Wednesday, November 21, 2018
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Il commissario, il beccamorto e il pecorino di fossa

Verbale N.52 a carico del decurione Giuseppe di Arimatea, nemico giurato delle fosse comuni. Le castagne, il rosso feroce e la pizza croccante

C’è fossa e fossa

Mangiamo castagne bollite accompagnate da un rosso toscano tannico al punto giusto. Il mio amico anatomopatologo in pensione mi racconta di Giuseppe -uno dei settanta componenti della suprema istituzione giudaica del Sinedrio- che si trovava in Palestina al momento del triste episodio delle tre crocifissioni.

Essedo egli un uomo tra i più affermati e potenti della congrega si recò personalmente dal governatore romano Ponzio Pilato a chiedere la restituzione del corpo del Nazareno. Il diritto romano prevedeva che i sovversivi, così come i ladri, dovessero essere crocifissi e poi gettati nelle fosse comuni, senza esequie e senza nome. Il corpo gli fu eccezionalmente concesso e lui lo fece sistemare nella sua tomba personale, una grotta nelle vicinanze del Calvario davanti alla quale fu poi fatta rotolare l’enorme pietra circolare tante volte descritta nelle scritture. Pare che le motivazioni del suo gesto caritatevole fossero legate al fatto che era diventato un seguace di Gesù pur non dichiarandolo pubblicamente per timore di pericolose ritorsioni a opera dei rappresentanti del Sinedrio. Ritorsioni che non tardarono ad arrivare: di lì a poco fu arrestato e rinchiuso in un fosso perché morisse di fame. Per sua fortuna lo stesso luogo era stato scelto da alcuni pecorai della zona per custodirci le loro preziose forme di pecorino e sottrarle alle razzie delle soldataglie romane. Così Giuseppe, il decurione sepolto, si diede ad azzannare formaggi affinando l’attitudine a determinarne il giusto punto di stagionatura.

Mi azzardo a trarre conclusioni raffazzonate… si può dire che il giusto di Arimatea si segnalò come necroforo dell’anno zero e, allo stesso tempo, come degustatore di pecorini di fossa.
A proposito di necrofori azzannatori, un vermetto spuntato dalla castagna che tengo tra le dita mi fa tornare in mente che il termine beccamorto, utilizzato bonariamente per gli addetti ai servizi di pompe funebri,
deriva dall’antica tecnica utilizzata per sentenziare con certezza il trapasso del trapassato dandogli un deciso morso all’alluce, un punto molto sensibile. Quella metodologia si era sviluppata in periodi di guerre e pestilenze quando l’altissimo tasso di mortalità e la scarsità di medici legali ne rendeva necessario l’impiego.

Da beccamorto a becchino. E il beccaio? Beh, quella è un’altra storia, anche se l’ambito è lo stesso, sempre di corpi si tratta, però c’è da distinguere: il termine beccaio nasce con l’arte del macellare e vendere carne di becco cioè caprina, la più disponibile e mangiata nel medio evo.

L’allegro cicaleccio della morgue del bon ton

L’aperitivo autunnale mi ha scavato una fossa nello stomaco. Devo correre ai ripari ma alle sette di sera non è facile. In più adesso piove un’antipatica acquerugiola sabbiosa che fa scricchiolare l’asfalto al passaggio delle auto. Per merito dei racconti di feretri e fosse riesumo il ricordo del posto giusto dove andare a placare il mio rantolo di fame.

Vado all’Obitorio! Pasolini l’ha ribattezzato così ma i per i trasteverini è sempre stato “Ai marmi” per via della grande sala illuminata a giorno fitta di tavoli accostati l’uno all’altro con gli immortali ripiani di marmo degni di una morgue da libro giallo.

Varco la porta a vetri di alluminio bronzato in stile ristrutturazione economica e riassaporo quell’atmosfera da orologio fermo che tanto gradisco. Qui ci si può entrare anche solo per un filetto di baccalà scrocchiarello e un bicchiere di bianco dei castelli.

Ci sta sempre il banco frigo dei contorni e antipasti del giorno sormontato da pannelli luminosi che riesumano antiche parole come fagioli all’uccelletto e supplì al telefono.

A quest’ora la truppa dei camerieri-cassamortari in camicia bianca e cravatta nera e i pizzaioli simili a incerti pulcinella in trasferta, ozia inoperosa davanti alla fiamma del grande forno a legna.

Siedo nei pressi della zona impastamento a origliare le loro chiacchiere di aquile e di lupi.

Poi i pizzaioli, infischiandosene del neon sopra le loro teste che promette “pizza napoletana”, stiracchiano col matterello i dischi lievitati fino a renderli lenzuolini immacolati.

E quando li vedo allineati così, sulla lapide fredda del piano marmoreo, trovo confermato l’epiteto pasoliniano.

Sgranocchio un fiore di zucca ripieno di mozzarella e alici mentre l’animazione attorno a me cresce; si avvicinano le otto e gli avventori si danno da fare per occupare i marmi nudi; le olive verdi compaiono assieme alle fogliette di bianco e comincia il balletto.

Devo spendere due parole sulla clientela del posto che è tra le più eterogenee del pianeta. Siamo a Trastevere e i giapponesi e i tedeschi sono di casa così come gli ex-americani residenti fin dagli anni ’70 ma la vitalità degli indigeni d’oltrefiume è ancora lungi dal soccombere. Ci sta la matrona con la capigliatura a panettone e l’abito a fiori in compagnia di un bretellato trippone e c’è la coppietta che si sbaciucchia senza badare ai loro quattro pargoletti che galoppano per la sala. In un gruppetto di studenti, il più abile, riesce a sezionare in quattro pezzi di pari peso una crocchetta di patate. Qui se magna pe’ magnà! Sui marmi si moltiplicano i peroncini e i tovaglioli di carta unti e appallottolati.

Sotto i soffitti alti tutti gorgheggiano felici: sono gli eterni scampati a tutto, i transeunti voraci di piselli e guanciale. Voglio mangiare tutto quello che mangiano loro e bere birrette e litrozzi!

Un filetto di baccalà, un supplì, i fagioli con cipolle, le patate cacio e pepe, due crocchette, le olive ascolane, una scamorza al forno, i fagioli con l’osso di prosciutto, i funghi trifolati, tre bruschette assortite, caciotta e salame. Di pizze “napoletane” sottili e croccanti ce ne vogliono almeno tre: la marinara, la capricciosa e una salsiccia e funghi. Più un calzone.

Il rischio dell’indigestione non mi tange. Se in caso, prendo il tram all’angolo e vado fino a San Lorenzo agli alberi pizzuti.

Valutazione concordata con un vespillone di passaggio: tra 33 e 47.

Pizzeria Panattoni “Ai Marmi” Viale Trastevere 53, Roma

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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