Wednesday, September 26, 2018
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Il tempo ciclico dell’arte, dalla nascita della fotografia di ritratto ai selfie

La fotografia, letta con sguardo ampio, contiene una grande lezione. La storia spesso si ripete, pur con piccole variazioni, per farsi portatrice di messaggi da leggere e fare propri nel momento presente.

© Diane Arbus

Un possibile approccio con la fotografia di ritratto

Mi piace molto la fotografia di ritratto perché nei suoi segni, incisi sulla carta, si possono scorgere dei significati che vanno oltre la sola raffigurazione.

Si dice spesso che ogni fotografia è l’autoritratto del fotografo.

Con questa tesi possiamo approcciarci alla fotografia di ritratto provando a leggere nei volti, non solo la persona raffigurata, ma anche lo stato d’animo del fotografo e il suo modo di entrare in contatto con il mondo che abita.

Ogni ritratto diventa, quindi, una metafora di un pensiero, un segno legato a un’emozione inesprimibile con le parole, un desiderio di creare un gancio, anche con lo spettatore più distratto.

Abbiamo familiarità con i volti in fotografia, proprio partendo dalle nostre singole memorie familiari. Ci siamo abituati, infatti, sin da bambini, a sfogliare i grandi album di famiglia e ripercorrere gli eventi che ci hanno preceduto e quelli nei quali siamo stati protagonisti.

Immagine dopo immagine i nostri pensieri vanno oltre la semplice riconoscibilità dei volti, spingendosi nei giudizi estetici o verso un’idea di rappresentazione partecipata.

Robert Capa, fotoreporter di guerra del ‘900, sosteneva che se una fotografia non è venuta abbastanza bene vuol dire che il fotografo non era abbastanza vicino al suo soggetto.

Vi è mai capitato di fare questa considerazione, rispetto alle fotografie realizzate dagli altri o rispetto alle vostre fotografie? 

Quanto sarebbe cambiata l’immagine se ci fosse stata più prossimità?

Questo legittimo desiderio analitico credo possa scorrere nei nostri pensieri, in modo fluido, quando rivolgiamo il nostro sguardo, poco incline a ragionare per immagini, verso la fotografia di ritratto.

Il tempo ciclico dell’arte: dalla nascita della fotografia di ritratto ai selfie

Vi è mai capitato di pensare a quanto sia ciclico il tempo dell’arte? 

Con uno sguardo ampio verso l’intera storia dell’arte, mi capita spesso di constatare il ripetersi in alcune opere d’arte dei significati e dei desideri, che si mostrano, di volta in volta, però, con delle vesti nuove.

È importante arrivare preparati alla comprensione del nostro mondo attraverso la conoscenza della storia e con una consapevolezza autentica del proprio presente.

Questi strumenti ci serviranno per decodificare i segni degli altri e tradurli in pensieri e per poter, successivamente, utilizzare il linguaggio iconico per raccontare il nostro mondo con le nostre immagini

Tutta questa mia premessa nasce dallo stupore che provo, da alcuni anni, verso un certo grado di resistenza esternato da alcuni, diretta all’abitudine di molti, di realizzare “selfie”, ovvero degli autoritratti fotografici da mostrare sui vari social network. 

La dimensione social e l’evidente assenza di intenzioni artistiche, distinguono il prodotto selfie dall’autoritratto fotografico. 

Mettere delle barriere di senso verso una qualsiasi forma di rappresentazione si traduce, a mio avviso, verso una reale distanza con una parte di umanità che sta disperatamente tentando di comunicare qualcosa a qualcuno.

Luigi Ghirri era solito dire che la fotografia, più che dare risposte, pone delle domande. 

Credo molto nelle domande della fotografia perché segnano il nostro rapporto con noi stessi, sia che vestiamo i panni del fotografo che quelli dello spettatore.

Sono proprio queste domande che aiutano ad ampliare il nostro sguardo verso l’esterno, ma al contempo a girare il nostro punto di osservazione anche dentro di noi.

Proviamo a guardare ponendoci domande

Se ci fermiamo, soltanto un po’, a guardare delle fotografie di ritratti, l’elenco di domande che possiamo tirare fuori è infinito: Chi è la persona ritratta? Perché è ritratta in questo modo? Che emozione sta provando? Appena un attimo dopo lo scatto, questa persona sarà cambiata in qualcosa? Quanto racconta della persona, questa fotografia che la ritrae? Il soggetto che cosa nasconde e cosa rivela del suo mondo in questo scatto? 

