Wednesday, November 21, 2018
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Intervista: La forza e la delicatezza nelle poetiche espressioni di Miriam Altomonte

Miriam Altomonte si racconta a Federica Cerami, spiegando dove nasce, nelle sue immagini, quel contrasto che piacevolmente spiazza lo spettatore, togliendogli ogni certezza alla quale potersi aggrappare.

© Miriam Altomonte

Contaminazioni, segni opposti, complementarietà, fusioni, desiderio di libertà, liricità e estasi e poi una appassionata ribellione alla massificazione del linguaggio iconico oggi in atto.

Tutto questo ma anche molto di più è contenuto all’interno del lavoro artistico di Miriam Altomonte.

Conosco da tempo Miriam e da lontano osservo le sue infinite espressioni creative attraverso i social: sono incantata e incuriosita.

Arriva, dalle sue immagini, una forza e una delicatezza che piacevolmente spiazzano lo spettatore, togliendogli ogni certezza alla quale potersi aggrappare.

L’espressione diventa esigenza di segnare il proprio passaggio su questa terra e, immagine dopo immagine, viene sussurrata e urlata al tempo stesso, cercando di coinvolgere lo spettatore con una narrazione che accarezza e scuote al tempo stesso.

È come se ogni suo lavoro portasse con sé uno spazio di inesplorato che riesce, poi, a confluire nel suo lavoro successivo, lasciando lo spettatore con una sensazione di incompiuto e di tensione verso un altrove che deve ancora arrivare.

Ho passato in rassegna i lavori di Miriam e adesso voglio saperne di più.

L'intervista

(Federica Cerami) Ti riconosci nelle parole della mia scheda introduttiva o c’è dell’altro di te che vuoi raccontarci?

(Miriam Altomonte) Ti ringrazio per le tue parole e l’attenzione e la cura verso il mio lavoro. Non potevi che coglierne i due aspetti che delineano gran parte dei miei contenuti: la forza e la delicatezza.

È esattamente così: provo in qualche modo a far convivere la mia fotografia tra queste due antitesi. È sempre difficile parlare di me e delle immagini a cui provo a dar vita. Negli ultimi anni, quando sento la necessità di comunicare qualcosa che sia un messaggio di gioia o di dolore, lo faccio lasciando ai miei passi una fotografia e proseguendo il viaggio. E’ un modo per liberarmene ed andare oltre.

(F.C.) Se dovessi descriverti attraverso il tuo lavoro cosa racconteresti a chi non ti conosce ancora?

(M.A.) Mi scatterei una foto, la stamperei e poi la esporrei in una stanza vuota dicendo: “ecco questa sono io”.

(F.C.) Quando è iniziata a emergere la tua anima creativa e come sei riuscita a darle una forma?

(M.A.) Da piccola ricordo che trascorrevo ore disegnando e costruendo vestiti alle mie bambole; ne avevo due, per me erano speciali e meritavano di indossare qualcosa fatto apposta per loro.

Ho sempre avuto la necessità di raccontare la realtà “filtrata” che percepivo attraverso il mio contrastato modus a cavallo tra delicatezza e forza.

Ho iniziato a danzare quando ero molto piccola, approfondendo negli anni le diverse tecniche: dalla danza classica a quella moderna, fino ad approdare alla danza contemporanea .è stato un percorso fondamentale per la mia vita, ho imparato a percepire ogni centimetro del mio corpo, gestire l’energia, la forza, la delicatezza. ho imparato il sacrificio, la dedizione, l’amore, la passione e, soprattutto, la determinazione.

Nonostante il mio amore per il teatro, non ho mai sentito profondamente il desiderio di diventare una ballerina.

Amavo “comporre” , con il mio corpo, forme in uno spazio vuoto ed è così che ho iniziato ad approfondire la composizione coreografica ed il teatro danza.

La svolta è avvenuta quando ho iniziato il mio percorso universitario nell’Accademia di Belle Arti di Napoli nel dipartimento di arti visive, scegliendo la Pittura.

