Tuesday, October 23, 2018
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Un attacco di panico attraverso la ricostruzione fotografica di Alessandro Fruzzetti

Una intervista che tocca l'aspetto dell'emotività. Ogni singolo tassello di questo racconto è una carezza sul cuore di chi ha realizzato queste immagini ma anche di tutti noi che in silenzio le riceviamo e ci

© Fruzzetti

Black Out è un racconto, fatto di stratificazioni di immagini, nel quale il suo autore ha raccontato, in modo lucido e poetico, le varie fasi di un attacco di panico.

Black Out ha vinto il primo premio al Festival “Portfolio a mare” di Sestri Levante.

Ci siamo occupati di recente, in queste pagine del Magazine, del Festival “Portfolio al mare” di Sestri Levante. Una delle tante tappe dei Festival di fotografia targati Fiaf.

In questa edizione la giuria ha voluto premiare Alessandro Fruzzetti per il suo toccante portfolio “Black Out” nel quale l’autore descrive fotograficamente le varie fasi di un attacco di panico.

L’opera ha vinto con la seguente motivazione: “Per essere riuscito, in modo rigoroso, ad esprimere un malessere che nasce da un disagio interiore. Un tentativo espresso, grazie alla fotografia, di risoluzione, nell’intento di ricreare una serenità dell’animo. Attraverso la costruzione di un’opera concettuale, l’autore descrive l’evoluzione della patologia alla ricerca dell’io più profondo.

Mi occupo da un po’ di tempo di fotografia terapeutica: mi interessa molto la fotografia che punta l’obiettivo sul mondo del fotografo osservandolo in modo accogliente e lucido e mi sento sempre coinvolta dai racconti che ne vengono fuori.

Osservo, con soddisfazione, quanto questo tipo di fotografia stia allargando sempre di più i suoi orizzonti e coinvolgendo una platea sempre più grande di fotografi.

Riguardarsi nelle proprie fotografie o nelle fotografie fatte da altri che raccontano qualcosa di analogo al nostro vissuto, è una delle prime modalità con le quali si inizia ad accettare la parte oscura che alberga in ognuno di noi.

Alessandro ha raccontato la paura della paura con le sue fotografie, “facendo a fette” un attacco di panico.

Tutti noi abbiamo sentito parlare di attacchi di panico e gran parte di noi, in modo più o meno cosciente, ne ha sofferto e ne soffre con intensità variabili.

La parola panico deriva dalla mitologia greca e dal “dio Pan”, metà uomo e metà caprone, che compariva all’improvviso sul cammino altrui, suscitando un terrore improvviso per poi scomparire velocemente. Le vittime rimanevano incredule, non riuscendo a spiegare cosa fosse accaduto, impossibilitate a gestire la forte emozione negativa provata.

Gli attacchi di panico si manifestano con un improvvisa e intensa paura in assenza di un pericolo, accompagnata da sintomi somatici, dovuti all’attivazione del sistema simpatico, e cognitivi (paura di impazzire, di perdere il controllo, paura di morire).

Generalmente raggiungono rapidamente l’apice e sono di breve durata.

L'intervista

(Federica Cerami) Alessandro questa definizione basta a descrivere un attacco di panico oppure c’è dell’altro da aggiungere per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo “forte disagio interiore” che viene spesso taciuto?

(Alessandro Fruzzetti) Sia per esperienza personale sia per il racconto di persone a me care che ne hanno sofferto e anche per le ricerche che ho fatto sul tema, aggiungerei che gli attacchi di panico sono l’apice, lo sfogo estremo di un malessere interiore che in modo latente è sempre presente in chi ne soffre. La paura più forte è che si manifestano in maniera subdola ed imprevedibile e non sono generalmente legati ad una precisa condizione psicologica; possono presentarsi anche in un momento apparentemente sereno.

(F.C.) Com’è nato il tuo desiderio di voler creare un racconto fotografico per raccontare gli (i tuoi) attacchi di panico?

(A.F.) I miei lavori fotografici di solito partono dal mio vissuto e da quello che osservo intorno a me; tradurre in immagini ciò che vivo mi viene naturale ed è spesso un bisogno per capirmi meglio e per raccontarmi. In questo caso mi sono avvalso anche del supporto di testimonianze dirette di persone a me vicine e di consulenze mediche.

(F.C.) Fino a pochi anni fa mi è capitato di soffrire, ogni tanto, di questi attacchi e quello che ricordo è il caos totale nel quale mi sono scontrata ogni volta; una totale incapacità di formulare un pensiero e una paura paralizzante, che per fortuna spariva poco dopo. Mi colpisce, in tal senso, la tua lucida capacità di dividere per fasi questi attacchi, raccontandoli in modo appassionato.

