Wednesday, September 26, 2018
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Negroamaro e Primitivo: la tagliola imprevista della Murgia tarantina

Murgia tarantina. Il centro antico di Manduria si reticola in una serie di stradine strette e contorte e per non girare in tondo tengo d’occhio cuspidi e campanili

Murgia © Ilas / Tonino Risuleo

Le lacrime sante della foce del Chidro

A due passi dal mare, all’ombra del mio cappello, osservo un Ginepro Coccolone disteso sulla sabbia come un guardiano che sorveglia il suo orizzonte. 

Mi fanno male gli occhi a fissare lo sbrilluccichio sulla superficie trasparente di questo mare verde-azzurro. Alta salinità da salamoia! Per fortuna scorgo uno specchio d’acqua dolce su cui veleggia una libellula rossa che qualcuno ha ribattezzato argutamente carabiniere. Mi avvicino per rubare qualche goccia da spruzzarmi sulla faccia.

Un raccoglitore di conchiglie mi dice che quella è la foce del fiume Chidro, il secondo del Salento per importanza! Mi precisa che nasce da una falda sotterranea e scorre, quando piove abbastanza, per circa quattrocento metri fino a questa spiaggia. Al tempo dei tempi c’era un sacco di pesce e in tanti si accapigliavano per il diritto di pesca.

Sono sul litorale di San Pietro in Bevagna. Il raccoglitore mi racconta che il pescatore di uomini (Matteo 4,18-22), in fuga dalla forsennata caccia al discepolo, si ritrovò nei pressi della sua foce e raccoltosi in penitenza l’attraversò piangendo per il suo tradimento. Le sue lacrime scivolando sulla sabbia si trasformarono in conchiglie che furono raccolte e custodite come sante reliquie dagli antichi abitanti di queste zone.

Mi distrae il rimpallo ritmato da un paio di racchettoni: ritmo molesto, mi tolgo scarpe e calzini, mi arrotolo i calzoni e risalgo il flusso pigro del fiume.

L’agguato maligno dei due diavoli purpurei

Il raccoglitore mi ha consegnato un fiasco di terracotta contenente quello che lui ha definito “le prove”. Le lacrime del santo? Ho sfilato il turacciolo, ho annusato e ho mandato giù una bella sorsata per saggiare la fondatezza delle “prove”: Zinfandel? Plavac mali? Dobricic? No, Primitivo.

Procedo e sorseggio. Nel caldo che ammazza, questo vino distrugge ogni mia capacità di acuto indagatore; non si può dire che si concili con la razionalità di un pensiero lucido. Chissà quale geniale follia ha potuto immaginare un vino a così alta gradazione alcolica per il consumo in zone con temperature torride più adatte a un rosatello gelato.

Mi gira la testa, mi cala sugli occhi un filtro rosso cupo che mi restituisce i riflessi di un mare biblico che si spalanca in allucinazioni e miraggi. Mi lascio le visioni alle spalle e osservo curioso i filari dei vigneti che vanno verso Manduria: i fusti storti, irregolari e nodosi accettano di rimanere allineati più per indolenza che per rispettare la volontà del vignaiolo.

Pur con la via segnata dalla successione dei grappoli, stento a indirizzare la prua, sbando a dritta e a babordo o come diavolo si dice. Agganciata a un nodo sul ramo di un olivo noto una fiaschetta impagliata che oscilla piano sussurrandomi – eccomi… prendimi!

La curiosità, più che l’arsura, mi spinge a cadere in questa nuova tentazione: è Albese, no, Jonico, forse Mangiaverde o Uva Cane? Invece è Negroamaro.

Ormai procedo, tutt’altro che tarantolato, un passetto dietro l’altro… registro il mormorio del mio stomaco, mi basterebbe anche solo una cipolla di Acquaviva, grossa e rosata.

Avvisto all’orizzonte dei cilindri enormi che riflettono il colore del cielo: forse i miei fatali mulini a vento? No, ho capito… i serbatoi d’acciaio per il vino. I maestosi giganti con il demonio dentro il corpo; se avessi un Rocinante mi lancerei al galoppo ma sono a piedi, e allora sto al passo.

La miracolosa dieta anti fulmine

Alle pendici del Monte Bagnolo che svetta sulla murgia tarantina con i suoi 124 metri s.l.m. sorge la città messapica di Manduria.

Passo sotto l’arco di Sant’Angelo sormontato da tre statue raffiguranti -da sinistra a destra- San Gregorio Magno, l’Immacolata e San Carlo Borromeo. La scritta incisa al di sotto contiene un grossolano errore di battitura: leggo, MANDURIA RESTITUTA. Il senso c’è; attorno all’anno 1000 l’antico nome messapico fu cambiato in Casalnuovo e ci vollero settecento anni per avere indietro quello originale.

