Wednesday, September 26, 2018
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Stefano Cerio: il fotografo tra rigore, trasparenza, perseveranza e studio

Amusement Place riunisce per la prima volta una selezione di 30 opere di grande formato e due video in hd tratti dalle 5 serie di lavori sviluppati dall’artista su luoghi e architetture (più o meno

© Stefano Cerio

Seguo, da anni, il lavoro di Stefano Cerio, prestando attenzione alle affascinanti evoluzioni della sua ricerca, ai tratti poetici, ai messaggi che scorgo tra una fotografia e l’altra e alla bellezza che delicatamente racconta sempre a noi spettatori.

Incontro Stefano, in un Caffè a Roma, dopo aver visto il suo ultimo lavoro “Amusement Places”, in mostra a Napoli, fino al 15 luglio, in Villa Pignatelli – Casa della Fotografia.

Sento la necessità di unire i tasselli del puzzle che ho scoperto studiando i suoi lavori, uno dopo l’altro, in questo meraviglioso intreccio delle sue riflessioni fotografiche degli ultimi 10 anni.

L'intervista

(Federica Cerami) AMUSEMENT PLACES è il racconto dell’ultima tappa della tua ricerca sulla identità dei luoghi. Mi piace molto il filo conduttore e le modalità che ti portano a scegliere di esplorare certi spazi architettonici.

I tuoi luoghi non sono abbandonati; sono luoghi nei quali la vita si è fermata per una pausa, breve o lunga che sia. Ci racconti com’è nata questa tua ricerca e con quale necessità espressiva si è mossa?

(Stefano Cerio) In mostra la prima foto del percorso espositivo è quella sull’AcquaPark, una struttura presente all’interno del Villaggio Coppola a Giugliano, che ho realizzato nel 2007.

Da quel momento nasce in me l’idea di lavorare sui posti del divertimento di massa.

Ero sempre stato attratto dal kitch, dal sintetico, dal finto. In quel periodo stavo facendo un lavoro sull’asse mediano e percorrendolo di frequente, un giorno ho incrociato l’Acqua Park, in inverno e quindi momentaneamente fermo e privo di visitatori.

Inizio allora ad affascinarmi l’idea dei divertimenti di massa e nasce il primo lavoro, di questa serie, che è poi stato esposto allo Spazio Forma a Milano nel 2010 (Winter Acqua Park)

Racconto, in questa mostra, gli spazi del divertimento di massa nel momento della loro non fruizione: una idea che è alla base di tutta la mia tematica.

Io li considero dei ritratti in assenza, foto di persone che non ci sono.

Nel momento in cui non ci sono le persone assumono tutta la loro surrealità, la loro follia a livello architettonico.

Da quel momento in poi nasce questa passione e scaturiscono altri lavori.

Il successivo è “Night Sky”, impianti da sci di notte con le luci.

Lì l’assenza non è stagionale ma legata all’idea di giorno e notte.

Ho fotografato questi impianti di notte, illuminandoli, in assenza di persone, per poi vederli la mattina dopo quando vengono affollati da milioni di persone.

Questa idea si ripete in altri lavori ancora.

Ad esempio in “Cruise Ship”, vado in una nave da crociera che ha più di 5000 posti di notte mentre viaggia scatto le foto verso le 3, le 4 del mattino, quando la gente dorme.

A questo lavoro segue “Chinese Fun”, che è il mio lavoro più importante che ha anche prodotto un libro che ha avuto un grande successo nel mondo.

Fotografo i luoghi del divertimento di massa in Cina che scelgo per le mie riprese, perché in Cina i luoghi di massa quando sono affollati sono veramente molto affollati e, in tal senso la differenza vuoto pieno è molto più evidente.

Si può afferrare questo concetto, ad esempio, osservando uno dei video presenti in mostra alla Casa della fotografia di Napoli, che rappresenta l’uscita di una delle fermate della metropolitana di Shangai. Io rimango in mezzo all’uscita della metropolitana, dentro la folla, fermo per 15 minuti di riprese che non ho alterato in fase di montaggio.

(F.C.) La luce nelle tue immagini è molto avvolgente e non va mai sopra le righe. Non c’è, nelle tue immagini, il desiderio di stupire lo spettatore: il tuo lavoro, a mio avviso, chiede silenzio e meditazione per essere introiettato ed elaborato. Mi chiedevo, in tal senso, se c’è nel tuo vissuto un percorso legato alla meditazione e/o alla spiritualità in senso lato.

(S.C.) Sicuramente si. Amo molto il rigore in fotografia. Questa luce Cinese che manca di ombre è una specifica scelta di fotografare in ore in cui manca il cielo azzurro.

La spiritualità c’è nel rigore che io esplicito nell’approccio al soggetto. Gran parte delle mie fotografie sono realizzate con macchine di grande formato sia quando scattavo in pellicola che adesso che scatto in digitale. In tal senso ho un approccio molto riflessivo ed ho bisogno di una serie di gesti che non hanno un rapporto stretto con l’immagine che sto riprendendo ma mi aiutano a ricostruirla. Metto la macchina in bolla, non ho alcuna distorsione nelle mie immagini, né di luce e né di carattere ottico. La macchina è in bolla sul treppiede io sono di fronte al soggetto, non cerco alcun effetto di fuga o qualcosa che crei un movimento.

Decentramento, riflessione e attesa della luce giusta sono i miei gesti che si avvicinano alla spiritualità ma essenzialmente parlano del mio rigore.

