Tuesday, October 23, 2018
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Digital Art, appunti sull’arte del ventunesimo secolo: il nuovo surrealismo

Con le nuove tecnologie del XXI secolo inizia la nuova era del surrealismo: la Digital Art. Tutto iniziò per un gioco e poi da Andy Warhol ad oggi si è aperto uno scenario di mondi

Barbara Nati Digital Art

Digital Art, giovane, bellissima ma ancora un’outsider

Chiacchierando con alcuni artisti, è emersa una considerazione di cui non mi ero ancora reso conto particolarmente: c’è una certa, sia pur involontaria, tendenza ad obliare la Digital Art.

La Digital Art, intesa come tutta la produzione artistica che utilizza software a volte anche combinati tra loro come il Photoshop, After Effects, quelli per il rendering, l’Illustrator e dintorni, è un modo di lavorare relativamente recente e pertanto non è ancora ben inquadrata dall’establishment di critici e storici dell’arte.

Sfogliando due volumi del 2008 della Taschen (Art Now), c’è una carrellata di artisti che praticano pittura, scultura, installazioni, video-arte… ma di artisti digitali non c’è traccia.

Emily Allchurch Digital Art
'Sic Transit Gloria Mundi (after Piranesi)' 2016 Digital Photographic Collage © Emily Allchurch

Gli albori della Digital Art

Il 21 luglio si sono celebrati i 40 anni della nascita di Space Invaders. Un video-gioco nato in Giappone che invase poi tutto il mondo. Mi sentirei di dire che quello fu il primo embrione dell’alba dell’arte digitale: nuovo strumento (il computer) per una nuova frontiera (l’arte digitale).

A Andy Warhol fu regalato nel 1985 un computer Amiga in occasione della sua presentazione e soltanto nel 2011 sono stati scoperti in un floppy disc, alcune sue sperimentazioni di computer grafica.

Roba elementare, in realtà, e forse per questo non ancora storicizzata pur trattandosi di Warhol.

Gli artisti digitali esistono e sono tanti. Ovviamente non tutti all’altezza di chi opera con una certa maestria.

Scorrendo alcuni hashtag su Instagram quali proprio #digitalart, si scopre un’infinita realtà accattivante sotto il profilo creativo e tecnico che però è ignorata o demandata a testi della stampa specializzata, scritti da appassionati o dagli stessi autori di arte digitale.

Si tratta a volte di artisti indipendenti, che hanno principalmente un mercato diretto perché è difficile che trovino galleristi “illuminati” che li propongano. Uno di loro mi raccontò che l’80% del suo lavoro non consiste nel produrre nuove opere ma curare il data-entring dei contatti delle persone ricche nel mondo. Per poi proporre con una news-letter random le sue nuove creazioni.

Barbara Nati Digital Art
Aqua © Barbara Nati

La new age del surrealismo contemporaneo

L’attuale mancanza di storicizzazione di questo fenomeno artistico che, per quanto riguarda la fotografia, ha le sue radici analogiche nel pittorialismo di Henry Peach Robinson o nei fotomontaggi in camera oscura di Jerry N. Uelsmann, non si comprende bene perché la Digital Art sia considerata un’arte minore o perché chi deputato a immolarla come arte a tutti gli effetti, non ne comprende le caratteristiche artistiche e tecniche. “Eh, ma è fatto col computer!!!” mi è capitato di sentire.

È chiaro che non tutta la Digital Art è eccezionale. È, in buona parte, come le altre arti del resto, banalizzata da inutili virtuosismi tecnici non contestualizzati in un pensiero/progetto, graficismi da fumetto pezzottato, brutte copie di idee brutte, manipolazioni effettuate da operatori che possono tornare utili più alla comunicazione pubblicitaria che all’arte.

Se cerchiamo in rete parole chiave come “architecture” o “surrealism” accanto a “digital art”, allora lo scenario che ci si presenta migliora. È diverso e lontano dalla bolgia di immagini ridondanti.

La Digital Art ha dato modo di ritrovare una nuova ondata di surrealismo, della metafisica, del fantastico. Dell’immagnifico! Personalmente è un trend che definisco visionarismo contemporaneo.

Giorgio Lo Cascio Digital Art
Milano città d'arte © Giorgio Lo Cascio

Il mondo della tecnica della Digital Art

Probabilmente molti critici, art-advisor, galleristi, mercanti d’arte ecc. non hanno mai avuto la possibilità di osservare da vicino il modo di operare di questi artisti. Non ne avrebbero il tempo. Perché a volte una loro opera ha una gestazione che può durare anche alcuni mesi o, addirittura, anni.

