Wednesday, September 26, 2018
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il timone, il pozzetto e la seduta di legno: sopra la panca si mangia e si canta

Confortati dalla luce notturna dell’Ancien Sémaphore Saint-André si torna a terra dopo il periplo delle isole delle carceri

Isole © Tonino Risuleo / Ilas

Bordi pigri al 43° parallelo

Il cielo è blu e il mare è placido. Abbiamo organizzato una girata in barca per l’Arcipelago toscano con l’ispettore ”faccia da ciccione” Capra, il buon Papp da Budapest, l’uccellatore Gelindo Mosèr esperto in catture e Chief Inspector Hardy che mi passava i verbali di Scotland Yard in occasione della mia visita londinese.

La barca a noleggio si chiama Ginette come la prima barca di Simenon, abbiamo calcolato che è lunga sei piedi a testa, in totale fa trenta e cioè qualcosa più di nove metri. È a vela ma noi utilizziamo solo il motore ausiliario tenendo randa e fiocco ammainati e inoffensivi.

La rimpatriata a tema prevede l’ispezione dal mare dei penitenziari attivi e dismessi del Tirreno settentrionale dove passa il 43° parallelo; la nostra fissazione per i malfattori ci spinge a verificare lo stato di questi antichi luoghi di detenzione per poter poi intavolare delle sontuose discussioni che prevedono anche la degustazione di selezionati beverini. Ognuno di noi ci ha messo del suo: un Bianco dell’Elba, la solita Palinka, un rosatello Schiava e dell’ottimo Plymouth Gin.

Carcerati di mare e di costa

Pianosa, Gorgona e Capraia sono sempre state considerate, per dimensioni e caratteristiche, luoghi adatti alla reclusione dei cattivi. È stata Pianosa, nel 1858, ad aprire la strada alle colonie penali agricole e poi anche quella di Pianosa è stata destinata dal 1873 ad accogliere i condannati ai lavori nei campi. L’unico penitenziario ancora attivo è quello di Gorgona che, aperto nel 1869 come succursale di Pianosa, conta ancora un centinaio di ospiti.

Bordeggiando placidi esploriamo le acque cristalline di Gorgona e Capraia con uno “specchio”: una sorta di secchio senza fondo con due manici e il lato più largo chiuso da un vetro che appoggiato al pelo dell’acqua fornisce una nitida visione del fondale.

Bisogna imparare a lasciarlo galleggiare lungo una delle fiancate della barca, chinandosi sopra per guardare all’interno.

Con sorpresa scopriamo alcuni impianti a gabbie sommergibili dove trascorrono brevi periodi di detenzione le spigole e le orate prima di finire nelle padelle dei ristoranti dell’Arcipelago e della vicina costa toscana.

Il gurguglione della miniera e la schiaccia briaca

Gli abitanti dell’Arcipelago Toscano hanno elaborato nei secoli una cucina semplice e frugale. Nei piatti la natura mescola con sapienza terra e mare in una fusion di aromi ereditati dalle popolazioni transitate da queste isole. Rio nell’Elba custodisce la cultura gastronomica più antica. Tipico del versante orientale dell’isola, di tradizione mineraria, è il “gurguglione”, stufato di verdure simile alla ratatouille che risente dell’influenza moresca. E c’è la “sburrita”, zuppa di baccalà, aglio, peperoncino, nepitella e fette di pane, e, tra i dolci, la “schiaccia briaca” con l’uvetta, i pinoli, il vino e l’alchermes per arrossirla.

Al Giglio si prepara ancora il “panficato”, una schiaccia fatta con farina e fichi secchi locali.

A Capraia si fanno le frittelle e le zuppe di “sammula” o “samula”, una specie di aglio selvatico, insieme ai totani che vengono festeggiati ogni anno nell’apposita sagra a loro dedicata.

Al tramonto facciamo rotta verso Cala Galera, tanto per restare in tema! Restituiamo Ginette e prendiamo a nolo una Mehari per scalare i tornanti del monte Argentario.