Ho un forte richiamo al lavoro dei coniugi Beker; mi piace cioè l’architettura che si slega dalla semplice posizione dell’oggetto e diventa un momento di costruzione di un percorso e di un linguaggio.

(F.C.) Le fotografie sono l’emanazione del fotografo, la sua impronta e al tempo stesso la sua proiezione in un tempo che è fuori dal fotogramma.

Quanto raccontano di te le tue ricerche e/o alcune tue singole fotografie?

(S.C.) Slegare la persona dal proprio lavoro è proprio complicato perché sono due aspetti della stessa medaglia. Chi mi conosce sa che io sono una persona estremamente tranquilla e riflessiva e questo si rispecchia nella mia immagine fotografica e soprattutto non mi piace sovraesporre sia in senso fotografico che di vita. Tutto questo diventa ovviamente un percorso artistico e di vita.

(F.C.) Ho letto una domanda che ti è stata fatta, tempo fa, in una intervista e te la ripropongo, immaginando che da allora ad oggi qualcosa possa essere cambiato. Se dovessi associare a ogni tuo lavoro delle parole chiave, quali sarebbero quelle più ricorrenti?

(S.C.) Sicuramente RIGORE e poi TRASPARENZA. Il mio è un approccio oggettivo, amo essere trasparente rispetto alle mie immagini perché non voglio in alcun modo modificare l’oggetto nel momento in cui lo fotografo. Il mio lavoro creativo è nella scelta del soggetto e nella sequenzialità delle immagini, non tanto nel modificare in maniera soggettiva la realtà.

(F.C.) C’è qualcosa che non hai ancora scoperto e che ti piacerebbe affrontare con la fotografia?

(S.C.) È da tanti anni che faccio il fotografo, oltre 40, ma spero sempre di scoprire qualcosa di nuovo.

Fotografare è un lavoro artistico legato a una idea di evoluzione e se non lo è diventa mestiere e artigianato inteso in senso basso. Spero sempre di trovare nuovi stimoli rispetto a come la fotografia si confronta con il mondo.

(F.C.) Il tuo lavoro di fotografo quanto e come è cambiato da quando hai iniziato ad oggi? Se potessi iniziare oggi la tua carriera di fotografo da quale punto inizieresti?

(S.C.) È cambiato in maniera radicale. Ho iniziato verso i 15 anni come fotografo ritrattista e lo sono stato fino a dodici anni fa, lavorando come ritrattista di moda e quindi ho avuto una visione diversa rispetto a quella attuale.

In questo momento il mio lavoro è cambiato, perché non lavoro più per un cliente ma per galleristi e per case editrici per realizzare libri.

La fotografia non è qualcosa di diverso rispetto al linguaggio contemporaneo: il problema attuale della fotografia è che tenta di crearsi una via alternativa.

Per me la fotografia deve entrare nel linguaggio contemporaneo ed esserne un aspetto e come tale utilizzarlo. La fotografia va promossa così come si promuove l’arte contemporanea: io, infatti, collaboro solo con gallerie che lavorano nell’arte contemporanea.

(F.C.) Quale consiglio dai a chi inizia a muovere adesso i primi passi nella fotografia?

(S.C.) Dico di non accettare consigli sul diventare un fotografo.

In questo periodo storico la fotografia è più una vocazione che un mestiere e chiaramente parlo della fotografia di ricerca in maggior parte.

Devi avere un grande amore e una grande passione per la fotografia prima di intraprendere questa strada, altrimenti provarci nemmeno. Con questa passione ci devi lavorare tanto fino a quando non hai in mano tutti gli strumenti tecnici della fotografia.

Picasso diceva: Ho impiegato 10 anni per disegnare come Raffaello e una vita per disegnare come un bambino. Devi arrivare al punto in cui la tecnica non deve contare più nulla per te e a quel punto dovrai iniziare a studiare tanto: scattare poco e studiare tanto.

L’importante è avere conoscenza della storia della fotografia e della storia dell’arte: dopo scatterai, perché quello sarà l’ultimo dei tuoi problemi.

Credo che questo approccio potrà portarti ad avere dei risultati.

Riprendo il treno che mi riporta a casa e penso agli incredibili stimoli creativi che mi ha fornito Stefano parlando di fotografia, penso alla perseveranza nella sua ricerca, al rigore e alla necessità dei continui e fluidi passaggi della fotografia nell’arte contemporanea e viceversa. Ne sono certa: non si finisce mai di studiare e di cercare i propri strumenti di ricerca.

Stefano Cerio

Inizia la carriera di fotografo a soli 18 anni, collaborando con il settimanale L’Espresso.

Dal 2001 il suo interesse si sposta progressivamente verso la fotografia di ricerca e il video.
I suoi lavori si indirizzano sempre più intorno al tema della rappresentazione, esplorando quella terra di confine tra la visione, il racconto del reale e l’orizzonte di attesa dello spettatore, la messa in scena di una possibile realtà se non vera almeno verosimile. In questo senso, progetti come Sintetico Italiano, Souvenir, Aquapark, Night Ski,Chinese Fun sono tappe di un percorso artistico coerente che trova proprio nel concetto di ricordo, nel luogo “altro” come catalizzatore di desideri presenti e memorie future, nell’idea di vacanza e di svago, quella sospensione del quotidiano che l’autore studia e racconta in immagini.
Le sue opere sono in molte collezioni pubbliche e private.

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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