Thursday, August 16, 2018
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Alla ricerca del Babbalóne nel triangolo etrusco

Le Vie Cave degli etruschi svelano l’accesso a mondi misteriosi in equilibrio tra la realtà e il sogno.

Sorano © Ilas / Tonino Risuleo

PROLOGO

Ho fatto un sogno: luna blu e buona compagnia. Vaghiamo per i poderi nella notte della Befana a cantare la canzone delle salsicce, del Diavolo e della sedia. Dalla finestra o dallo spigolo dell’uscio ci ascoltano divertiti -siamo già brilli da un po’- e ci invitano d entrare. Una cucina con i salami appesi e le patate sparse in attesa del tegame. Nel camino sparacchia la legna ancora verde; bicchieri sul tavolo, il vino nuovo è ancora color fragola.

La salubre dieta liquida di acqua e vino

Le sorgenti del Fiora sono quattro: PeschieraCarolinaGalleria bassa e Galleria nuova; solo la prima diventa il Fiora, l’acqua delle altre se la bevono i paesani. 

Il fiume scorre allargando la valle omonima e lambisce quella zona magica che chiamano area del Tufo. Qui il paesaggio cambia e le colline rotonde sprofondano in forre vertiginose foderate di cerri e felci. Il vento e l’acqua hanno sforacchiato le balze ripide aprendo caverne e corridoi: la natura e l’uomo hanno disegnato un territorio selvaggio e accogliente. Popolazioni primitive si sono insediate nell’intrico della fitta vegetazione e nei labirinti di tufo, trovando acqua, caccia e riparo. E per secoli hanno percorso le Vie Cave cercando luoghi dove vivere e sviluppare la propria storia: il misterioso popolo etrusco ha lasciato molti dei suoi morti nella labirintica necropoli di Sovana. Nella tomba della Sirena era sepolto il figlio di Vel: sulla facciata è ritratto sbracato sul triclinio per una bevuta con le spalle guardate dai due diavolacci Charun e Vanth. Nella più monumentale Tomba Ildebranda non c’era sepolta nessuna regina; il nome fu scelto dai primi tombaroli in onore dell’ enfant du pays Ildebrando Aldobrandeschi, un riccone nato proprio qui a Sovana e poi diventato papa Gregorio VII.

Lungo il sentiero che costeggia gli orti in cui zampetta pollame di varia razza mi viene voglia di bere un bicchiere di quello del figlio di Vel. Mi siedo sul blocco di tufo in cima a un muretto che guarda verso San Martino sul Fiora, estraggo dalla mia nuova bisaccia di cuoio un calice nero di bucchero -l’ho preso nel negozio di souvenir sulla piazza- e lo colmo con un bianco fresco da Trebbiano, Chardonnay e Malvasia. Sull’etichetta c’è scritto Ildebrando e c’è pure lo stemma di famiglia… lo devono amare ancora molto da queste parti!

Confuso nella vibrante atmosfera di antico e fantastico mi viene quasi voglia di montare sul cavallo di Alvaro e lanciarmi al galoppo. Non lo faccio, mi avvio a piedi per la provinciale.

Per tagliare qualche curva mi avventuro sui segni impressi nell’erba secca ai margini dell’asfalto e, ovviamente, mi perdo.

Benino e il caprone, e la panzanella sulle rive del Fiora

Il sole è a picco e la carrareccia polverosa che sto percorrendo continua fino all’orizzonte senza fornire punti di riferimento. Non c’è niente da guardare nello sconfinato giallo piatto; alle mie spalle non vedo più neanche i merli della Rocca di Ildebrando. Sono inquieto. Il calore umido che sale dal taglio del grano fa friggere l’aria come il motore di un trattore. Il silenzio, al netto del frinire delle cicale, è totale. Ho caldo e vorrei togliere il cappello ma nelle fotografie che mi ritraggono lo tengo sempre in testa e lì decido di lasciarlo.

Qualcosa si muove alla mia destra: in mezzo a un rovo di more è spuntata la testa di un caprone. Mi fissa con l’occhio liquido tipico dei ruminanti, arriccia le labbra e la barbetta gli trema.

Un improvviso colpo di vento bollente mi porta una voce:

buongiorno commissario, ero qui e l’aspettavo. Benino mi ha annunciato il suo passaggio, ha conosciuto Benino, ricorda? E le ha parlato di me… dico, le ha detto che ci eravamo incontrati anni prima e che avevamo condiviso un tratto di strada. Fra lavoratori ci eravamo intesi subito; stessi ritmi, stessi obiettivi, le responsabilità della famiglia… le cose normali, di tutti i giorni. Da svolgere con impegno però, poiché non si sa mai, no? Oggi ci siamo e domani… chissà! Spesso si parlava con Benino… dei sogni, non delle speranze, proprio dei sogni. Lui diceva che chi vive troppo di realtà non sogna mai. Mentre i sogni… in fondo, inventano la nostra realtà per farcela vivere. Voleva dire, Benino, che conviene continuare a sognare perché solo così… si riescono a vincere tutte le fatiche che la vita reale ci riserva. Pensava che interrompere un sogno potesse determinare l’istantanea estinzione del reale, visto che la realtà e il sogno sono, tutti e due, nient’altro che la vita che… stiamo vivendo―

Senza rendermene conto, condotto da questo alito di parole, ho continuato a camminare fino a una curva che prima non si vedeva. Appena svoltata, è tutto diverso. Il paesaggio ora è toscano come quello dei dipinti antichi con un’esplosione di verde e di azzurro, c’è fin troppo da guardare adesso: oltre un filare d’alberi scorre il Fiora che dopo tante strettoie, curve e precipizi ha trovato una pianura in cui placidamente rallentare.