(A.F.) Ho una formazione tecnica che in modo involontario si manifesta sempre nelle mie composizioni fotografiche che, forse per deformazione professionale, sono abituato a progettare. Quando ho un’idea da realizzare, mi capita sovente di disegnare prima ciò che voglio ottenere; la schematizzazione per rendere fruibile un concetto fa parte della mia forma mentis.

(F.C.) Entriamo nello specifico del tuo lavoro. Colpisce molto l’aspetto materico del tuo racconto: ha un preciso significato?

(A.F.) La parte sinistra dei dittici, nella versione stampata, è ottenuta sovrapponendo tante fotografie fissate l’una sull’altra. Avevo il desiderio di rappresentare la stratificazione della paura, dell’ansia e del panico e quindi ho inserito delle immagini nere all’interno dei ritratti della persona raffigurata. Mi affascina molto la contaminazione fra le varie arti e ultimamente i miei lavori hanno una connotazione materica; partendo dalle fotografie creo una sorta di installazioni.

(F.C.) Quant’è durato “Black Out” dalla progettazione alla realizzazione? Come lo hai realizzato? Sono degli autoritratti?

(A.F.) Ha avuto una fase di studio e di introspezione piuttosto lunga, poi una volta individuati in modo chiaro le sensazioni e i concetti che volevo esprimere in circa un mese l’ho realizzato. Nel momento in cui ho la consapevolezza di avere un’idea chiara in testa, allora il trasformarla in un lavoro compiuto diventa un’urgenza che cerco di completare il prima possibile.

La parte a sinistra delle immagini è stata realizzata in studio con un modello fotografandolo nelle parti del corpo che vengono colpite durante gli attacchi di panico.  Le parti a destra invece sono degli still life che metaforicamente rappresentano delle sensazioni comuni a chi soffre di questa patologia: il chiudersi in se stessi, il sentirsi inadeguati, il non riuscire a sostenere il ruolo che la società ci impone, il sentirsi scomporre la vita.

Ho scelto di utilizzare un modello sia per pudore che per cercare di rendere il lavoro più universale.

(F.C.) Quando hai capito che il tuo lavoro era terminato?

(A.F.) Solo dopo averlo completato definitivamente e aver montato le stampe così come lo avevo pensato; trattandosi di un lavoro materico e tridimensionale, il risultato finale si è palesato soltanto dopo aver incollato l’ultima fotografia. Avevo simulato una versione digitale che però non corrispondeva all’effetto che volevo ottenere.

(F.C.) Come ti ha fatto sentire ripercorrere questi attacchi di panico attraverso le tue fotografie?

(A.F.) Credo molto nell’aspetto terapeutico della fotografia e mai come in questo caso mi è servita per ascoltarmi, analizzarmi e forse per comprendermi un po’ di più.

(F.C.) Cosa immagini possa accadere a uno spettatore delle tue immagini che soffre dello stesso problema?

(A.F.) Credo che possa suscitare diverse sensazioni: qualcuno può riconoscersi e ripercorrere fra le pieghe delle immagini il proprio vissuto, mentre qualcun altro, ipotizzo che possa non ritrovarsi nel modo rigoroso e schematico in cui l’ho rappresentato avendo esperienze caotiche e traumatizzanti.

(F.C.) Qual è il messaggio che speri sia passato tramite “Black Out”?

(A.F.) Gli attacchi di panico generalmente riguardano un periodo, più o meno lungo, e anche se rimane la stratificazione della paura se ne può uscire. L’ultima immagine con la chiocciola che esce dal guscio racconta proprio questo e dà un messaggio positivo e di speranza.

Termino questa intervista ripercorrendo mentalmente le singole fotografie che compongono il portfolio Black Out e penso alla potenza delle sue immagini che si manifesta con la bellezza e la semplicità e sono sempre più convinta del doppio valore terapeutico che si manifesta tra un fotogramma e l’altro. Ogni singolo tassello di questo racconto è una carezza sul cuore di chi le ha realizzate ma anche di tutti noi che in silenzio le riceviamo e ci sentiamo coinvolti.

Questo lavoro, inoltre, contribuisce a rendere più forte uno dei grandi messaggi della fotografia terapeutica: portare alla luce un dolore o una paura è il primo passo che ognuno di noi può compiere in direzione del proprio benessere.

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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