Sunday, July 21, 2019
Home / Recensioni commissario  / Un passaggio tra Val Sesia e Valsèssera dove c’è la Valle del Mosso o forse dello Strona

Un passaggio tra Val Sesia e Valsèssera dove c’è la Valle del Mosso o forse dello Strona

Dove ci sono tre fiumi che s’incrociano possono capitarne delle belle. Faccio un saltello gioioso tra il 1300, il primo ‘900 e, come si dice, i giorni nostri

© Ilas / Tonino Risuleo

Gli happening all’aperto di Dolcino da Novara e la bella Margherita Boninsegna

Correva l’anno 1306. Dolcino, la fascinosa moglie Margherita Boninsegna e i suoi seguaci scelsero per bivaccare la Parete Calva del Monte Rubello sopra TriveroIn poco tempo si moltiplicarono fino a essere cinquemila o addirittura diecimila, questo almeno sostenevano loro e, anche per questo, venivano chiamati gazzari.

Grazie alla sua grande capacità comunicativa, Dolcino socializzò facilmente con gli scontrosi valligiani offrendo loro la parola di Dio e la liberazione dal giogo di Bonifacio VIII e della Chiesa di Roma in cambio di viveri e favori.  I dolciniani conducevano una vita di preghiera e digiuni, non si imponevano il celibato e rivendicando il diritto a predicare pur essendo laici. Nella cerimonia di accoglienza i nuovi adepti erano invitati a mostrarsi nudi, alla maniera di Francesco, per sottolineare la propria nullità davanti a Dio.

Stanco di vedere in giro questi proto-hippies che fomentavano villici e pastori, il vescovo di Vercelli organizzò una vera e propria crociata che portò rapidamente all’uccisione e alla dispersione dei gazzari. Dolcino, arrestato e affidato alle cure dell’inquisitore Bernard Gui, fu torturato, processato e condannato a morte; fu giustiziato pubblicamente dopo avere assistito impotente al rogo della sua Margherita e del fidato luogotenente Longino da Bergamo.

Nel 1907, in occasione del sesto centenario della morte di Dolcino fu inaugurato sul cucuzzolo della sua spensierata permanenza, un obelisco in pietra voluto da varie associazioni biellesi d’ispirazione laica, socialista e libertaria. L’obelisco fu abbattuto in epoca fascista e poi sostituito, nel 1974, da un cippo antropomorfo con le vaghe fattezze dell’amatissimo predicatore. 

Oggi come oggi a Trivero si ricorda di più l’epoca d’oro della manifattura laniera che iniziò nel 1911 quando Ermenegildo Zegna, con i suoi fratelli, iniziò a produrre i tessuti di alta qualità che in quarant’anni resero il loro marchio famoso in tutto il mondo. Il nome Zegna è anche legato alle politiche di tutela e valorizzazione ambientale con il progetto dell’Oasi e di sviluppo con la costruzione della Panoramica Zegna. L’imprenditore Ermenegildo tenne sempre a cuore il benessere dei suoi operai e di tutta popolazione triverese con l’istituzione di una scuola di avviamento professionale, la costruzione di un ospedale, una piscina coperta, il centro sciistico di Bielmonte e un centro sociale ricreativo. E nel 1941 fu investito del titolo di Conte di Monte Rubello… Monte Rubello, si, proprio quello del puro e duro Dolcino.

1816. La Macchina Vecchia di Pietro Sella nell’antico Bator

Queste valli un po’ sperdute hanno fatto da culla a grandi talenti: uomini capaci di ardite intuizioni. Già nel 1816 la tradizionale lavorazione della lana basata su una rete di lavoratori a domicilio virava verso una gestione organizzata nell’opificio di Pietro Sella che, rilevata la cartiera del Bator a Valle Mosso, dava il via con la sua Macchina Vecchia alla meccanizzazione del processo produttivo dei panni di lana. Le diverse fasi del metodo a mano: rottura, battitura, drossatura (l’allineamento delle fibre), cardatura, filatura a filo grosso, filatura a filo sottile, guarnitura dei panni (garzatura) e cimatura venivano ora gestite dalle otto macchine di Sella. Da allora, donne, uomini e ragazzi iniziarono a uscire di casa al mattino presto per raggiungere il loro nuovo posto di lavoro secondo orari e turni stabiliti; scompariva l’autonomia e l’autodeterminazione dei ritmi e dei tempi di lavoro e l’operaio non era più il padrone di se stesso. Aveva scambiato la riduzione dello sforzo muscolare con una certa perdita di libertà e un aumento notevole dei rischi d’infortunio dovuti alla velocità di queste macchine ancora da rodare.

