Tuesday, October 23, 2018
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Fermi tutti, sugli affettati non si scherza!

Campofilone. Dove gira la ruota di un mulino c’è sicuramente la farina e dove coccodèano le galline c’è nascosto nella paglia l’ovetto fresco

Campofilone © Ilas / Tonino Risuleo

“Hai visto mia madre… hai visto mio padre?”

La cartografia talvolta si diverte ad abbinare luoghi e nomi in bizzarrie vagamente irriverenti. Sono salito sui monti azzurri tra l’Umbria e le Marche dalle parti del Pizzo del Diavolo e della Cima del Redentore fino alle sponde del lago di Pilato. Pilato il politico, esperto in ladroni, passato alla storia come inventore della formula del fate voi. Di lui invece Filone l’Ebreo, filosofo esperto in gossip, racconta che era corrotto, licenzioso e crudele, che condannava senza processo e che era pure ladro. La leggenda vuole che le acque del piccolo lago montano situato a quota 1.941 s.l.m., custodiscano il suo corpo. Ponzio Pilato dopo i fattacci in Giudea fu riportato a Roma da Vespasiano ed esiliato da qualche parte sugli Appennini. Poi, forse, fu ucciso da un sicario romano e le sue spoglie caricate su un carro trainato da una coppia di buoi lasciati liberi di andare. Dopo svariati chilometri le bestie esauste scivolarono lungo il pendio del Monte del Redentore e il carro funebre senza cocchiere finì in fondo al lago.

Nonostante il mio essere avvezzo all’ignoto mi sento correre un brivido lungo la schiena. Accerchiato dal mistero rimando a memoria i nomi dei luoghi in cui mi sono cacciato: Cima del Redentore, Valle Santa, Scoglio del Miracolo, Poggio del Paradiso, Passo Cattivo, Grotta del Diavolo, Pizzo del Diavolo, Gola dell’Infernaccio. Fede e magia, la muraglia del mito!

Una presenza alle mie spalle mi distoglie dal panorama; un giovanotto aitante con indosso una polverosa e arrugginita armatura mi fissa con grandi occhi neri sgranati. Facendo svolazzare i resti lisi di un mantello dal colore indecifrabile si presenta come il Cavaliere anonimo Guerrino detto il Meschino da Durazzo e con voce rotta mi fa rapporto sulla sua triste storia.

“Nacqui nobile e, ancor piccino, fui dato a una balia da sfuggire alla furia degli infedeli invasori. Disdetta volle! Venni rapito dai pirati adriatici, ceduto a un mercante greco e venduto all’imperatore di Costantinopoli come bambolotto di carne per il figliolo capriccioso.

Fui cresciuto al gioco e al mestiere delle armi, finalmente giovanotto, mi fu concesso di mettermi in viaggio alla cerca dei miei genitori. In preda a disperata confusione fui consigliato da un compagno di ventura di rivolgermi a una celebre maga rintanata in cima alla montagna in fondo alla Gola dell’Infernaccio. Gli eremiti che vivevano nei pressi della grotta della Sibilla Alcina cercarono di dissuadermi perché a entrar lì dentro c’era il rischio di perdere la vita e pure l’anima.

Ma entrai. E fui recluso per trecentosessanta giorni tra incontri, perigli, lusinghe, malanni e incanti.

Continuai nella ricerca dei miei pronunciando la giaculatoria -Gesù Cristo Nazzareno aiutami- e resistendo a ogni calamità e tentazione. Molto vidi e ancor più rischiai ma…

Hai visto… mia madre… hai visto mio padre?”

Il Cavaliere dal nome farlocco si allontana ingobbito dallo stress post traumatico prolungato. Avvierò un’attività di ricerca per quei poveretti anche se a distanza di più di cinquecento anni, ci credo poco.

Colombaie e palombare. Antichi mestieri per donne vigorose?

Devo essermi addormentato, stressato anch’io e l’andatura dondolante della corriera ha fatto il resto. Ora sono ben sveglio con i piedi affondati nella rena dorata della spiaggia di Ponte Nina con il mare placido di fronte e il sole sulla schiena. Soggiogato dalla visione dell’orizzonte libero e dal profumino di pesce fritto mi sento come un novello Gabriele D’Annunzio con tanto di cappello di paglia col lungo nastro azzurro che “fileggia alla brezza marina”.

Ma sono qui per indagare sul mistero del campo dei lavandai e non posso di certo arenarmi sotto una di queste invitanti palme, anche perché immagino che quest’oasi sia solo il frutto della mia fantasia.

