricordano, non ridondanti. Come il ritratto all’uomo che non c’è, un Ennio Morricone invisibile, quello di cui ascoltavamo le colonne sonore di film di successo, ne leggevamo il nome nei titoli di coda, ma in pochi conoscevano il suo volto perché era quello “dietro la porta” del set cinematografico.

<<Fu un’idea del Maestro”, dice Harari, ma si sa che per interpretare al meglio l’idea di qualcuno l’empatia è dote essenziale.

© Guido Harari

La fotografia di Guido Harari

Tra i suoi maestri di riferimento c’è Giuseppe Pino, Jim Marshal, Annie Leibovitz. Praticamente ritrattisti che spaziano dal puro reportage di back-stage, al ritratto in studio fino al ritratto ambientato.

Back-stage, on the stage, sottopalco, campo libero a Guido Harari.

I musicisti si muovono sul palco e le luci di scena anche, e spesso queste sono in controluce.

Oggi non ci sono le difficoltà che c’erano fino agli anni ’90 per fotografare un concerto.

Pellicole da 36 scatti che a 1600ISO già sfoderavano i “pallettoni”, c’erano i tecnici delle luci ma non i light-designer con sofisticate strumentazioni. La qualità degli obiettivi non era quella attuale e bastava un faro che si spostava nel momento inopportuno per far “vaporare” la luce bruciando eccessivamente l‘intera figura dell’artista.

Non c’era il Camera Raw per “aggiustare”, non si croppava l’inquadratura di una diapositiva.

Se non avevi sufficiente esperienza ti usciva, forse, una foto buona su 36.

 

Ma in realtà la produzione di Guido Harari che lo caratterizza maggiormente, è quella realizzata per le copertine dei dischi, per le riviste King, Rockstar e altre ancora, per i management artistici, per le produzioni musicali per le quali collabora…

Immagini rubate durante i tour o in sale di incisione, scattate in studio o su set allestiti on the road, in esterni, nelle stesse case dei personaggi ritratti o in location che si prestano al loro stile e personalità.

E abbiamo un Bob Dylan in bianconero ma più nero che bianco in cui traspare un impercettibile sorriso di complicità col fotografo data la reciproca riluttanza ad ogni genere di sistema.

L’apoteosi del sorriso giullare di Dario Fo e la drammaticità espressiva di Vittorio Gassman. L’artista Mimmo Paladino in simbiosi con le sue opere. Un Bob Marley avvolto da una nube di “fumo”.

E ancora, il compianto “rock dei rock”, Mr. Lou Reed, con la moglie Laurie Anderson, in cui sfodera un sorriso dolcissimo. Ormai icona della storia della fotografia.

La fotografia è rock, come direbbe qualcuno, ma quella di Guido Harari è più rock di tutte.

Per smentirmi, trovatemi un altro ragazzino di 12 anni con una Zeiss a tracolla a un concerto rock.

 

Guido Harari. Ritratti | Mostra fotografica (Ingresso libero gratuito)

The Gallery Studio | Via Giosuè Carducci 2, Napoli

Vernissage venerdì 16, dalle 19.00 alle 22.00

 

Aperture:

– sabato 17 novembre dalle 10,00 alle 13,00
– sabato 17 novembre dalle 17,00 alle 20,00
– domenica 18 novembre dalle 10,00 alle 13,00
– lunedì 19 novembre dalle 10,00 alle 13,00
– giovedì 22 novembre dalle 10,00 alle 13,00
– sabato 24 novembre dalle 10,00 alle 13,00

marco@photopolisnapoli.org

Diplomato in grafica pubblicitaria e fotografia all'I.S.A. Umberto Boccioni di Napoli. Sono il primo ad aver conseguito la laurea triennale del corso di Graphic Design presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli (Ottobre 2011). Fotografo professionista ho collaborato, tra l’altro, come free-lance negli anni '90 coi principali quotidiani nazionali fornendo immagini di spettacolo e attualmente con l'editoria specializzata in viaggio e turismo.
Organizzo eventi di arte partecipata relativi alla mia ricerca artistica Impossible Naples Project.

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