Tuesday, October 23, 2018
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Ugo Pons Salabelle: il fotografo nel suo vitale percorso di ricerca

In questa lunga intervista il fotografo napoletano si racconta svelando un lato di se che ha a che fare con un'idea della fotografia come ricerca dell'immagine più che come produzione di un ottimo scatto fotografico

© Pons Salabelle

Intervistare Ugo Pons Salabelle, per il nostro Magazine, vuol dire andare a ritroso di circa 15 anni e fermare il tempo in cui all’Ilas è iniziata la grande avventura nel mondo della fotografia, che ha visto Ugo come primo docente di fotografia pubblicitaria.

Assieme ripercorreremo alcuni eventi decisivi che hanno caratterizzato la fotografia di questi anni e mi preparo a non perdere nemmeno una parola di tutto quello che mi racconterà con la leggerezza di stampo Calviniano, di chi sa tante cose interessanti perché ha vissuto con pienezza ma preferisce parlare senza perentorietà.

Sono convinta, dopo aver riletto la sua biografia e aver riguardato, ancora una volta, la sua infinita produzione fotografica, che la sua vita sia un fitto intreccio di più esperienze visive e sensoriali che lo hanno portato verso la fotografia per una forte necessità espressiva e di ricerca.

Incontro Ugo all’Ilas al termine di una sua lezione e prima della nostra chiacchiera osservo l’aula, gli studenti e le macchine fotografiche che sono state usate: tutto trasuda ricerca e passione.

(Federica Cerami) Possiamo fare un gioco? Se ti chiedo quali sono le tre cose di cui non potresti fare a meno nel tuo quotidiano, la fotografia che posto avrebbe e perché?

(Ugo Pons Salabelle) È una domanda difficile perché le tre cose di cui non potrei fare a  meno nel  mio quotidiano sono: una minima  quantità  di serenità, una buona dose di consapevolezza di me stesso e dei miei limiti e infine la capacità di saper andare, in qualche  breve momento della giornata,  anche oltre quel me stesso. La fotografia  così non troverebbe un posto necessario nel mio quotidiano. Questo se considerassimo la fotografia come produzione di immagini. Se invece pensassimo la fotografia come guardare, vedere e immaginare allora la risposta sarebbe diversa…

(F.C.) Ti immergi, da giovanissimo, nel mondo del visivo partendo dalla tua passione per il cinema. Hai portato nella tua fotografia i tuoi “padri putativi” del cinema? Si sono aggiunti ovviamente quelli del mondo della fotografia: ce li racconti?

(U.P.S.) Certo se parlassi di fotografi come Eduard Tisse, Gregg Toland, Bert Glennon, Conrad Hall o altri, non direi molto alla maggior parte dei lettori. Il cinema e la letteratura sono senza alcun dubbio i “padri putativi” della mia passione giovanile, ma anche attuale, per la comunicazione visiva e scritta. 

Ma la mia storia parte diversamente: nel 1974, preparando il mio primo esame universitario, Filosofia del Linguaggio I, per facilitare la comprensione della materia incontrai volontariamente l’agile quanto fondamentale volumetto Elementi di semiologia di Roland Barthes. La mia passione per la comunicazione come trasmissione di messaggio forse nacque così. Pochi anni dopo, quando ero oramai un giovane professionista alle prime armi, mi arrivarono, sempre da Barthes, le conferme che la fotografia connota sempre qualcosa di diverso da quello che mostra sul piano della denotazione e che, pur non essendo un linguaggio vero e proprio con una sua grammatica, la fotografia, nella sua applicazione pubblicitaria, stabilisce un lessico dei significati di connotazione. È quello che negli anni a seguire ho sempre cercato. La pubblicità, e quindi la fotografia di comunicazione, fa una ricerca pratica  con riscontri empirici là dove l’accademia lo fa  teoricamente nelle università  o nei centri di ricerca.

