Thursday, August 16, 2018
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Miralago tra prodigi, bestie pelose e un vino tre volte buono

Scavata nel monte Tabor sull’isola Bisentina c’è l’orrida Malta dei Papi, una cella buia per incarcerare a vita gli ecclesiastici colpevoli d’eresia

© Ilas / Tonino Risuleo

Montefiascone, un fiasco di bianco per Sua Eccellenza

Il lago di Bolsena custodisce, nei paesi bagnati dalle sue acque, una serie di curiose vicende e mi è toccato spingermi fin qui con la corriera della COTRAL per convincere i paesani a illuminarmi.

Un povero diavolo d’oste ha indugiato solo tre minuti prima di raccontarmi la vera storia dell’Est, Est, Est. Qui siamo certamente a Est di qualcosa ma il nome di questo vino si deve più che altro a una leggenda.

Nell’anno 1111 Enrico V di Germania veniva a Roma con il suo esercito per essere incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero; al suo seguito c’era il vescovo Johannes Defuk intenditore di vini e il suo coppiere personale Martino che aveva l’incarico di precederlo per assaggiare e scegliere le etichette migliori ovunque transitassero.

I due avevano concordato un segnale in codice: qualora Martino avesse trovato un buon vino, avrebbe dovuto scrivere Est, diminutivo di est bonum, è buono, vicino alla porta della locanda, se il vino era molto buono, avrebbe potuto raddoppiarlo in Est Est. Il coppiere giunto a Montefiascone e assaggiato il vino locale, ne apprezzò così tanto la qualità che pensò di ripetere per tre volte il segnale convenuto aggiungendo anche qualche punto esclamativo, dunque Est! Est! Est!

Il vescovo, arrivato in paese, condivise il giudizio del suo coppiere e prolungò la sua permanenza per tre giorni. E addirittura, dopo la missione imperiale, vi tornò fermandosi per un paio d’anni fino al giorno della sua morte avvenuta, pare, per un eccesso di libagioni. Il godereccio Johannes è sepolto nella chiesa di san Flaviano, dove a ogni anniversario della sua morte una botticella del buon vino viene versata sul sepolcro dove si legge: per il troppo EST! qui giace morto il mio signore Johannes Defuk.

Il 48 di Marta e la grotta dei fiorellini di campo


Marta, il piccolo paese subito dopo Montefiascone, è conosciuto soprattutto per il suo Cannaiola, un rosso gradevolmente dolce. Il nome del suo vitigno, il Canaiolo, proviene probabilmente dal latino dies caniculares, i giorni più caldi, infatti, proprio in quei giorni le uve ancora verdi iniziano a cambiare colore virando verso il nero-violaceo. Più fantasiosa pare l’ipotesi che l’uva Canaiolo fosse particolarmente gradita ai cani! Quella più accreditata identifica la sua derivazione dal termine Canna visto che le viti erano tenute diritte con le canne, molto abbondanti lungo le sponde del lago.

Ma la mia indagine qui si sviluppa attorno a un evento verificatosi nel lontano 1948 quando tre bimbette di otto-nove anni, Ivana, Brunilde e Maria Antonietta, uscite da scuola, decisero di andare a cogliere i fiori per la processione del Corpus Domini.  Avendo appreso dalle loro mamme che l’infiorata ci sarebbe stata la settimana successiva pensarono di custodire la cesta con i fiori in una cantina così che si conservassero bene al fresco.

Entrate con il cesto furono abbagliate da una luce fortissima con l’apparizione di Maria e il Bambino: immediatamente andarono in estasi! Al risveglio corsero a dirlo ai parenti, che coinvolsero presto tutto il paese tanto che ci volle l’intervento delle guardie per arginare l’euforia della folla. Nei mesi e negli anni successivi ci furono centinaia di testimonianze e svariati coccoloni. Ma le tre bambine, la Madonna, non la videro mai più.  Zi’ Mario, un umile pescatore del paese, è quello che ha collezionato il maggior numero di apparizioni della Madonna della Cantina fino a stabilire il record assoluto per aver visto e parlato con la Madonna ogni giorno fino al compimento del suo 101° anno.