L’ultima delle tante possibili domande la prendo in prestito da Judy Weiser (psicologa, arteterapeuta canadese): Che titolo daresti a questa immagine?

Pensate alle fotografie che hanno formato il vostro immaginario visivo: ve ne vengono altre in mente di domande? 

E se il soggetto della fotografia foste voi, quali sarebbero le vostre domande?

Vi sentite a vostro agio con questo vostro ritratto? 

Volendo cosa cambiereste in questa immagine?

C’è stata una particolare esigenza a decidere di essere ritratti in questa immagine?

Usciamo fuori dal fotogramma ed entriamo nella dimensione temporale del nostro flusso narrativo, aggiungendo un’altra possibile domanda.

Se questa immagine fosse un fotogramma di un film, che colonna sonora avrebbe? 

Anche in questo punto vi sollecito a pensare ad altre domande, perché la mia idea è che saranno proprio queste domande a dare inizio a una presa di consapevolezza della nostra vita e a dare l’avvio a un cammino utile per un cambiamento nel vostro modo di osservare il mondo.

Definizione e analisi storica della fotografia di ritratto

Facciamo un piccolo passo indietro e ragioniamo sulla fotografia di ritratto dandone una connotazione concettuale e storica, provando a spiegare cosa si intende per fotografia di ritratto e attribuendole una precisa connotazione temporale.

Le definizioni sono, per loro natura, delle frasi che possono bloccare il pensiero perché intrappolano un’idea in uno schema rigido dal quale diventa difficile venirne fuori ed eventualmente aggiungere altri segmenti di pensiero.

Proverò, allora, ad avere un pensiero liquido che si assesterà sui contenitori che di volta in volta andrò a scovare.

La Fotografia di ritratto è l’immagine di una persona o un gruppo di persone, realizzata per visualizzarne l’espressione, la personalità e anche lo stato d’animo. Il focus di questa fotografia è di solito il volto della persona ritratta, ma possono diventare parte dello scatto anche lo sfondo, il corpo del soggetto e degli elementi di corredo alla persona. Mi fa sorridere, quando parlo di fotografia di ritratto, pensare alle foto tessere, inserite nei nostri documenti con la funzione di identificarci. Sono ovviamente delle fotografie di volti, ma avrei una certa difficoltà ad annoverarle nel genere della fotografia di ritratto. È importante, allora, sottolineare quanto la rappresentazione, puntata alla sola verosimiglianza, non sia sufficiente a realizzare una (buona) fotografia di ritratto, poiché perde la sua connotazione di veicolo di comunicazione e di auto espressione.  L’arte, la fotografia e nel nostro specifico, la fotografia di ritratto, contengono molto di più del semplice visibile, assumendo, in modo forte, i connotati di una importante testimonianza sociale, poiché, come ebbe a dire Luigi Ghirri, il fotografo non è un riproduttore della realtà ma un suo interprete  La figura del fotografo esce, finalmente, dal ruolo di meccanico riproduttore del mondo e assurge al ruolo di figura intellettuale in grado di contribuire al dibattito artistico. Ripercorriamo con brevi accenni la strada a ritroso che ci porta dagli albori della fotografia di ritratto a oggi, per individuarne alcuni caratteri che ciclicamente riemergono da questo genere di rappresentazione. Nel 1839, in Francia, nasce ufficialmente la fotografia e solo 15 anni più tardi, sempre in Francia, si creano i primi presupposti tecnici (ovvero la riduzione dei lunghi tempi di esposizione),  affinché possa svilupparsi anche la fotografia di ritratto. Lo stile di quelle fotografie rifletteva le sfide di quel periodo: sia per i tempi di esposizione che per il ricorso ad una estetica di matrice fortemente pittorica.

