Saturday, July 21, 2018
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La stampa fotografica fine art raccontata da due professionisti del settore

Ho intervistato due stampatori fotografici fine art per chiudere il racconto relativo alla realizzazione di un portfolio, iniziato in un mio precedente articolo e per stimolare alla conoscenza di questo affascinante aspetto dell’agire fotografico autoriale.

© Fineartlab / Fuorigamut

La stampa, l’ultimo passaggio della realizzazione di un portfolio fotografico.

Il processo creativo che porta alla realizzazione di un portfolio fotografico può dirsi completo solo affrontando, in modo consapevole e con gli strumenti appropriati, la spinosa e affascinante questione della stampa fine art.

Ho affrontato, in un precedente articolo, l’analisi e la descrizione delle varie fasi che occorrono per realizzare un portfolio, con lo scopo di sollecitare i nostri lettori a decidere di approcciare professionalmente tutto il processo fotografico.

Ritengo sia importante, dopo aver imparato la grammatica del linguaggio fotografico, dopo aver sperimentato gli aspetti tecnici dello scatto e della post produzione, dopo essersi messi alla prova sui vari tipi di lavori fotografici, sentire la necessità di avere una presenza consapevole e costante anche nella fase di stampa.

Affidare il proprio file/rullino ad uno stampatore e non seguire da vicino questo ultimo processo, porta, inesorabilmente, ad avere un risultato nel quale si perde il senso autoriale del proprio lavoro.

Ho ritenuto importante affrontare questo importante tassello dell’agire fotografico, anche per sollecitare una ulteriore necessità che si sta lentamente perdendo:  stampiamo poco le nostre fotografie.

Troppo abituati ad una comunicazione che passa solo attraverso i nostri monitor ci stiamo disabituando all’idea di stampare le nostre immagini, senza avere idea di quanto perdiamo non affrontando questa ultima e decisiva fase del lavoro.

Mi è capitato tante volte, curando mostre fotografiche, di passare interi pomeriggi negli studi degli stampatori e sono rimasta sempre affascinata da quello che ho visto, al punto di ritenere quasi magico tutto quello che accade dal file/provino alla stampa.

Trovo che lo stampatore fine art debba necessariamente avere molte competenze tecniche, essere costantemente aggiornato, seguire il mondo artistico della fotografia, ma anche avere una buona dose di empatia verso il suo cliente.

Può capitare, infatti, un professionista che ha già in mente tutto quello di cui necessita, ma può anche arrivare un fotografo che non immagina quante infinite possibilità si apriranno al suo lavoro per portarlo in stampa.

Sarà necessaria, allora, molta attenzione per poterlo dirigere verso una scelta consapevole e che porti ad un risultato in linea con lo scatto realizzato.

Ho deciso, in tal senso, di intervistare due stampatori fine art napoletani, molto apprezzati sia nel mondo della fotografia professionale che in quello amatoriale.

Ho rivolto le mie domande a Luigi Fedullo, titolare del laboratorio FINEARTLAB e a Marco Spatuzza titolare del laboratorio FUORIGAMUT.

Hai una tua definizione di stampa fine art?

(Marco Spatuzza) La stampa fine art o giclée è una stampa ottenuta tramite stampanti inkjet ad alta risoluzione e realizzata con l’utilizzo di inchiostri ai pigmenti e supporti cartacei di grande qualità.

Questa accoppiata garantisce, sempre che vengano rispettate  condizioni di conservazione ideali, che l’immagine possa godere di una lunghissima durata nel tempo, elemento fondamentale nell’ottica del mercato dell’arte. Gli inchiostri a pigmenti permettono il mantenimento della vividezza dei colori, mentre le carte, realizzate in fibra di cotone 100% e trattate senza sostanze acide, sbiancanti ottici e lignina, presentano un basso grado di deterioramento e ingiallimento nel tempo. 

Un aspetto altrettanto importante che va incluso a mio parere nella definizione, è quello della possibilità di controllo sull’intero processo che porta alla realizzazione dell’opera e che vede la stampa fine art come l’ultimo tassello di un modo di fare fotografia fine art. La possibilità di ottenere una stampa per come la si concepisce, sfruttando la possibilità di avere un controllo minuzioso su ogni passo del processo creativo è quello che fa la vera distinzione tra una stampa fine art e un’immagine ottenuta tramite un processo automatico di produzione.  Da ciò risulta chiaro quanti diventi importante per questi scopi un’ottima competenza sul trattamento dell’immagine digitale nonché una corretta gestione digitale del colore. Rispettati questi criteri è possibile raggiungere anche un altro obiettivo che deve essere proprio della stampa fine art: la riproducibilità e la stabilità del risultato ottenuto.

(Luigi Fedullo) Non ho una particolare definizione di stampa fineart, per me è  più la ricerca e l’attuazione di un processo di sintesi tra qualità e tecnica che come risultato può restituire una vera e propria opera che può rispecchiare alti standard qualitativi  e di durata nel tempo o conservazione che il mercato dell’arte richiede. Per tutto ciò non possiamo prescindere da alcuni tasselli fondamentali : macchinari ed inchiostri con standard qualitativi elevati, carte certificate ed infine una corretta gestione del file da stampare. Per carte certificate intendo delle carte che rispecchiano la normativa ISO 9706, cioè prive di acidi e cloro per neutralizzare il processo di ossidazione da aria e luce e quindi una lunga durata per la conservazione. 