Uno scoppio di risa mi riporta all’oggi. C’è anche della musica e persone che parlano e fanno festa.

La foto che metto a fuoco ora sembra uscire da un cinegiornale degli anni settanta: la corrente lenta si arrotola attorno ad alcuni pietroni sul bordo del fiume, un paio di tovaglie bianche e rosse sono state aperte sulla riva e ognuno dei presenti fa quello che ha voglia di fare. Due cìtti si tuffano e nuotano alzando schizzi, uno dei genitori è in piedi vicino all’acqua e li richiama senza risparmiare il fiato. Una donna sta legando un’amaca ai rami di un albero e c’è un uomo che estrae dal bagagliaio dell’auto alcune ceste. Altri due fanno avanzare una damigiana di quelle da cinquanta e più litri rotolandola sul bordo inferiore di vimini.  In tre o quattro si danno da fare vicino alla sponda con zuppiere, verdure varie e coltelli. Preparano la panzanella!

Sembra che il nome panzanella derivi da pane e zanella, che in toscano viene usato per zuppiera e la ricetta è così semplice e comune che dirla tipica sembra una frottola, una fandonia.

Bagnano il pane raffermo con l’acqua presa dal fiume, senza lasciarlo troppo a mollo però, altrimenti la panzanella diventa una pappa, strizzano bene e aggiungono subito aceto e sale. L’aceto è indispensabile per l’aroma, come il basilico. Tagliano a tocchetti i pomodori, i cetrioli e le cipollette fresche, poi mescolano tutto con l’olio buono. La panzanella è un’insalata e il pane non deve essere dominante, i pomodori e il resto devono farsi sentire.
Mi hanno visto e sventolano le braccia per farmi avvicinare, li ringrazio agitando anch’io la mano, devo andare, e poi non voglio cadere nel tranello di una visione che già svanisce.

A tavola con il tortello, il sontuoso principe dei poveri

Chi ha due pecore può fare il formaggio. Da queste parti l’economia domestica ha ancora senso. Li chiamano poderi ma attorno alle case sparse resistono solo piccoli orti o la vigna che basta per il vino dell’anno. Il vino in casa ci vuole, anche solo da offrire al babbalóne di passaggio: ce ne vogliono almeno due bicchieri, uno di benvenuto e un altro di arrivederci.

Il formaggio è indispensabile, buono per la propria tavola o per scambiarlo con un taglio di carne.

Il cacio preparato in casa ha tante vite: quella dolce e breve della cagliata, l’altra quotidiana da caciotta e la più lunga delle forme che imbruniscono tenute in serbo.

Accanto alla cantina c’è la dispensa, per conservare le cose dell’orto da mangiare in inverno quando un pomodoro è un lusso da veri gourmant.

Il pane è sciocco, come si dice qua, non perché lo reputino tale piuttosto perché il sale non s’intona con i capocolli e le mazzafegato: il pane è saggio.

Per mangiare torno dopo vent’anni a Sorano il paese tutto di tufo che attira i turisti come la grotta i pastori. Ci torno perché so di ritrovare Fidalma e la cucina che somiglia di più a quella delle case che ho frequentato quando ero un giovane ispettore. Nonostante la moltiplicazione delle sale e un dehors che invade la terrazza sulle mura, l’atmosfera è sempre la stessa e, ancora più importante, gli odori del cucinato non si sono addomesticati alle raffinatezze dei nuovi palati. Prendo un tavolo d’angolo come mi piace di più: un’occhiata alle balze di tufo oltre il muretto con i gerani e un’occhiata al menù. Non ho dubbi e per i primi mi oriento sui pici all’agliata, i tortelli con la salsa di pomodoro e le pappardelle col cinghiale. Vado sul sicuro anche per i secondi e scelgo l’agnello a buglione e il piccione ripieno. I contorni vengono dalla dispensa. E il vino dalla cantina.

Non azzardo alcuna valutazione, sono troppo coinvolto.

EPILOGO
Mi sono fermato a dormire in una casa dov’ero già stato tanti anni fa e invece non ho dormito: per colpa o per merito del tanto vissuto tra calanchi e tortelli. Il materasso troppo rigido e il guanciale alquanto gonfio mi hanno fatto fissare più del dovuto le travi del soffitto. E pure le melodie dei grilli hanno contribuito. Proprio concentrandomi sul verso insistente degli insetti ho distinto un sommesso squittìo. In questa casa ci devono essere i topi! ho dedotto. Da quel momento, niente più grilli, il mio unico interesse è diventato la localizzazione del roditore loquace. Armato di candela e pazienza ho iniziato a ispezionare ogni angolo del battiscopa: niente buchi. Torno a letto e ricomincia il lamentoso scricchiolio. Finisce che la cera si scioglie e la candela si spegne accanto alla poltrona color papavero in cui sprofondo esausto.

La luce giusta dell’alba mi fa aprire gli occhi sulla soluzione del caso: una bava di vento colpisce il vetro della finestra della stanza. La lastra sottile presenta un’incrinatura che l’attraversa per tutta l’altezza e i margini, reagendo al vento, sfregano producendo lo stridere che ha allietato i miei sogni.

Note: Charun e Vanth sono figure dell’Ade, uno maschio e l’altra femmina. Il Bucchero è una particolare lavorazione ceramica per suppellettili importanti. Benino è il pastorello che se la dorme nel presepio napoletano. Il cavallo di Alvaro apparteneva ad Alvaro. Nell’area del tufo i cìtti sono i bambini e con il termine babbalóne si indica lo sciocco. Morfeo era solito sfiorare il volto degli insonni con i petali di un papavero fino a vincere ogni resistenza.

Fidalma Largo Busatti, Sorano (GR)

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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