Disdéri: Le Cartes da visite

L’artista André Adolphe Eugène Disdéri intuisce che la nuova arte fotografica può sostituire la ritrattistica pittorica ancora molto in voga e, nel 1854, brevetta la cartes de visite, ossia le fotografie multiple realizzate mediante un’apposita macchina fotografica con quattro obiettivi, fornita di chassis intercambiabile che permetteva di ottenere contemporaneamente quattro immagini su metá lastra ed altre quattro sull’altra metá. In questo modo si potevano produrre, con una sola seduta, otto immagini su di una sola lastra, oppure cambiando lo chassis e relativo numero di obiettivi, si potevano ottenere anche quattro immagini più una o due di maggiori dimensioni. La novità del formato piccolo facilitò la divulgazione di questi nuovi oggetti. La nuova possibilità di costruire ricordi e di poterne conservare la memoria, portò alla creazione degli album fotografici di famiglia, con i ritratti di tutti suoi componenti.
Ciò che maggiormente rivoluzionò, però, il mondo della fotografia fu l’abbattimento dei costi, che rese possibile l’accesso a questo genere di prodotti anche alla classe operaia. Questo aspetto fu importante, non solo per la possibilità offerta a quella parte di popolazione, che fino ad allora ne era esclusa, di essere rappresentata iconograficamente, ma anche perché queste immagini ci offrono, oggi, dei documenti che restituiscono un quadro complessivo di quel tempo. La popolarità del nuovo formato ebbe origine da una serie di ritratti dell’Imperatore Napoleone III eseguiti da Disdéri nella prima metà del 1859. Da Parigi l’uso commerciale della carte de visite si diffuse, poi, rapidamente nel resto del mondo. Il passaggio da un uso colto e aristocratico della fotografia ad una sua evidente democratizzazione fu compensato cercando di rinnovare lo stile compositivo dell’immagine e spostando l’attenzione sull’intera figura posta in un contesto di fondali, colonne, arredi, oggetti e costumi ai quali si affida il compito di sottolineare, anche la dove non esiste, un certo prestigio sociale ed una certa agiatezza economica.

Osserviamole queste piccole fotografie depositarie di tanta storia sia pubblica che privata, hanno un comune denominatore molto importante, un filo rosso che idealmente le unisce in una unica macro rappresentazione del mondo. Questa fotografia racconta singole persone o intere famiglie, solo attraverso una visione molto alta: vestiti eleganti o ben tenuti, fondali suggestivi sia di rappresentazioni campestri che di interni, pettinature ben fatte e una grande attenzione ai dettagli. Si va dal fotografo, quindi, per costruire, inventandolo, un racconto personale e/o di famiglia solo in una ottica di perfezione estetica ed emotiva, sia se si appartiene ad una classe sociale economicamente agiata e sia, negli anni a venire, se le origini sociali e le disponibilità economiche sono ben diverse. L’evoluzione del mezzo tecnologico, quindi, diventa una sorta di grande abbraccio che contiene tutti e a tutti restituisce un sogno da tramandare nelle memorie di famiglia.

Diane Arbus: il grande abbraccio al mondo intero

Più guardo al doppio canale di lettura degli albori della fotografia di ritratto, ovvero la veicolazione di una memoria alta e la democratica possibilità di raffigurare tutti tramite fotografia, più mi ricollego, visivamente, al nostro presente, lasciandomi ancora, però, un ultimo desiderio di aggancio al passato, perché è lì dentro che colgo molti altri segni per la lettura della nostra contemporaneità. Siamo a New York, nei turbolenti anni ’60, in piena rivoluzione culturale e ho davanti ai miei occhi le immagini dirompenti di Diane Arbus. Le sue fotografie ritraggono l’intera umanità nella sua evidente diversità, nel suo consapevole scostarsi dalla “normalità”.  Nel suo approccio colgo una pietas cristiana commovente: tutte le persone che la società di allora si rifiutava anche solo di guardare, diventano protagoniste delle immagini della Arbus. Il transessuale, il nano, il gigante, la coppia interraziale, l’uomo totalmente tatuato, soggetti affetti da deformità fisiche o psichiche o semplicemente persone inusuali, vengono tutti visti e accolti, lasciando fuori dai quattro  limiti del fotogramma la zona di comfort alla quale eravamo abituati. Nei suoi ritratti i soggetti raffigurati si trovano a proprio agio; è lo spettatore a sentirsi a disagio dall’accettazione del soggetto. Tutto è mostrato nella sua crudezza anche nella apparente normalità, perché sosteneva la Arbus: “c’è sempre una differenza tra quel che vogliamo si sappia di noi e quello che non possiamo evitare si sappia di noi; è la distanza tra l’intenzione e l’effetto“; è in queste foto che il senso di inquietudine si fa più forte, quando la sensibilità della Arbus svela storture in volti e corpi, anche in quelli apparentemente normali. Diane Arbus aveva compreso che fotografare non vuol dire ritrarre la realtà così com’è, provando a mostrarla come un semplice riflesso di uno specchio. Nel momento dello scatto, le apparenze del reale sono già passate attraverso un filtraggio e sono state soggette alla trasfigurazione della propria visione.
Tramite il potente gesto dello scatto, dunque, il fotografo lascia traccia di sé.  “Questa è la mia realtà. Questa sono io“. Fotografare diventa, così un atto di libertà, di autonomia, di consapevolezza, un desiderio di lasciare un testamento visivo della propria persona: io vedo, io scatto, io mi racconto proiettandomi sul mondo.