Oltre l’arco la prospettiva si dilata in grandi piazze alberate con palazzi spagnoleschi e facciate ornate d’ogni qualità di santi. Mi fermo sotto un’ombra per qualche informazione e, ancora stordito dai beveraggi, vengo immerso in fantasiosi racconti che galleggiano tra sacro e profano.

21 gennaio 1532, nella Chiesa Madre di Manduria è giorno di predica. L’oratore è Fra’ Giacomo da Molfetta, le navate sono affollate anche perché gli ebrei della vicina giudecca sono stati costretti ad assistere alla performance. Nel corso della predica scoppia un forte temporale, un fulmine si abbatte sulla chiesa e serpeggia fino al pulpito ligneo ustionando il celebrante e alcuni fedeli. Ovviamente il popolino presente alla funzione affibbia la responsabilità del terribile evento ai “perfidi giudei” colpevoli di voler sabotare la predica… La solita solfa!

Il fulmine, terribile nemico dell’homo agricolo. Questo popolo di forti bevitori e indomiti mangiatori, per paura di lampi e saette, si sottomette al “digiuno dell’Immacolata”, una spietata pratica religiosa che prevede una dieta di solo pane e acqua un giorno all’anno per tutta la vita per poter sfuggire a tuoni e fulmini, e scongiurare le morti improvvise in campagna durante i temporali.

È curioso scoprire che uno dei piatti fondamentali della cucina della zona sia proprio le “Laganelle lampe e ttruone”, una portentosa minestra di pasta e ceci chiamata così per i violenti effetti sonori e di sommovimento che produce nelle viscere di chi osa cibarsene.

Per sottrarmi all’eventualità di un fulmine vagante m’infilo nei vicoli rassicuranti del centro antico e del ghetto. Oltre le sbarre di un cancellone di ferro un ometto dal colorito ramato m’invita ad avvicinarmi: ci tiene a svelarmi il nome e il cognome dell’inventore del Primitivo di Manduria. Si tratta di un certo

Menotti Schiavoni che nel 1881 piantò sulle dune di Campomarino qualche barbatella portata in dote dalla contessa Sabini di Altamura andata in sposa a suo cugino Tommaso.

Beh… a Campomarino allora.

Al mare, domani. Oggi gnummaredd’

I sedici chilometri che mi separano dal mare sono molti, in linea d’aria sarebbero dieci ma nonostante la testa leggera non riesco ancora a spiccare il volo. Riesco a farne solo poco più di dieci, gli ultimi due a piedi scalzi, e sono a Maruggio.

Per ripararmi dai raggi azimutali del sole implacabile mi rifugio nei vicoli più stretti del centro storico. Dietro alla Chiesa Matrice SS. Natività di Maria Vergine noto un’insegna che fa al caso mio: Osteria… quindi si mangia; del Vico, in sintesi, ombra! Incredibile ma è proprio così. In un piccolo slargo, alla fine del vicolo, ecco la visione miracolosa di una decina di tavoli apparecchiati tra i muri bianchi di calcina. Spossato, ebbro e sudaticcio mi cavo il cappello e mi sbraco sulla paglia accogliente della seggiola più prossima. Riesco a malapena a sollevare l’indice. Il solerte patron è già al mio fianco a snocciolare la predica che più mi gratifica.

Solo piatti tipici pugliesi a partire dalla decina di antipasti in cui svettano le frise di grano duro con pomodorini e ricotta forte, le fai e fogghji e i marangiani chieni. Per primo privilegio le massicce orecchiette con sugo di carne e cacioricotta di capra. Attratto dai secondi m’incaglio tra polpo stufato, gamberoni e orata alla griglia. Poi guardo verso il “fornello” e chiedo bombette e gnummaredd’ . E per completare il tour grastroenterico della murgia non rinuncio a un piatto abbondante di polpette di carne di cavallo in pignatta. Ho preferito rimanere sul fresco durante il pasto sorseggiando un Lizzano Negroamaro rosato ma per il dessert di biscottini di pasta di mandorla abbelliti dai canditi colorati ho deciso per un bicchiere di Primitivo dolce naturale da 15°+3°.

Valuto il tutto con un saettante 100/100 con pennica.

P.S. Una curiosità campagnola.

In passato, quando nelle famiglie si parlava soltanto il dialetto, i nonni avevano dato a ogni dito della mano, un nome ispirato al loro uso nella vita quotidiana. Mi pare buono ricordarli, conservarli e tramandarli alle generazioni future.

Il pollice = “Lu cciti pitùcchji”, l’ammazza pidocchi. L’indice = “Lu llècca piatti”, quello che lecca i piatti. Il medio = “Lu cchiú lluèngu ti tutti”, il più lungo di tutti. L’anulare = “Lu rre tl’anièddu”, il re dell’anello. Il mignolo = “Lu pipirièddu”, il piccolo, come un acino di pepe. Per non dimenticarli i bambini dovevano impararli a memoria, come una filastrocca, indicando ovviamente il dito interessato.  

L’osteria del Vico Via San Pietro 23, Maruggio (TA)

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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