Wednesday, September 26, 2018
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Intervista a Gemma Rossi, autrice di PMA, un diario fotografico intimo e delicato

Una storia costruita attraverso gli scatti fotografici di sacrifici, speranze e di lotte per raggiungere un obiettivo alto e dolce al tempo stesso: riuscire ad avere un figlio all'interno della struttura ospedaliera dove si pratica

© Gemma Rossi

PMA è un racconto fotografico molto delicato e intimo compiuto da una donna, all’interno della struttura ospedaliera che l’ha guidata in un percorso di Procreazione Medica Assistita.

PMA ha vinto il secondo posto della tappa Tarantina della Manifestazione Portfolio Italia.

Joan Fontcuberta, volendo sottolineare alcuni aspetti della fotografia contemporanea, parla di “post-fotografia” intendendo riferirsi all’immagine che diventa linguaggio, non più scrittura della luce appannaggio di pochi.

Ben venga, quindi, questa democratizzazione del mezzo fotografico che permette a tutti di raccontare e di raccontarsi sempre, dovunque e con estrema libertà di movimento e di pensiero.

Abbiamo ampiamente scavalcato la barriera che separava l’analogico dal digitale, siamo andati anche oltre l’idea oggi la nostra esperienza visiva, oggi, attraverso internet, ci permette di vedere addirittura circa 500.000 immagini al giorno e ci siamo, adesso, assestati sul desiderio di espressione e condivisione, facilmente realizzabile grazie agli smartphone e ai social network.

Tutta questa ondata di nuova tecnologia ha ovviamente avuto delle grandi conseguenze sulle modalità narrative della fotografia.

Pino Bertelli nel suo libro “Contro la fotografia della società dello spettacolo” afferma, in tal senso:

“La fotografia può essere dunque un discorso di rottura, un linguaggio dirompente che annuncia l’avvento di un mondo nuovo, liberato dai guinzagli della ragione dominante o vincolo storicistico legato al proprio delirio affabulativo”

Se questa post fotografia può essere utile per sviluppare una rottura con i temi del passato e, anziché tentare di compiacere le aspettative del pubblico, ha adesso il ruolo di destabilizzarlo per sensibilizzarlo su tematiche scomode da affrontare ma drammaticamente tristi e contemporanee, dobbiamo aprire i nostri sensi per accogliere il nuovo e farlo diventare parte del nostro patrimonio umano e culturale.

Nella tappa di “Portfolio Italia” di Taranto, al Festival FotoArte, diretto da Raimondo Musolino il secondo premio è stato vinto da Gemma Rossi che ha realizzato, con il suo smartphone, all’interno di un ospedale pugliese, un racconto autobiografico sotto forma di diario fotografico.

Ho conosciuto, anni fa, Gemma Rossi  a Taranto e assieme a lei ho incontrato un meraviglioso gruppo di donne forti e combattive che fanno parte del Circolo fotografico Il Castello.

Gemma è abituata a pensare fotograficamente: ogni anno con il Circolo il suo gruppo produce una mostra collettiva di sole donne e un nuovo portfolio da far leggere durante il Festival.

Non è facile costruire una storia attraverso le immagini ma non è facile, ancora di più, dare ascolto alla propria voce interiore che ti chiede spazio per esprimersi.

Gemma è una donna che sorride spesso a prescindere dalle avversità nelle quali è inciampata.

“PMA” racconta una storia di speranze e di lotte per raggiungere un obiettivo alto e dolce al tempo stesso: riuscire ad avere un figlio.

PMA è la storia del suo cammino fatto di tanta fatica, tanti sacrifici e tanti sogni raccolti, per fortuna, in un contesto di amore molto forte.

In questo cammino c’è un marito simpatico e affettuoso con il quale è sposata da sei anni, due gatti e due conigli e tutti assieme sono un nucleo familiare coeso e luminoso.

L'intervista

(Federica Cerami) Mi colpisce quanta luce c’è nelle tue immagini. Leggendo la sinossi del tuo portfolio ho immaginato foto in bianco e nero e poco illuminate: sono rimasta colpita dall’aver trovato, invece, il contrario di quello che la mia mente ha immaginato.