Da questo momento ho iniziato a fondere danza e performance con questo nuovo “strumento”, attraverso il quale riuscivo contemporaneamente a auto riprendermi, fino ad auto ritrarmi.

È iniziata così la mia relazione con la fotografia, un po’ come una storia d’amore, ci siamo incontrati per caso fino a concludere i miei studi scegliendo di specializzarmi in Fotografia: il mio linguaggio artistico.


(F.C.) Qual è l’origine della tua forte esigenza espressiva?

(M.A.) Parte tutto dallo stomaco, passa per il cuore, irradia gli arti, illumina la mente che conosce e vede già perfettamente ciò che va realizzato, ma prima di ogni cosa c’è il cuore che è pronto ad aprirsi e ad accogliere.

(F.C.) Come te lo immagini il destinatario del messaggio inciso nei tuoi lavori?

(M.A.) Chiunque abbia un cuore sincero.

(F.C.) Nei tuoi racconti c’è sempre un filo rosso che collega più strumenti espressivi, ma la fotografia sembra essere il tuo strumento privilegiato.

Ci racconti le connessioni dei tuoi linguaggi espressivi attraverso la tua produzione artistica?

(M.A.) Mi sono ancorata ancora di più alla fotografia a seguito di una frattura ad un piede che non mi ha permesso di danzare per un lungo periodo.

In quel periodo mi chiudevo nella mia stanza con musica e fiori, danzavo e mi fotografavo in modo spasmodico come se stessi cercando qualcosa.

La sensazione preponderante è stata sempre quella di felicità assoluta e leggerezza senza alcun apparente motivo reale. In seguito ho approfondito diversi linguaggi espressivi, ma la danza forse è stato quello più incisivo con il mio rapporto con la fotografia.

Ancora oggi continuo a dire al mondo: io non fotografo, danzo.

(F.C.) A cosa stai lavorando in questo periodo?

(M.A.) Sono molto restia ad aprirmi su questo argomento, poiché la mia sperimentazione è vorace, tempestosa ma allo stesso tempo, timida e introversa. Spero, a breve, di “mostrare” e non descrivere ciò che chiedi.

(F.C.) Studiando i tuoi lavori trovo tanti riferimenti ad una certa cultura fotografica che va da Diane Arbus, passa per Francesca Woodman, attinge anche a Arno Minkkinen e approda in un limbo di contemporaneità che si sta scrivendo in questi tempi attraverso una corrente definita Intimacy. Hai dei riferimenti nell’arte ai quali attingi nel tuo lavoro?

(M.A.) Inevitabilmente la cultura visiva storica influenza la nostra vita.

Autori importanti che hanno scritto la storia dell’arte sono impressi nella nostra memoria.

Sono artisticamente molto vicina agli autori citati, però t tento di non guardarli troppo, per evitare di legarmi a riferimenti specifici.

Ci sono, poi, degli autori che amo pur essendo molto lontani dal mio stile fotografico e che forse, proprio per questo, mi arricchiscono.

La mia fonte di ispirazione è anche il Cinema e la letteratura.

Tra i miei registi preferiti Terrence Malick: nei suoi film respiro un’aria molto vicina al mio mondo.

(F.C.) C’è qualcosa che non hai ancora esplorato attraverso il tuo linguaggio?

(M.A.) Non mi sono mai posta la domanda su cosa potrei o non fare…

Con questo sospeso leggero chiudo, momentaneamente, la porta che ho aperto nel mondo di Miriam e mi predispongo ad accogliere visivamente le sue future sperimentazioni. So bene che avrà ancora tanto da raccontare a noi tutti.

Ogni nuova fotografia aggiungerà un piccolo tassello al grande disegno vitale della sua persona nel quale tutti, proiettandoci potremo, anche solo in parte, provare a riconoscerci e segnare le tappe di questo forte e leggero nostro anelito di vita.

Alcuni link ai lavori di Miriam Altomonte

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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