Wednesday, September 26, 2018
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Nella vecchia trattoria i-a, i-a, ò. C’è una rana che saltella e fa cra-cra.

Un pochetto svizzero, molto italiano, il Ticino è un fiume lungo e pulito che ogni tanto scherza a fare l’amazzonico svelando pesci rari, anfibi e limacce.

Ticino © Tonino Risuleo / Ilas

L’effetto zen dello sciacquettìo negli orecchi

A guardar bene le mie incursioni tra i burloni del misfatto incrociano spesso fiumi, mari e laghi. Sarà forse per il desiderio improvviso di specchiarmi in preda a un disturbo narcisistico? O semplicemente perché la curiosità e l’appetito mi obbligano a seguire tutte le tracce come uno stolido rabdomante del vapor acqueo.

In Moby Dick or the Whale Hermann Melville ha scritto a proposito dell’acqua:

“C’è qualcosa di magico in lei. Prendete un uomo anche quello più sprofondato nelle sue fantasticherie mettetelo sulle proprie gambe, lasciatelo andare, ed ecco che vi porterà infallibilmente all’acqua. Se solo ce n’è da quelle parti”.

E scrive anche dei “guardatori dell’acqua”: quelli che, attratti dagli aghi delle bussole, stanno per ore su un qualsiasi argine o lungo un porto canale a misurare i piedi delle imbarcazioni che escono ad affrontare il mare aperto.

Che devo dire, anch’io ci godo a farmi cullare da un qualsiasi sciabordìo, anche solo il mulinello dello scarico del bidet! Non amo la pesca ma adoro stare, al tramonto, fermo sullo scoglio lasciando penzolare alla deriva una lenza troppo lunga e un galleggiante troppo piccolo. Sto lì a vegliare i vermi che si torcono e mi accontento d’auscultare la grande schiena blu che ansima nel suo continuo va e torna.

All’incontro di due fiumi, dove i paesi si prendono a parolacce

Dopo avere attraversato la pianura padana e scavalcato il Passo dei Giovi l’autostrada omonima va verso il mare di Genova. In questo ultimo tratto, forse subendo un improvviso effetto Ismaele, il nastro d’asfalto di una delle due corsie smette di essere parallelo e si butta in un capofitto di curve che l’altra corsia, quella in salita, non si sogna neanche per un attimo di prendere in considerazione; io la percorro all’insù rispettando il suo procedere rettilineo.

La lascio dalle parti di Zinasco Vecchio e Nuovo e dopo poco capisco di essermi avventurato in una sacca pericolosa che mi sta risucchiando verso la confluenza di due fiumi: il Ticino e il Po. In più le indicazioni che trovo sulla strada mi danno da pensare: avrò dormito male o è un primo sintomo di un molesto mal di gorgo?

Improvvisamente i paesi che incontro hanno nomi strani… passi pure per Brondelli e Torre de’ Torti, ma poi leggo prima Rotta e poi addirittura Chiavica! Per evitare sorprese punto decisamente a nord ovest e mi ritrovo a costeggiare il Ticino lungo Strada Canarazzo che come nome non mi pare per niente meglio. Mi balla il piede sul pedale dell’acceleratore, qui si mette male, e la mietitrebbia che sto per incrociare riempie buona parte della misera carreggiata. Per fortuna il cortese trattorista mette due delle sue ruote enormi sul lato scosceso oltre l’asfalto e passo indenne agitando un grazie con la mia sinistra sudata.

Nell’attraversare la frazione di Cantarana mi torna l’allegria e prendo a gracidare mestamente tra me e me.

Salami a canne d’organo per un concerto di sapori, come dicono nei talent chef

Nelle pozze e nei canali lungo il Ticino  il concerto di fischi, trilli e zirli stimola a curiosare tra le canne per scorgere girini, rane, tritoni, rospi, raganelle e salamandre che si tengono al sicuro dai becchi esperti dei volatili più spericolati. Il mondo umido è un tripudio di vitalità accompagnato dal basso ronzio delle zaffate di zanzare.

Ed ecco che l’asfalto si fa regolare e la strada diventa più strada, imbocco la SP3 e, dopo qualche chilometro, alla rotonda di Parasacco di Zerbolò avvisto quello che cercavo: la casetta rosa con l’insegna sul balconcino d’angolo.

La costruzione conserva la struttura del tipico laboratorio artigiano con emporio del secolo scorso; qui Pasquale confezionava salami e coppe, vendeva detersivi e serviva qualche piatto succulento preparato da sua moglie Giulietta. Nel 1972 per festeggiare i quarantacinque anni di attività espose all’ingresso una sfilza di salami lunghi due metri e mezzo: un organo fragrante per il tempio del porco.

Varcando le zanzariere, immancabili in queste zone, si accede a un mondo sparito fatto di tovaglie di plastica, sedie spaiate con il banco frigo in sala e il camino di mattoni rossi: un riuscito tuffo carpiato negli anni ’60. Come sempre, da sempre, qui si mangia quello che c’è e la carta rispetta le stagioni. D’inverno il risotto con i fagioli, la Cassoela di maiale, l’oca con la verza, il cotechino, la trippa alla Lomellina, la polenta con merluzzo e cipolle e la selvaggina quando qualcuno spara.

D’estate sotto la pergola e gli ombrelloni è il momento delle rane fritte, dei gamberi di fiume, del pesce in carpione, delle rarissime bottine, pesciolini d’acqua sorgiva pescati sotto le pietre delle rogge.

E per i momenti di debolezza, come merenda, a tutte le ore, c’è una fetta di salame o un’acciuga profumata d’aglio. Nel regno dei canali e delle risaie l’acqua lascia il controllo dei sensi alla Bonarda.

La valutazione scorre lenta sul pelo della corrente.

Da Pasquale – Via Borgo S. Siro, 1 Fraz. Parasacco di Zerbolò (PV)

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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