Nel mondo della fotografia professionale ho avuto molti incontri. Ma l’unico fotografo, grande fotografo vorrei aggiungere, che mi  ha insegnato veramente qualcosa, con un affetto quasi paterno, è  stato Aldo Ballo che  invitò me,  giovane professionista all’inizio degli anni Ottanta, a visitare il suo grandissimo studio per aggiornarmi con le sue tecniche e le sue riflessioni: “le immagini per il design e l’industria non sono da chiodo, fini a se stesse, ma devono essere consumate, pubblicate su riviste o cataloghi”. In quegli anni lavorai, per fortuna o per caso, con le grandi testate di architettura e design ed i suoi consigli furono per me di grandissimo aiuto.

Con lui ho capito chi è veramente un Maestro: una persona disinteressata che nel trasmettere conoscenza è senza timori di perdite. Un Maestro non può avere insicurezze, invidie o gelosie professionali. Nell’ambiente della fotografia, in quegli anni di formazione, non ho più incontrato personaggi così

(F.C.) Insegni fotografia pubblicitaria proprio partendo dal tuo lavoro di fotografo pubblicitario. Quanto è difficile entrare in questo mondo per un giovane fotografo e quanto è difficile oggi insegnare a diventare un fotografo pubblicitario?

(U.P.S.) La pubblicità è un componente del marketing mix e vive alla ricerca di concetti visivi e di parole funzionali alla comunicazione di un messaggio più o meno complesso. Il fotografo spesso arriva alla fine di questa ricerca come puro esecutore. A volte no. Questo mondo, il mondo in cui io sono cresciuto, oggi è completamente cambiato. I media sono cambiati, i creativi, i manager, i fruitori di immagini sono cambiati. E quindi anche la fotografia è cambiata. Ma i concetti fondamentali per una buona scrittura per immagini, efficace e funzionante, non sono cambiati. Tutt’al più si adattano ad una cultura in evoluzione. Se si vuole imparare a scrivere bene si inizia con delle buone letture, prima le più semplici poi lentamente le più impegnative. Da sempre si impara a leggere e scrivere contemporaneamente perché è difficile, se non impossibile, trovare un metodo didattico dove si insegni a scrivere senza imparare anche a leggere. Ora chi vuole imparare ad usare un buon lessico dei significati di connotazione, tipico della fotografia di comunicazione, deve assolutamente imparare anche a leggere. Con tanto materiale confuso in giro, il tasso di analfabetizzazione visiva è certo in aumento.

Per la seconda parte della domanda posso dirti che nel terzo millennio non esistono lavori facili ed i cambiamenti sono rapidissimi. Ogni anno la mia didattica cambia sempre in buona parte perché tutto il mondo che ci circonda è in rapida evoluzione e non sono le cose più scontate ed evidenti – quelle di cui parlano spesso i fotografi – che stanno mutando significativamente il nostro lavoro.

(F.C.) Che consigli puoi/vuoi dare a chi ha deciso di cimentarsi in questa professione?

(U.P.S.) Nel momento stesso in cui decidi di essere insegnante e non semplice educatore, istruttore o docente, è chiaro che ti assumi la responsabilità di lasciare un qualche segno tangibile nella mente di chi hai di fronte. Questo segno poi potrà cambiare, migliorare o addirittura essere cancellato dalla mente dello studente, ma un insegnante  deve rimanere una figura autorevole  per la conoscenza e la formazione di un linguaggio. La sua figura normativa sparirà in breve tempo tempo con la nascita di una personalità matura ed autonoma. Oppure potrà trasformarsi nella figura del collega anziano con più esperienza e prodigo di consigli. Il fotografo “solo” fotografo, oggi non ha più ragione di esistere. Fotografo-consulente di immagine è probabilmente la definizione più adeguata per una figura professionale che dovrebbe essere sempre maggiormente presente sul mercato della comunicazione.

(F.C.) Mi piace molto osservare quanto per te sia importante lavorare con i ragazzi andando ben oltre il mezzo fotografico e partire dalla lettura della fotografia come elemento cardine per l’agire fotografico. In questa smania tecnologica che spesso caratterizza la contemporaneità fotografica, come viene recepito dai tuoi studenti, nati nel mondo digitale, questo tuo approccio?