Mi ha chiamato qui un collega venuto a godersi la pensione da queste parti che vuole essere rassicurato sull’origine del nome del paese in cui ha fissato il suo nuovo domicilio: Campofilone.

In realtà il caso l’ho già risolto andando a riguardare gli appunti sulla mia escursione in Valsessera dove ho imparato che in una fase della manifattura della lana è attiva la figura del fullone, l’operaio che lavora alla macchina per la follatura che è il processo di lavaggio e sodatura del tessuto. Facendo due più due ho dedotto che in zona deve esserci l’appezzamento di un antico e ricco possidente dedito alla produzione dei tessuti lanosi, un’attività già fiorente fin dal tempo dei romani assieme alla lavorazione della canapa, del lino e del bisso. Dal campo del fullone a Campofilone il passo è breve e quindi mi avvio a far rapporto al mio vecchio e ansioso amico.

Per arrivare al paese mi indicano la scorciatoia accanto alla palombara, lì per lì la prendo come una battuta anche perché non vedo nessuna chiatta di drenaggio e il mare è ormai distante.

Per non fare figuracce approfondisco con un indigeno che riposa all’ombra di un vecchio muro.

È lui a spiegarmi che quella che ci fa ombra è proprio una palombara, un edificio quadrato eretto sia come punto d’appoggio per l’attività agricola che per l’avvistamento dell’eventuale malintenzionato incursore di costa. Ho capito palombare e colombaie, metto agli atti.

Le cinque donzelle delizie del convento

Per ringraziarmi l’amico in pensione mi porta a mangiare! – Andiamo dalle cinque ragazze, mi dice. Ci avviamo baldanzosi a bordo della sua Alfa Romeo 1900 TI del 1952, la prima pantera della polizia. L’ha riverniciata in rosso brillante ma ha lasciato sulla fiancata la sagoma del felino nero con lo sguardo di ghiaccio. E il ruggito è quello giusto. Rombiamo fuori dal paese fino a una costruzione bassa con tre ombrelloni a pagoda davanti all’ingresso, di ragazze non ce n’è neanche una ma ad accoglierci c’è Vittorione.

Mi svela subito che le cinque ragazze dell’insegna erano le giovinette inviate dalla madre superiora del convento per aiutare la cuoca nei fine settimana; facevano spola dalla cucina alla sala con la crestina immacolata e il grembiulino orlato di pizzo. Una visione per tutti i giovanotti che arrotolando con eleganza i sugosi maccheroncini cercavano di attirare la loro attenzione mentre continuavano a traghettare i piatti fumanti con i loro nasini all’insù.

Ci accomodiamo al tavolo, le sedie sono poltronose e agghindate da sera con un candido fiocco vezzoso dietro allo schienale; dalla cucina arriva l’eco del ritmico taglio dei maccheroncini che hanno reso Campofilone famosa nel mondo.

Iniziamo con un maestoso fritto in cui si accomodano le classiche olive all’ascolana, delle burrose costolettine di agnello, le zucchine, i carciofi, le melanzane, il pecorino e i sorprendenti cremini. Sul pane appena bruscato schiaccio una fetta spessa di ciauscolo. Che l’oltraggio al mio nutrizionista continui!

Ed ecco un piatto di maccheroncini di Campofilone IGP, i sottili filarini lunghi trenta centimetri tirati a mano con uova, acqua e farina e conditi con un denso ragù marchigiano.

Proponendo un assaggino di carni il figlio del patron mi svela che il misterioso colorarsi di rosso delle acque del lago di Pilato non è dovuto a un prodigioso sgorgo di sangue del de cuius. A tingerle è un piccolo crostaceo, il Chirocefalo del Marchesoni, che presenta un corpo semitrasparente dalla peculiare colorazione rosso corallo. Il direttore dell’Istituto di Botanica dell’Università di Camerino lo pescò la prima volta nel 1954.

Gli assaggini sono sostanziosi e il capolavoro è la Galantina di pollo ripieno con quattro differenti tipi di carne. Ma c’è anche la salsiccia con patate e pizza fritta, l’agnello, i porcini…

Qui si beve il premiatissimo Rosso Piceno Ciù Ciù; lo segnalerò per una ennesima coccarda.

Valutazione: “Signora mia! Tutto bbono… ma trobba robba” come diceva Umbertino il simpatico appuntato originario di Santo Stefano di Sessanio

Ristorante Cinque Ragazze Via XXV Aprile, 27-29 – Campofilone (FM)

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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