Sunday, July 21, 2019
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Le stelle d’argento dei cow boys che brillano in fondo ai pozzi dei sogni

Sulla rotta tabarchina da sud a nord tra quintali di tonno e tonnellate di zinco, dalla bottarga di San Pietro al Cagnulari di Alghero

Argentiera © Tonino Risuleo / Ilas

Granelli di grano, il cibo povero e sano dei popoli mediterranei

Il motore diesel borbotta regolare scivolando la chiglia sull’acqua placida della prima mattina. Due allegri baffi di schiuma risaltano sulla pancia colorata della barca da pesca che sta risalendo la costa occidentale della Sardegna.

Sono stato a Carloforte per la Sagra del Cascà, il cus cus di origine tunisina che la gente di mare ha portato in giro per il Mediterraneo e anche sulla piccola isola di San Pietro. La ricetta locale, che mi è stata raccontata in puro tabarchino – uno strano genovese arcaico – prevede di mescolare alla semola diverse verdure come ceci, piselli, verza, carota, melanzane e zucchine con aromi di spezie ed erbe tra cui il finocchio selvatico. In realtà a organizzare questa babele di lingue e di gusti sono stati i soliti genovesi che l’andar per mare l’hanno sempre avuto nel DNA; forse anche per via di tutte quelle montagne che li spingono alle spalle.

Nel Cinquecento la grande aristocrazia mercantile della città si riconosceva nella potente Repubblica di Genova. Verso la metà del Cinquecento l’influente famiglia Lomellini ricevette da Carlo V la concessione per la pesca del corallo nelle acque di Tabarka sulla costa nordafricana e, presi dalla furia del commercio e subodorando notevoli guadagni, decisero di trasferirsi in massa accompagnati da molti degli abitanti di Pegli.

In duecento anni Tabarka divenne un avamposto genovese molto attivo nel commercio dei coralli e anche di molti generi alimentari. Ma la pacchia si concluse nel 1741 quando la colonia fu rivendicata dal signorotto di Tunisi e ai pegliesi, divenuti tabarchini, fu consigliato di prendere il largo per tornarsene a casa loro.

Per fortuna i previdenti coloni, già prima del fattaccio, avevano chiesto al re di Sardegna Carlo Emanuele III di Savoia di potersi stabilire sull’isola disabitata di San Pietro, nell’arcipelago del Sulcis dove, ottenuta la concessione, fondarono la loro nuova patria.

Tumpf-tumpf-tumpf. La ninna nanna dello sciabordio non mi lascia scampo: sogno sedici sirene moresche che cantano in gorgogliante coro “… ma se ghe penso alôa mi veddo o mâ“.

La conca ridente del piombo finito

La crociera continua e il mio torpore anche… Ma che c’era in quel cus cus? Mi svegliano gli strilli nasali di uno stormo di fenicotteri rosa decollati dalle dune umide che stiamo costeggiando. Il dito storto del timoniere indica la costa; con voce tenorile mi aggiorna: è Oristano.

Il caldo e la bellezza struggente del panorama mi fanno chiudere gli occhi.

La meta di giornata è Argentiera, un borgo di minatori rimasto in attività per l’estrazione di piombo, zinco e ferro per un centinaio d’anni dal 1864 al 1963. Una location di archeologia industriale misteriosa con il fascino del paese fantasma in un territorio collinare aspro e gentile impreziosito dalla lucentezza delle rocce e dalla purezza delle acque.

Gli anni d’oro dell’Argentiera, attorno al 1940, segnarono una notevole espansione nei tre nuclei abitativi principali di Miniera Vecchia, Cantiere Plata e Argentiera che dal mare si disperdono seguendo le curve di livello del territorio.

Al termine dell’attività della miniera, nel 1963, la profondità del Pozzo Podestà raggiungeva il livello -220 e il Pozzo Umberto fino a -325 ma in fondo ai pozzi ormai, non c’era più nessuno da mandare.

Sule collinette coperte dalla bassa vegetazione mediterranea sono rimasti gli edifici residenziali dai volumi semplici e, qui e là, altri edifici isolati: l’asilo, la chiesa, il cinema, la foresteria e la straordinaria Laveria realizzata interamente in legno pitch-pine per rendere più leggera la struttura e più facile la sostituzioni delle parti deteriorate dai fattori climatici.

La Laveria era il centro nevralgico della cernita dei minerali estratti e della loro selezione: quelli sterili venivano separati dagli altri che venivano invece concentrati e arricchiti, con il specifici sistemi di lavaggio.

Nei tempi migliori la cittadella mineraria ospitava oltre duemila persone e dava lavoro a più di trecento tra operai e tecnici; oggi qui sono rimasti a vivere solo settanta abitanti: quarantadue maschi e ventotto femmine.

Un sfida succulenta all’ultimo colpo di chela

Il tender che mi porta sulla spiaggia di Argentiera è un piccolo fuoribordo d’alluminio; sono passato dal legno colorato della motobarca al metallo leggero che punta a balzelloni verso le miniere. La giornata s’è fatta ventosa e grigia come la sabbia nella conca che stiamo per raggiungere ma l’acqua trasparente mostra un fondale roccioso con gorgonia e pesci guizzanti. Sbarcare qui è un’emozione nuova e spiazzante, si piomba in un set minerario da film americano. Muovo qualche passo verso una specie di ghost town in cui si aggirano individui stralunati in mutande. Arrivo a uno slargo polveroso dove sta acquattato un edificio basso intonacato in un bell’ocra chiaro; un certo numero di ombrelloni tengono al coperto una mezza dozzina di tavoli, oggi sono chiusi per l’assenza del sole e l’insistenza del vento. E allora entro per vedere com’è.

Nell’unico grande stanzone si respira una piacevole atmosfera da saloon, non c’è un pianoforte strimpellante ma a un tavolo rumoreggia una comitiva di attempati motociclisti con i giacconi di cuoio pieni di fregi e coccarde. In effetti avevo notato davanti al locale le loro cavalcature sbrilluccicanti d’acciaio parcheggiate come cavalli al korral.

I pittoreschi reduci dell’ennesimo easy rider stanno bevendo vino bianco che versano da monumentali caraffe. Questo è il Veliero, il punto d’aggregazione per eccellenza dove si può entrare a chiedere un caffè, un pacchetto di sigarette o un piatto di pasta. E in un posto così, io mi siedo, e mangio!

Scelgo a caso dalla lavagnetta dei piatti del giorno qualche primo: zuppetta di cozze, baccalà in agliata, spaghetti al granchione, gnocchi al ragù di pecora, linguine zucchine e gamberi, ravioli di pesce con pomodorini. Per secondo mi dirigo verso dei calamari fritti, poi moscardini alla diavola, frittelle di murena, tonno con pomodorini e crema di melanzane, barracuda al cartoccio e anche una grassa mostella al cartoccio. Per contorno delle verdure grigliate e per sgrassarmi la bocca, una insalatina di finocchi, agrumi e olive… molto mediteranneo!

Da bere una bottiglia bella fredda di Vermentino, e un assaggino del secolare rosso Cagnulari di Alghero.

Il voto è massimo, per la tenacia del rado popolo di Argentiera e per il vento teso di nord ovest.

Bar Tabacchi Ristorante il Veliero Via Carbonia 1, Argentiera (SS)

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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