Paolo della Croce e Giambattista il Rabdomante

Paolo della Croce iniziò a diventare santo quando rinunciò a un matrimonio vantaggioso e alla ricca eredità dello zio prete di cui conservò solo un piccolo breviario rilegato in capretto. Tra una preghiera e l’altra, vestito di un saio nero da eremita e con i piedi nudi, si ritirò in un eremo alle pendici del monte Argentario. Raccolto un certo numero di adepti e raggiunto dal fratello Giambattista, appassionato rabdomante, si diede alla progettazione di un nuovo ordine ecclesiastico ispirato alla preghiera e alla povertà. Quando su indicazione della Vergine in persona Giambattista localizzò una sorgente, la piccola comunità decise di insediarsi nel bosco e costruire un convento che potesse accogliere e dissetare i primi pellegrini.

Di buon mattino decidiamo di raggiungere l’eremo a quota 273 metri s.l.m. per ritrovare in questi luoghi di reclusione volontaria una nuova serenità nella contemplazione della natura. Dalla piazzetta accanto alla piccola chiesa “Della Presentazione” si accede al belvedere con una vista da estasi con la laguna che si allarga tra i due Tomboli fino alla cittadina di Orbetello nota per i suoi muggini e la bottarga.

Continuiamo con la Mehari borbottante fino alla cima del monte posta a quota 645. Siamo giunti alla mistica Punta Telegrafo dove notiamo che il Semaforo di Sant’Andrea non splende più… evidentemente la luce vista prima del nostro approdo è stata frutto di una visione miracolosa o forse di un portento etilico.

Guardiamo dinanzi a noi e proviamo un capogiro assoluto quando i nostri sguardi si spingono verso il Giglio e Giannutri e, all’orizzonte, fino alla mitica isola di Montecristo. Quanta storia e quante storie!

L’acqua di sorgente e il vin santo della casa

Visto che salendo verso la vetta abbiamo notato un “ristoro” scendiamo a indagare; abbiamo tutti i titoli per farlo bene. Eccolo lì. Sotto gli alberi del bosco sono sistemati lunghi tavoli di legno con le relative panche, la stagione è appena iniziata e di posto ce n’è tanto. Sottoponiamo l’uomo al banco a un breve interrogatorio a cui risponde a alla maremmana, ci dice che il ristoro è nato per i pellegrini e i pellegrini amano la rusticità della seduta e la frugalità del pasto. Ci dice anche che l’acqua servita ai tavoli è sempre quella di Giambattista, pura e santa. Poi, visto che funziona così ci intima di scegliere nella lista del giorno che poi ci chiama lui quando è pronto.

Un self service a orologeria che offre come antipasto i proverbiali crostini alla toscana con funghi o fegatelli o la semplice fettunta, crudo dell’Amiata, finocchiona e formaggi che arrivano dall’entroterra; primi a scelta tra Pici alle erbe, Tortelli ripieni di bietole e ricotta, Zuppa di farro, Pappardelle al cinghiale, Polenta con funghi e salsiccia. La lista continua con i Bocconcini di cinghiale, il Fritto dell’ortolano di verdure in pastella, i Fagioli con le cotiche, il Cacciucco di pollo con patate e il Boccone rubato che è un carrè di maiale avvolto in pancetta croccante.

Noi siamo quelli della Ginette e allora prendiamo tutto!

Anche alcune caraffe d’acqua di sorgente e svariate di vino. Prendiamo un dolce

di ricotta, cioccolata e vecchiarelle, che sarebbero le castagne. E finiamo con una serie di giri di “Argentarium”, un amaro dei frati da dieci erbe di bosco reduce da una lunga reclusione in botti di rovere. 

Valutazione: 9 metri e 30 Patervegloria.

Bar Ristoro “La Sorgente” SP 77 Località Convento, Monte Argentario (GR)

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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