(U.P.S.) Credo di aver già chiarito prima l’essenzialità del rapporto fra lettura e scrittura. Se la tecnica è la messa in forma efficace e potente di un contenuto che vuoi comunicare ad un  target, più o meno ampio, allora la tecnica mi piace ed io mi posso definire un fotografo tecnico e felicemente aggiornato con i nuovi strumenti. Se per tecnologia intendiamo invece un sistema autonomo di generazione di immagini che necessita di un funzionario umano che garantisca la stessa esistenza del sistema, allora la tecnologia non mi piace. Già Italo Calvino, in tempi non sospetti, avvertiva sui pericoli della fotografia “per diletto”; ma oggi il mondo sensibile è divenuto lo scoglio delle Sirene che attira in maniera compulsiva i naviganti e chiede loro di essere fotografato e fotografato e fotografato…le navi non affondano ed i marinai impazziti non periscono, ma forse  potrebbe essere una buona idea legarsi come Ulisse per vedere, capire e non agire immediatamente  al comando di una ammaliante seduzione tecnologica.

(F.C.) Puoi indicare, in tal senso, ai nostri lettori un indispensabile elenco di libri fondamentali da leggere, dandoci le tue motivazioni in merito?

(U.P.S.) In realtà non mi riesce facile. Sicuramente una buona cultura generale, differenziata e curiosa, è fondamentale. Non ritengo che uno studio specialistico dei grandi fotografi o un ossessiva frequentazione di mostre fotografiche sia assolutamente necessaria. Preferisco pensare ad una  massiccia navigazione trasversale attraverso tanta buona letteratura, cinema dalla serie A alla serie Z, fotografia, tanta serialità televisiva, pubblicità vecchia e nuova, cataloghi, arte, architettura, musica ,filosofia, scritti sulla fotografia…ma il fine non è lavorare come critici  o semiotici della fotografia. Io consiglio nel programma del corso un buon trattato di Storia dell’Arte e un paio di titoli “classici” di saggi  sulla fotografia. Ma non può certo concludersi tutto così…un amico di grande intelligenza una volte mi disse riguardo ad un formidabile regista cinematografico: non ha una grande cultura ma si sente che ha vissuto

(F.C.) Chi ti segue sui social non può fare a meno di notare le tue fotografie fatte con il tuo cellulare che spesso, oltre a calamitare l’attenzione di tutti noi tuoi follower, aprono dei dibattiti interessanti sull’uso della fotocamera del cellulare. Ci dai la tua opinione su questo tema? Cosa è giusto/opportuno e cosa è sbagliato/inutile fare con questo tipo di fotografia?

(U.P.S.) La fotocamera iniziale dei mie esordi professionali era un banco ottico 4”X 5”. Due 6X7  erano le altre mie camere. La reflex la usavo soprattutto per i ritratti ed i paesaggi veloci. Questo per dire che non ho mai mitizzato la reflex come invece succede oggi. Un collega disse in giro che usavo la 35mm come un banco ottico. Non ho mai capito se fosse un’offesa o un complimento.  Amavo però le macchine piccole, tascabili come la Minox 35 o meglio ancora la Fuji 6X4,5 perché con queste scattavo appunti o fondi per altre immagini che forse avrei prodotto. Più spesso però le diapositive scattate finivano in banca immagine e, per fortuna, spesso anche vendute. Non penso di aver mai scattato immagini, escluse quelle ritraenti le mie figlie, che non avessero uno scopo o facessero parte di un progetto più o meno definito nella mia mente. Le fotocamere mirrorless professionali, compatte o in forma di foto-telefonini  sono strumenti meravigliosi. Ti trovi ad averne sempre una in tasca o in una borsa che non pesi tre tonnellate. Averla con te non significa che devi usarla. Lo scoglio delle Sirene non deve averti per forza.

Con la compatta fotografo il mare dal kayak e con le immagini scattate ho realizzato due calendari, svariati redazionali e spero di pubblicare presto il mio secondo libro. Dire cosa sia errato e cosa giusto non fa parte del mio modo di pensare. Credo che il problema non sia la fotocamera in sé.

(F.C.) C’è qualcosa che non hai ancora fatto in fotografia e che magari a breve vedremo?