Non ci credete? Allora riporto la seguente vicenda: un autobus di linea da Viterbo a Valentano, passando per Marta, rallentò davanti alla Grotta. L’autista si affacciò dal finestrino e ghignò rivolto alla folla in preghiera “Che buffonate!” e proseguì il suo viaggio. Giunto a casa, si sentì male: aveva addosso il ballo di sanvito e sua moglie voleva chiamare il medico. Lui preferì andare a letto. Ore dopo, sudato e tremante, ripensando all’accaduto del mattino, si alzò di scatto e tornò di corsa a Marta per chiedere perdono alla Madonna. L’atto di contrizione lo guarì ipso facto.

Bolsena e l’invenzione del Corpus Domini.

A proposito di scetticismo mi tocca d’indagare sul caso del prete boemo Pietro da Praga che nell’estate del 1263, forse per il gran caldo, prese a dubitare della reale presenza di Gesù nell’ostia e nel vino consacrati. In viaggio per Roma si fermò a pernottare a Bolsena, dove i dubbi lo tennero sveglio per tutta la notte. Il giorno successivo celebrò la messa nella chiesa di Santa Cristina e, secondo quanto tramandato dai presenti, al momento della consacrazione l’ostia cominciò a sanguinare. Impaurito e confuso il sacerdote cercò di nascondere il fatto e conclusa la celebrazione fuggì verso la sacrestia perdendo sangue. Il giorno dopo si recò da papa Urbano IV per riferirgli l’accaduto. Il pontefice inviò a Bolsena una commissione per verificare la veridicità del racconto e per recuperare qualche reliquia. La relazione dei suoi convinse Urbano IV a dichiarare la soprannaturalità dell’evento promulgando la Bolla Transiturus che istituì dall’anno successivo la Festa del Corpus Domini.

Il lago di Bolsena è depositario di una storia millenaria. Il passaggio degli Etruschi ha contribuito a rendere misteriosi questi luoghi lasciando segni indecifrabili e talvolta inquietanti.

Mi capita tra le mani una statuetta dello spaventoso mostro Volta, lo spinosauro acquatico dalle fauci fiammeggianti ucciso da Porsenna con un fulmine. Qui religione e paganesimo confondono la memoria aggiungendo altre parole ai racconti antichi.

Per concludere questo tour del sacro incerto decido di affrontare la breve traversata che dal porto di Bolsena mi riporta a Marta. Il piccolo battello transita in località Grancaro o Gran carro… un’altra storia da raccontare. Le acque di questa zona erano note per l’abbondanza di gustosi granchi ma, dopo il 1959, con la scoperta di un protostorico tracciato stradale semisommerso, si è cominciato a chiamarla Gran carro per via dei profondi solchi scavati dal passaggio dei carri all’epoca dell’età del ferro.

La fraschetta di Amalasunta o de la Jolanda

Eccomi sul Lungolago di Marta in cerca del pescato locale. Da qualche parte c’è la vecchia fraschetta de la Jolanda dove s’andava per un bicchiere di cannaiola con i tozzetti, che dagli anni ’50 ad oggi, si è evoluta in trattoria con vista. Ma ancora una volta mi attende al varco la storia. La strada del posto che mi è stato indicato porta il nome di Amalasunta la figlia unica di re Teodorico divenuta reggente degli Ostrogoti e strangolata per vendetta sull’isola Martana al centro del lago.

Basta così, al me il coregone!

Per una volta sarò monotematico: antipasto di filetto di coregone alla griglia con limone, poi fettuccine al sugo di coregone e coregone arrosto con patate. Un fiasco di Est! Est! Est! e un sorbetto al coregone.

Una giusta valutazione ce la potrà dare solo la storia.

Trattoria de la Jolanda Via Amalasunta 94, Marta (VT)

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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