Non è un gioco da ragazzi. Ci sono opere che prevedono un lungo tempo di maturazione dell’idea che deve trasformarsi in immagine. Non parlo di immagini astratte, ma quelle di senso compiuto. Le arti visive tradizionali consentivano di passare dall’immaginazione alla tela al marmo o altro supporto.

La Digital Art comporta lavorazioni di cui la conoscenza tecnica dei software deve essere profonda e non da meno è necessario un certo senso di “percezione associativa”. Ma non basta. Perché i manuali delle case madri dei programmi o gli innumerevoli tutorial presenti in rete per imparare “come fare per” non potranno mai soddisfare tutte le esigenze di un artista digitale.

La pittura consente l’addizione della materia dei colori per realizzarne i contenuti. Con la Digital Art si va per addizione e sottrazione. Si aggiungono e/o tolgono immagini precedentemente realizzate o parti di esse.

La pittura è materica. Con la Digital Art la materia è più invadente dei colori analogici quali acrilici, olii, tempere…perché paradossalmente i pixel pesano più di tubetti e polveri di colore per i sistemi operativi dei computer e hard disk. Ma questo i critici dell’arte non lo sanno. Non sanno che per certi file occorre investire in Ram e sistemi operativi potenti. Non possono sapere (perché non è il loro lavoro) che un’immagine composta da tante altre (i “layer”) a volte non può essere salvata in “psd” ma in “psb”. Perché forse a stento conoscono il jpeg.

Victor Tarres Digital Art
NHDK #41 © Victor Enrich Tarres

Un’arte usurante?

Michelangelo Buonarroti per dipingere la Cappella Sistina diventò quasi cieco lavorando in interni per quattro anni. La mancanza di sole gli comportò anche problemi renali visto che in assenza di luce solare il suo organismo non poteva sviluppare vitamina D.

Il lavoro dell’artista digitale è altrettanto usurante. Sebbene la sua postura possa essere perfetta innanzi al monitor, nel tempo avrà problemi di schiena perché, in quanto artista e quindi fanatico del proprio lavoro nell’accezione migliore del termine, non seguirà mai le norme di sicurezza sul lavoro che prevedono pause dal monitor. Non solo. Anche gli occhi si compromettono, addirittura fino a perdere in parte il campo visivo quando si effettuano scontorni in Photoshop di estrema precisione che possono durare ore. Ma un critico d’arte non è tenuto a sapere cosa siano gli scontorni di un’immagine. Per molti di loro ciò che è fatto col computer non ha lo stesso valore di una materia scolpita o modellata. Si pensa che i pixel non siano “scolpiti”. Considerazione ingiusta, a mio parere.

Se consideriamo l’etimologia della parola “arte” (dal greco τέχνη [téchne], “arte” nel senso di “perizia”, “saper fare”, “saper operare”), non si può quindi dire che nel processo intellettuale e tecnico della Digital Art, questa sia da considerarsi un’arte minore. Eppure in quali manuali di storia dell’arte proposti come libri di testo nelle accademie di BBAA è citata?

Questa faccenda ricorda un po’ M. C. Escher che non è citato nemmeno in quella che è considerata la bibbia del settore: La storia dell’arte di Gombrich.

L’arte digitale, pur essendo wiki-enciclopedizzata, è presa ancora in considerazione da pochi premi e concorsi in cui c’è la sezione specifica nei bandi ma sarebbe interessante verificare le competenze in merito dei singoli giurati. Per carità, in semplice buona fede.

Citando Pier Luigi Sacco (docente di economia della cultura): “Nell’arte contemporanea, qualunque considerazione legata all’abilità realizzativa dell’artista e alla piacevolezza dell’opera, appare del tutto irrilevante”.

Pedamentita (dettaglio) © Marco Maraviglia

marco@photopolisnapoli.org

Diplomato in grafica pubblicitaria e fotografia all'I.S.A. Umberto Boccioni di Napoli. Sono il primo ad aver conseguito la laurea triennale del corso di Graphic Design presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli (Ottobre 2011). Fotografo professionista ho collaborato, tra l’altro, come free-lance negli anni '90 coi principali quotidiani nazionali fornendo immagini di spettacolo e attualmente con l'editoria specializzata in viaggio e turismo.
Organizzo eventi di arte partecipata relativi alla mia ricerca artistica Impossible Naples Project.

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