(U.P.S.) Sicuramente non ho fatto tante cose. A breve debbo finire due libri, entrambi sul mare e la sua letteratura, la mia grande passione. Poi, come tutti gli anonimi fotografi di pubblicità, la routine di comunicare il design, l’industria ed i suoi prodotti.

Ripenso a tutto quello che ci siamo detti in questa intervista e mi colpiscono molto i ragionamenti sulla fotografia contemporanea espressi da Ugo Pons Salabelle, perché mi hanno silenziosamente accompagnato anche nei giorni a seguire e non si sono ancora chiusi.

Incontrare un pensatore laico è una avventura che instilla salvifici dubbi e vive curiosità e tocca a te, ascoltatore/lettore silente, andare a trovare le sue temporanee risposte, alle mille domande che si insinuano, in attesa di altre nuove curiosità che faranno vacillare le certezze alle quali goffamente hai provato ad aggrapparti per non perdere gli equilibri.

La lezione che ho portato a casa è che, nei nostri percorsi, la ricerca ha il valore più alto rispetto alla sola produzione fotografica, così come si dice spesso: “è più importante il viaggio che la meta”.

Chi è Ugo Pons Salabelle

Ugo Pons Salabelle nasce a Napoli nel 1954. Frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia di Napoli. Lavora prima per cinema poi per la televisione. Nel 2007/2008 è stato professore a contratto di Fotografia presso la II Università di Napoli (SUN) nel corso di laurea di Disegno Industriale per la Moda. E’ fotografo professionista dal 1978. Inizialmente orientato verso architettura e design, realizza vari redazionali per le maggiori testate nazionali (Vogue Casa, Domus, Modo, Abitare ed altre). Nel 1982 espone alla Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma. La sua attività fotografica si indirizza verso il ritratto e l’immagine di comunicazione.
Nel 1989 realizza le immagini per la campagna stampa in USA e Giappone di Mario Valentino e nel 1990 le immagini per il calendario Trussardi allegato alla rivista Penthouse. Fra il 1995 ed il 1997 è fotografo a contratto per Fiat Auto Spa e realizza un centinaio di portrait per le Concessionarie del Mezzogiorno.
Ha realizzato pubblicazioni e brochure commerciali nonchè campagne pubblicitarie per aziende quali: Uniform, Casuccio e Scalera, Maraolo, Mariano Rubinacci, Bioreve, Inticom, Helen Curtis, Tre Ti, Zambrano, Grinding , Cigiesse , Sole 24 ore, IPM, Colavita , Sonepar, D’Amico , Driade, Zanotta, Delta, La Stampa , Alberti, Elasis, Chantecler, Alcott, La Molisana, Cafè do Brasil, Parmalat ed altre .
Ha pubblicato circa 15 volumi di arte per la casa editrice Electa e 5 volumi di food dal 2010 al 2013 per la Mondadori Editore e Malvarosa Editore. Nel 2018 per Kunst Atrium di Lugano “Tra la terra e il mare-Magazzini generali”
Tra i suoi lavori citiamo  le  campagne stampa e affissioni nazionali ed estere: per Mario Valentino – Giappone /USA 1989, per Banco di Napoli campagna Conto Concerto- Italia 1996, e per Conto Privilegio- Italia 2000, per Agria Select- Italia 2001, MSC Crociere- Italia dal 1988 al 1996, il Giornale- Italia 1999, Maraolo -Italia 1995, Granoro- Italia 1991, Exigo- Italia 2001/2002, Carpisa- Italia 2001/2002/2003, Starlet- Italia dal 1990 al 1998 e 2000 / 2001 / 2002 / 2003 / 2004 / 2005, Yamamay- Italia 2002 , Pasta Garofalo- Italia 2002/2003/2004/2005/2006, Ministero Politiche Agricole e Forestali -Italia 2005, Caffè Motta- Italia 2006, Chantecler Italia- 2006, Tendence No Limits- 2008,De Maria Amnesty International -Italia 2009,First- Europa2009, Tendence- Europa 2011, Superga- Italia 2011  De Nobili  Italia 2015-2016-2017-2018 ,Pasta Garofalo 2015-2016 Francia. È socio dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti dal 1992.

 

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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