Ferdinando Scianna, riferendosi all’etimologia della parola “Fotografia”, si diverte a mettere in crisi i suoi spettatori chiedendo loro: la fotografia è scrittura con la luce o scrittura della luce.

A me viene da chiederti: è la luce che ha guidato te in questo racconto o è accaduto il contrario?

(Gemma Rossi) Devo dire che mi piace moltissimo l’ossimoro che si crea nei miei lavori, parlo di argomenti molti tristi con immagini molto luminose.

Mi piace l’idea che ci debba essere un doppio livello di lettura, a prima vista possono sembrare “belle foto” fine a se stesse, un’analisi più attenta però si scopre che non è così.  Penso che sia anche più violento come messaggio, raccontare il brutto con il “bello”.

Sarebbe stato forse più semplice raccontare questa mia storia con immagini in bianco e nero, ma mi sono sforzata di trovare immagini luminose.

(F.C.) A me piace pensare che in ogni fotografo ci siano uno o più padri putativi legati alla fotografia o alla pittura o al cinema.

Guardo le tue immagini, una dopo l’altra e ci vedo tanta fotografia del passato e del presente, una narrazione lirica e intima al tempo stesso e penso ad una schiera di artisti che ti ha guidato tenendoti metaforicamente per mano.

Quali sono stati i tuoi padri putativi artistici?

(G.R.) Sicuramente Francesca Woodman, Sally Mann, Diane Arbus e Sophie Calle. In pittura mi piacciono tutti gli impressionisti, trovo che abbiamo, a loro modo, un modo molto dolce di raccontare il mondo.

(F.C.) Le tue fotografie sono state fatte con un cellulare e tutte all’interno di un Ospedale. Ci racconti lo schema narrativo del tuo lavoro?

Ti è stato utile il cellulare o ne hai sentito i suoi limiti?

(G.R.) Già prima di iniziare il percorso di PMA sapevo che avrei realizzato un progetto fotografico, mi ero imposta di scattare sia per avere una sorta di diario (da mostrare ad un eventuale figlio) sia per distrarmi dalle attese. Quindi dal primo giorno mentre ero in clinica cercavo le fotografie da scattare, avevo già più o meno in mente quello che avrei voluto trovare. Non mi sono sentita molto limitata dall’uso del cellulare, sicuramente si è rilevato un mezzo estremamente comodo perché mi ha dato la possibilità di scattare senza dare troppo nell’occhio. Forse non ho potuto sovraesprorre come sono abituata a fare, ma non l’ho sentito come una limitazione.

Per quanto riguarda l’editing non sono riuscita ad avere la lucidità di farlo.

Per la prima volta sapevo che avrei dovuto chiedere aiuto, le immagini erano troppe e tutto era ancora molto fresco (ho fatto l’editing dopo 5 giorni dall’ultima visita). Ho chiesto un aiuto, quindi, a un mio carissimo amico, Giorgio Ciardo, che ancora oggi ringrazio, di aiutarmi.

(F.C.) Il tuo è un racconto pieno di coraggio e di generosità verso chi ha vissuto o vivrà come te questo percorso.

Ti immagino assieme ad altre donne che con te percorrevano il tuo stesso cammino.

Quando hai iniziato a fotografare chi era accanto a te come ha reagito? La fotografia ha unito o allontanato?

(G.R.) Ho fatto in modo di non farmi notare. Le infermiere giravano come arpie e se si fossero accorte che ero lì a fotografare me lo avrebbero impedito e si sarebbero mostrate ancora meno simpatiche di quanto già di natura non lo fossero.

Non ho parlato con le altre donne.

Un po’ perché non riesco a socializzare in queste situazioni, in cui tutte si guardano con odio: se c’è il 20% di possibilità di successo, vuol dire che se tu riesci sicuramente io non riuscirò e un po’ perché avevo deciso di salire sulla mia nuvola felice, quindi scattavo e non pensavo ad altro, solo così riuscivo a trovare sopportabile l’attesa.