Nel distretto del biellese si passò dalle poche centinaia di operai degli anni Trenta dell’800 agli oltre settemila della fine secolo.

E anche il paesaggio si trasforma assumendo caratteristiche uniche con la straordinaria convivenza tra fabbrica e natura. Un territorio coperto da foreste estese e rigogliose, offre con le sue acque la forza motrice all’arte meccanica dell’uomo. Filare, tessere e tingere i panni di lana diventa metaforica trasformazione del territorio stesso: un affresco moderno con gli opifici e le ciminiere, con le strade rotabili, i ponti e le strade ferrate. E in questo nuovo scenario non c’è conflitto tra la natura e la fabbrica, tra l’ambiente e l’attività pulsante delle macchine.

Anche il paesaggio sonoro si evolve, al raglio del somaro e allo scampanio delle chiesette solitarie si aggiunge il fischio della sirena che segnala l’inizio del turno di lavoro e il cambiamento che per sempre segnerà queste terre.

Lungo i sentieri impervi che attraversano i boschi per collegare le borgate sparse sui monti alle fabbriche edificate accanto ai torrenti si muovono le operaie e gli operai. I nuovi percorsi sono la Strada dell’oro, da Castagnea e l’alto Triverese ai lanifici di Masseranga e della Valsessera; in Vallestrona la Strada dei tessitori, che dalla frazione Livera di Pettinengo raggiungeva a Pianezze il Maglificio Maggia e il Sentiero d’la turbin-a che la gente di Pettinengo aveva sempre percorso per raggiungere il Santuario di Banchette e che ora li portava alle Fabbriche Bertotto.
Percorro il Sentiero tribbi da Veglio alla strada per Pistolesa dove, in frazione Gianolio c’è il ponte dei suicidi. In realtà da qualche anno è diventato il regno dei bungee jumpers che dal centro del ponte, il Colossus, si lanciano giù per 152 metri attaccati a un elastico. O è meglio dire appesi… come tanti salam’d patata.

Andamento Mosso: la movida cheta dei ciaciarùn de la crus

Eccomi a Croce Mosso. Il paese deve il suo nome alla propria posizione sul crocicchio fra la strada che da Biella porta in Valsesia e quella che da Cossato porta ai monti, un punto molto frequentato e importante per l’economia pastorale prima e laniera poi della zona mossese.

Qualcuno lo identifica invece con l’instabilità geologica del territorio che in realtà è più avvezzo a inondazioni che a terremoti. Qui i paesani continuano a ispirarsi alla maschera del vecchio carnevale, il Ciaciarùn, nobilotto chiacchierone sempre a zonzo con la consorte Ciaciareta. Un tipo particolarmente loquace si offre di accompagnarmi in motocicletta in posto buono per alimentare la mia bulimica curiosità, è a Coggiola, anzi, Cògiola come dice lui.

Questo è il paese dove nel 1911 i fratelli Fila fondarono una fabbrica di mutande poi destinata a imprevedibili successi nel tennis e altri sport. Un marchio famoso nel mondo indossato da atleti come Borg e Panatta; ha pure scalato l’Everest con Reinhold Messner! 

Le pieghe sulle rampe della SP113 mi scombussolano lo stomaco predisponendomi a un lauto pasto. Passiamo il ponte sul Sèssera e continuiamo a salire verso Viera dove arriviamo dopo altri cento curve e tornanti. Qui c’è la vecchia Cooperativa di Consumo di Viera e Rivò, oggi Trattoria Cantün Balin.

Il loquace motociclista mi introduce al patron e riparte rombando. Metto finalmente le gambe sotto a un tavolo e chiedo di visionare il menù. Siamo nel regno della paletta o përsucc dla palëtta, il prosciutto povero di spalla da cuocere.

Leggo: tomino di ricotta seirass con crema al tartufo bianco; insalata russa della casa; lingua in bagnet; ravioli al ripieno di paletta con fonduta di parmigiano, burro e salvia; taglierini allo zafferano locale; paletta su crostoni di polenta e composta di mele; arrosto di vitello cotto al fieno; il tapulone di carne d’asino; patate sabbiose ai sapori di montagna; panna cotta allo zafferano con granella di pistacchi e salsina mou al caramello salato. Vino Nebbiolo delle colline novaresi più altre bottiglie di bianco e rosso a scelta.

Per l’occasione torno al vecchio metro di valutazione dei buchi nella cintola e dico… Tutti.

Chiedo delle bretelle e chiamo un taxi.

Dedicato a nonna Elda che è cresciuta lì.

Trattoria Cantün Balin Via Micheli 47, Frazione Viera, Coggiola (BI)

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

Review overview