Monday, August 19, 2019
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Il commissario mangione e il rapitore di nani

Foresto Sparso. Sperso e affamato nella foresta eccomi al punto di partenza per aver mangiato, briciola dopo briciola, tutti i miei ricordi

Foresto Sparso © Ilas / Tonino Risuleo

Sette volte sette

Non sono un appassionato di numerologia. Non ho un “mio” numero e neanche sono forte nel far di conto. Ma non riesco a non pensare che il 7 sia proprio un numero sospetto. Tralasciando colli romani, note musicali, giorni della settimana e vizi capitali ho concentrato la mia attenzione sui nani della fiaba di Biancaneve. Sette anche loro. Anche se i nomi italiani alludono alle loro note caratteriali si fa sempre fatica a ricordarli tutti: si finisce per tralasciarne uno o si ripete per due volte lo stesso. Portato come sono a individuare collegamenti e ricostruire percorsi ho scoperto una serie di elementi che vanno considerati.

Sono sette, hanno iniziali tutte diverse tra loro che vanno, in stretto ordine alfabetico, dalla B alla P. Le lettere del nostro alfabeto sono 21, cioè 3×7 e nelle prime sette troviamo quelle di cinque nomi: Brontolo, Cucciolo, Dotto, Eolo e Gongolo. Nelle seconde sette solo due: Mammolo e Pisolo. E nelle ultime sette neanche una. Non so se c’è un perché ma è così.

I nomi identificano anche stati d’umore che appartengono a ognuno di noi: il malumore astioso dei momenti brutti, la regressione bambocciona dell’insicurezza, l’alterigia prepotente, lo sfogo irrefrenabile, lo sguardo fesso dell’imbertucciamento, l’angelica negazione del misfatto e la passione per l’ozio più bradipistico.

Ecco che i nani operosi tornano cantando ai loro sette lettucci e io mi avvio ad adempiere alle piccole consuetudini del sabato.

Jana, la principessa nana di Villa Valmarana

Appiccicato sulla parete del mio barbiere, accanto alla specchiera, c’è il ritaglio di un giornale dei primi dell’ottocento su cui Sir Charles Hamilton, un riccone del Surrey, aveva fatto pubblicare un annuncio di ricerca per un Eremita ornamentale da collocare nell’eremo eretto in un angolo del giardino di sua proprietà.

Si specificava che quello selezionato avrebbe ottenuto -oltre l’ovvio vitto/alloggio- una Bibbia, degli occhiali da lettura, una stuoia per poggiare i piedi, un cuscino per riposare e una clessidra per osservare lo scorrere del tempo. All’eremita sarebbe stato fornito un saio di pelle di capra da indossare nei rari momenti pubblici. Come unico obbligo quello della permanenza nell’eremo senza possibilità di uscita e del silenzio. Ma con la libertà di lasciarsi crescere capelli, barba e unghie. Nessun obbligo invece per quanto riguardava l’uso di acqua e sapone.

Il salario, corrisposto allo scadere dei sette anni di contratto, sarebbe stato di 100 sterline per anno. Pare che ci fu un solo candidato ad accogliere la proposta per poi essere licenziato dopo sole tre settimane: fu trovato ubriaco e in lieta compagnia in un pub al ridosso delle mura del giardino.

Per fortuna la moda non riuscì a imporsi e presto nei giardini degli aristocratici si prese a ospitare dei soggetti più naturalmente predisposti all’immobilità.

Fu un altro inglese -Sir Charles Isham- che lanciò la nuova moda riportando da un viaggio in Francia ventidue (7×3+1) figure antropomorfe di terracotta che collocò nelle aiuole del suo bel parco.

Approfondendo l’argomento mi sono imbattuto nella poetica leggenda della sfortunata Jana, principessa di Villa Valmarana. La poverina, nata nana, viveva confinata nella sua prigione dorata insieme ai suoi servi, nani anche loro. La sua famiglia aveva pensato così perché non notasse la sua menomazione. Purtroppo un giorno, un bellissimo principe di un metro e sessantotto, con gli occhi neri e un possente cavallo bianco penetrò nel suo giardino segreto; la solitaria principessa incappò in un istantaneo colpo di fulmine e se ne innamorò. Però, presa coscienza della sua diversità e certa di non poter essere riamata, per il dispiacere si gettò dalla torre, come si dice, più alta. I suoi piccoli servi fedeli, disperati e mortificati, decisero di pietrificarsi sul muro di cinta della villa per rimanere per sempre accanto alla loro principessa a vegliare sul suo sonno e sui suoi sogni.

A tavola col nano

Neanche i nani da giardino faranno storia. I piccoli ospiti, senza volerlo, hanno innescato un movimento di protesta che accusa di perfidia i proprietari delle villette che li ospitano. I piccoli lari di coccio non hanno il cuore di pietra, anzi, gli attivisti del FLNG-Fronte di Liberazione dei Nani da Giardino sostengono addirittura che abbiano un’anima.

Il Movimento è nato in Francia attorno al 1995 e ha trovato rapidamente adepti in tutta Europa.

I partigiani agiscono per motivi ideali e di principio combattendo la loro causa con l’eliminazione fisica della specie o adoperandosi per la sua emancipazione. Li sottraggono al loro destino per riportarli nella foresta o per fracassarli e liberarne le anime impedendo il loro restauro e la ricollocazione. In un modo o nell’altro ne sopravvivranno pochi.

Da un po’ mi piace gironzolare per boschi e foreste alla ricerca di funghi e anche di nani.

Nei boschi a poca distanza dal lago d’Iseo c’è un paese che si chiama Foresto Sparso.

–Una volta qui era tutta foresta, mi ha detto un simpatico boscaiolo che ho incontrato sul sentiero. –E quando hanno cominciato a costruire le case le hanno messe una qui e un’altra lì, sparse in mezzo al bosco. A me suona più come forestiero scomparso… qualcuno mi ha forse visto vagare distratto tra gli alberi? o si allude ai nani abbandonati?

Su una collina, circondata da alberi, c’è una bella trattoria familiare con un’ariosa terrazza affacciata sul panorama. Non mi sorprende per niente quello che leggo sull’insegna: Da Nano. Passo sotto un arco trionfale di glicine in fiore e mi sistemo a un tavolo d’angolo.

La persona che s’incarica di accogliermi è di taglia regolare e mi garantisce una cucina “autenticamente casalinga con tipicità del territorio”. E io apprezzo.

Scopro cose nuove e ciò non può che rallegrarmi! Casoncelli e Foiade non li sapevo; i primi sono dei ritagli di pasta fatta a mano e conditi con le verdure dell’orto, l’altro è un raviolo fatto anche lui dal pastaio della casa con sopra il salmì di cervo.
Secondi piatti più regolamentari: grigliata di carni, coniglio con polenta e bocconcini di pollo con i porcini. Poi ho visto passare delle lasagne al radicchio e le ho assaggiate. Ah… c’è anche il baccalà con polenta. Tra primo e secondo mi hanno portato delle prugne cotte agli agrumi; meglio del solito sorbetto. Vino rosso della casa senza nome… buono, dev’essere un Valcalepio.

Voto ovvio, un bel 7!

Da Nano Via Pietro Cagnoni 29, Foresto Sparso (BG)

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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