Proprio la settimana scorsa sono dovuta andare in ospedale per un controllo a distanza di un anno, c’era abbastanza da attendere.

Ad un certo punto sono dovuto andare via lasciando mia madre in fila al posto mio perché mi stavo sentendo malissimo, iniziavo a sudare freddo. In questa circostanza mi sono resa conto di quanto mi ha aiutato far foto in clinica.

(F.C.) Io sono dell’idea che la fotografia aiuta a guardarsi dentro e a trovare il mondo di venire allo scoperto senza paure o remore di alcun tipo.

Ci racconti questo tuo percorso dal punto di vista della scoperta e delle emozioni?

(G.R.) Penso che le mie emozioni siano ancora comodamente nascoste da qualche parte.

Non sono uscite allo scoperto, o almeno non del tutto. Sono troppo forti loro e troppo fragile io in questo momento per gestirle. Di sicuro il fatto di parlare di questo lavoro mi aiuta tanto a non vergognarmi del non essere madre. Sembra una cosa retrò, ma ancora adesso c’è gente che ti fa sentire menomata solo perché non hai un figlio.

Questo becero retaggio culturale un pochino rimane. Il fatto di aver “urlato al mondo” questa mia caratteristica, sicuramente mi ha aiutata.

(F.C.)In questo tuo racconto non c’è un finale o per lo meno c’è un finale aperto. 

Come mai questa scelta?

(G.R.) Perché non volevo raccontare la mia storia, quindi era giusto che non ci fosse il mio finale. Questo è pressappoco il percorso che fanno tutte le donne che devono concepire in maniera medicalmente assistita. Quindi il mio è solo un racconto, un diario, di quello che accade quando un figlio non ti viene naturalmente.

(F.C.) Se non avessi avuto lo strumento fotografico tra le mani, tutti i tuoi pensieri sarebbero rimasti sopiti?

(G.R.) Quando lo guardo penso: ma come ho fatto? Dove avevo tutta quella energia, quando le vivi le cose non te ne rendi conto. Riguardando il lavoro mi sono sentita molto più forte, anche se onestamente dopo settembre ho avuto un crollo emotivo, ma penso sia normale.

(F.C.) Cosa ti auguri possa accadere alle donne spettatrici del tuo racconto?

(G.R.) Auguro ovviamente a tutte di coronare il proprio sogno. Questo lavoro però mi farebbe piacere che venisse visto da persone che si debbano approcciare a questa nuova fase della loro vita. Io non ne sapevo molto, e a sapere che sarebbe stata così tanto, ma tanto, dura ci avrei pensato un secondo di più. Inoltre mi farebbe piacere anche che lo potessero vedere tutte le mamme che non fanno altro che lamentarsi di avere poco tempo da dedicare a loro.

Certe volte non si comprende la fortuna che si ha.

Infine vorrei che lo potessero vedere tutte le impiccione che simpaticamente e sistematicamente ti chiedono come mai dopo tanti anni di matrimonio non hai figli, vorrei che capissero che dietro quel timido arriveranno forse, ci sta un mondo.

Riguardo per un’ultima volta il lavoro di Gemma, dopo aver riletto le sue parole e non posso fare a meno di pensare a quanto l’arte possa essere magnificamente terapeutica e alla fortuna che abbiamo di poterci liberare, anche con la fotografia, dei nostri mostri interiori per tendere verso il benessere. Il grande lavoro che compie la Psicoterapeuta, Arteterapeuta Judy Weiser (*), dal Canada, da circa 40 anni, riguardo alla Fotografia terapeutica e alla Fototerapia, inizia a dare sempre di più i suoi frutti.

In una recente intervista su Repubblica afferma:

“Le fotografie possono fare miracoli là dove non arriva la parola. Le immagini scatenano un universo di emozioni e sensazioni. Un aiuto non da poco, dunque, per psicoterapeuti, analisti, psicologici e per coloro che vogliono conoscere un po’ meglio se stessi, andando oltre l’indagine verbale perché, a volte, il dialogo si ferma tra ricordi dimenticati e rimossi.”

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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