© Diane Arbus

Chiudiamo la nostra riflessione: parliamo di selfie

Veniamo ai nostri giorni, chiudiamo il cerchio aperto all’inizio di queste riflessioni.

Quali sono i ritratti/autoritratti contemporanei più diffusi?

Dal 2013 si parla incessantemente di selfie, termine che indica, ripetiamolo, un autoritratto realizzato per essere poi mostrato su di un social (facebook, instagram), in attesa di essere accolto da tutti gli sguardi ed essere giudicato positivamente, tramite l’approvazione virtuale del pulsante “mi piace”.

Non c’è un intento artistico, un desiderio di lettura di se stessi o una visione personale in questo scatto: io vedo solo tanta voglia di comunicazione veicolata forse in modo compulsivo.

Si cammina su di un percorso fatto di “io mi mostro e quindi io esisto”, svuotato da ogni connotazione sentimentale, intriso solo di un forte desiderio di approvazione.

Il selfie mostra le persone al meglio di se stesse: grandi sorrisi, grandi ammiccamenti, e molta attenzione a tutti i dettagli della persona e al contesto in cui la fotografia è realizzata.

In ogni scatto c’è un racconto piccolo, volto a dare poche indicazioni: io sto bene, io sono in buona compagnia, io sto in un bel posto.  Torniamo, in questa ottica, agli albori della fotografia mettendoci in una visione alta di noi stessi, ma al tempo stesso, ahimè, neghiamo la grande lezione di umanità della Arbus poiché non ci raccontiamo più nel nostro reale stato d’animo con il nostro disagio esistenziale, preferendo omologare la nostra rappresentazione dentro un “bel racconto”.

La fotografia, in tal modo, viene svuotata di ogni possibilità di analisi e si assesta nei canoni di una espressione standardizzata, per poter essere letta e facilmente accolta da tutti.

Sarà forse questo racconto diverso di se stessi, privo di ogni possibilità di autenticità che ci garantirà di essere ben accolti? E se, invece, provassimo a raffigurarci così come siamo?

Tutta la grande fotografia di autoritratto, partendo da Vivian Maier negli anni 40/60 in America, passando per Francesca Woodman in Italia negli anni 70 e Arno Minkkinen in Finlandia negli anni 70/80 e terminando, oggi, in Spagna, con la struggente e poetica Cristina Nunez, non trova alcuna possibilità di dialogo con quanto viene raccontato nei selfie, poiché entra troppo nelle viscere del proprio vissuto e non ha alcun desiderio di essere accomodante per rassicurare il suo spettatore.

Passo velocemente in rassegna tutti i volti che ho visto in fotografia e penso che posso, anzi voglio accogliere tutto il vissuto che il mio occhio riesce a guardare, ma il mio animo si ferma a riflettere e a emozionarsi soltanto davanti al “vero se”, riconoscendosi in chi ha il desiderio e la forza di togliere il velo del conformismo e raccontare la sua verità, se pur dolorosa.

Il tempo ciclico della fotografia di ritratto porta con sé una grande lezione: possiamo narrare i volti del nostro paesaggio umano, partendo dal desiderio di prossimità e di sincerità mettendoci, con forza, nella scia del nostro tempo umano

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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