Wednesday, November 21, 2018
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L’ultimo spot della Huawei. Dalla velocità dell’azione alla lentezza del pensiero  

È uscito, da pochi giorni, il nuovo spot della Huawei, la casa cinese produttrice di smartphone riconosciuta in tutto il mondo.Vi invito a guardarlo con molta attenzione, provando a ripensare agli elementi di novità e

© Huawei

Lo spot

La scena si apre con un ragazzo che si trova ad attraversare, assieme a degli amici, in bicicletta, un bosco caratterizzato da una atmosfera molto suggestiva.

All’improvviso, il suo cammino viene fermato da una visione molto particolare.

Fa capolino, tra il fitto verde, uno stranissimo animaletto dall’aria molto dolce, che scopriremo solo in seguito appartenere a una fantasiosa razza denominata “gnu gnu”.

L’incontro tra i loro sguardi genera un incanto da fiaba e tutto il mondo sembra fermarsi.

Questo incanto, però, dura ben poco e il ragazzo velocemente estrae il suo nuovo cellulare Huawei, lo impugna con destrezza e altrettanto velocemente scatta una meravigliosa, quanto insolita, fotografia.

Il pensiero corre alla stessa velocità di come corrono le informazioni sul web.

Il ragazzo ovviamente sa che questa fotografia è nata per essere postata su di un social e sa bene che raccoglierà molti consensi, generando curiosità e aspettative.

Tutto il pubblico vorrà adeguarsi mediaticamente a questa nuova icona, portandola ovunque nella propria quotidianità.

Sta per nascere un fenomeno che porterà fama e successo: tutto è nelle sue mani.

C’è una piccolissima pausa nello scorrere veloce delle immagini e gradualmente si palesa il risvolto negativo di questo possibile fenomeno “gnu gnu”.

Degli uomini senza scrupoli prenderanno questo animale e lo porteranno via dal suo bosco per inserirlo, di forza, nella vita degli uomini.

Lo sradicamento comporterà delle conseguenze: l’animale perderà la sua libertà e anche la sua dignità.

Basta un attimo e il ragazzo, nonostante abbia già scattato la fotografia, decide di tornare indietro sui suoi passi: non posterà la fotografia sui social e la cancellerà dalla sua galleria fotografica.

Tutto rimarrà inalterato e la visione dell’animale resterà solo un bel ricordo.

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Una mia riflessione

Finisce lo spot e a me vengono in mente tante riflessioni, magari anche di segno opposto e su svariati punti di riflessione.
Iniziamo dal focus: tutto parte dall’idea di pubblicizzare l’ultimo modello di un cellulare, ma alla fine, ripensandoci, voi vi siete concentrati sul cellulare, sull’idea di dove finiscono oggi le fotografie, una volta scattate, o forse sull’atto fotografico in sé?
Non è certo la prima volta che una pubblicità si spinge ben oltre la sola idea di elogiare il proprio prodotto, elencandone le caratteristiche uniche e innovative.
Non è nemmeno la prima volta, inoltre, che una pubblicità, partendo da un prodotto da commercializzare, decida, in realtà, di soffermarsi sugli aspetti concettuali, sul messaggio etico o altro ancora, dedicando poco tempo al prodotto stesso.
Ho dovuto e voluto rivedere questo spot varie volte, perché, ogni volta, ho trovato un punto di osservazione nuovo.
All’inizio ho pensato ad una idea di demonizzazione del cellulare stesso, visto come strumento di distrazione di massa che allontana il ragazzo dalla percezione dello spazio magnifico in cui si trova a transitare.
Ho pensato che i diabolici pubblicitari avessero, in tal senso, voluto puntare l’attenzione sul cellulare come “oggetto transazionale”, un oggetto, cioè, che secondo lo psicanalista Winnicott sostituisce il rapporto madre-figlio, lasciando a quest’ultimo un surrogato di sicurezza affettiva, utile per attraversare la fase dello sviluppo e differenziarsi dalla madre.
Questo punto di osservazione non mi ha convinto del tutto e, a una seconda visione dello spot, ho iniziato a sentire una inquietante idea di velocità nella quale siamo tutti passivamente finiti dentro, senza averla coscientemente scelta.
Velocemente passiamo da una scena ad un0altra, velocemente guardiamo e azionando una sorta di pilota automatico scattiamo una fotografia con il cellulare: quante volte ci capita di essere attori di questo tipo di esperienza?
Quando mi si è insinuato questo pensiero mi sono fatta distrarre dall’idea del social (Instagram, Facebook o altro ancora), che è rappresentato, nello spot,  come un contenitore indistinto di esperienze di vita destinate a finire in una sorta di tritacarne virtuale che non separa, non distingue e lascia fluire tutto, dandolo in pasto a tutti.
Mi sono fatta mille e più domande sul senso della comunicazione di oggi attraverso i social, su quanto il web, nella sua semplicità e nel suo essere alla portata di tutti (o quasi) ci abbia condotto verso una rivoluzione anche nei contenuti della comunicazione oltre che delle modalità trasmissive degli stessi.
Non voglio fermarmi sui giudizi di merito che facilmente vengono fuori quando si apre questo, oramai, vecchio e al tempo stesso nuovo argomento in una discussione.
Troppe volte ho ascoltato e letto delle demonizzazioni che non hanno aggiunto nulla di nuovo e troppe volte ho visto come, questo atteggiamento di chiusura può, a mio avviso, portare a non comprendere quanto spingersi con libertà verso nuovi orizzonti, serve ad essere meravigliosamente inclusivi verso tutto il mondo.
Aggiungere e non togliere può essere una modalità utile per costruire una grande rete, facendo partecipare tutti al grande dibattito della vita, ognuno con i suoi contenuti e ognuno con i suoi strumenti.

Alla mia ennesima visione di questo spot sono approdata a una idea che da sempre mi anima molto che è anche alla base, di un certo agire fotografico: l’elogio della lentezza.
Ho immaginato i creatori di questo spot come degli asceti contemporanei che amano la tecnologia avanzata, ma riflettono sul concetto di lentezza come modalità del buon vivere.
Mi piace pensare, ma chissà poi se sia vero, che questo spot è un meraviglioso inno alla lentezza, vista non certo come un modus operandi fuori dalla contemporaneità, quanto, piuttosto, come una possibilità di concedersi il giusto tempo che permetta ad ognuno di noi di sentirsi centrato  su se stesso e in armonia.
Cartier Bresson sosteneva che: (la fotografia) “è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore”.
Mi ci ritrovo pienamente in questa affermazione dalla quale però ne vengo fuori con la mia personale variabile tempo che è ben più lenta di quella utilizzata dal maestro: allineare mente occhi e cuori richiede molto tempo.
È proprio questo tempo lungo che, oggi, dovremmo riprenderci tutti, per ritrovare la consapevolezza, che tante volte per distrazione o per desiderio di conformarci agli altri, abbandoniamo lungo i nostri tortuosi cammini di vita.
Sposo una idea di lentezza dello sguardo indispensabile strumento per lasciare filtrare la bellezza da tutto ciò che riusciamo ad incontrare e a farla diventare finalmente nostra.
Per essere autentici, senza barriere e preconcetti e pienamente immersi nelle nostre esperienze di vita, possiamo adoperarci a utilizzare una certa lentezza, che ci garantisce il tempo necessario per interrogarci e capire cosa stiamo provando rispetto alle nostre visioni, una lentezza che ci permette di fotografare mentalmente il nostro pensiero e di tradurlo in immagini  utili per trasmettere il nostro messaggio e la nostra impronta sul mondo.

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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