Come hai deciso di diventare uno stampatore fotografico fine art? Ci racconti com’è andata?

(M.S.) Della fotografia, a parte il fare fotografia che ho vissuto sempre come un gioco, mi ha  interessato particolarmente il suo essere un potenziale oggetto di studio, il suo essere fenomeno storico e sociale. Da una collaborazione di vari anni con l’Istituto Campano per la Storia della Resistenza ho avuto la possibilità di venire a contatto con un archivio fotografico e di capirne le caratteristiche mentre concludevo i miei studi universitari con una tesi che ripercorreva il dibattito sulla fotografia come fonte per la storia contemporanea. La precarietà della situazione lavorativa però mi ha spinto a considerare l’inizio di un percorso che potesse essere attinente ad un mondo che mi attirava da più punti di vista. La scelta è ricaduta sull’apertura del laboratorio: dopo la richiesta di un finanziamento, nell’attesa che questo arrivasse, ho cominciato un intenso percorso di formazione. Ottenuto il finanziamento ho avviato l’attività e continuato il mio percorso formativo che tuttora continua per l’esperienza che faccio giorno dopo giorno. E poi eccoci qui.

(L.F.) Ho iniziato presto nel settore della fotografia, verso i 17 anni nei miei ritagli di tempo  lavoravo in uno studio fotografico che si occupava maggiormente di matrimoni ed io sviluppavo pellicole, facevo i provini e le scansionavo e mi cimentavo nella pulizia e postproduzione dei bianco e nero. Da allora ad oggi ho cambiato vari studi in settori diversi, dal commerciale all’editoria, ma il settore che mi ha avvicinato di più alla stampa è stato quello delle riproduzioni d’arte. Da lì pian piano ho imparato ad avere una gestione del file più accurata per la stampa acquisendo, con il tempo, una maggiore sicurezza e voglia di indipendenza. Nel 2009 decisi di mettermi in proprio approfondendo l’aspetto relativo alla stampa professionale e unendolo alla mia passione di sempre per la carta. Questi due aspetti, ancora oggi mi portano con passione a ricercare e sperimentare.

Ci descrivi il tuo laboratorio di stampa rispetto alla tua tecnologia di stampa

(M.S.) Tra le attrezzature che uso nel mio laboratorio ci sono Monitor Eizo calibrati e profilati regolarmente. Per la stampa mi affido a Epson, uso due stampanti della serie Stylus Pro che utilizzano inchiostri a pigmenti Ultrachrome HDR. La tecnologia della testa di stampa si chiama micro piezo, le minuscole gocce di inchiostro vengono espulse dalla testa verso il piano-carta a seguito di una carica elettrica applicata a degli elementi piezoelettrici. Per ottenere il massimo dalle mie stampanti e per ottenere un’impeccabile corrispondenza colore delle stampe realizzo personalmente i profili colore per ogni singola accoppiata carta-stampante. Utilizzo per lo scopo spettrofotometro i1 pro 2 della X-rite.

(L.F) Nel tempo sono riuscito ad ottenere un flusso di lavoro lineare, utilizzando monitor calibrati, plotter con inchiostri a pigmento (binomio indispensabile per una stampa professionale), scanner piano professionale, scanner  a tamburo virtuale, carte certificate secondo gli standard museali.

Qual è il tuo cliente tipo? Cosa ti chiede? Che tipo di servizio e assistenza gli offri?

(M.S.) La maggior parte delle persone che si rivolgono a Fuori Gamut è composta da fotografi professionisti, persone che vivono di fotografia, siano essi artisti che hanno bisogno di stampe fine art da esporre, fotografi emergenti che stampano il proprio portfolio, matrimonialisti che stampano per gli album che propongono agli sposi e tanti altri. A fianco a loro ci sono gli appassionati, che non fanno della fotografia una professione ma che vivono il loro fare fotografia in varia maniera, e che stampano principalmente non per motivi di vendita ma per conservare le loro immagini, per arredare casa o per fare un regalo. Tutti chiedono in termini di risultato senz’altro la corrispondenza con quello che hanno elaborato al monitor, molti mi chiedono consiglio su quale carta possa dare un risultato migliore in base alle caratteristiche delle proprie fotografie. Cerco di assistere tutti i miei clienti fino a quando non sono soddisfatti del risultato e questo lo metto in pratica sia tramite le conoscenze che ho sviluppato nell’utilizzo dei software di editing delle immagini digitali che tramite l’esperienza acquisita sul modo in cui si comportano le carte che uso in diverse situazioni.

(L.F) I miei clienti tipo sono per lo più fotografi, professionisti e non, ma è interessante vedere come negli ultimi tempi si stanno avvicinando a questo tipo di stampa anche artisti di vario genere come pittori, illustratori ecc che iniziano a capire come la stampa fineart possa essere un mezzo qualitativamente elevato nella riproducibilità delle loro opere.
Oltre al servizio di stampa, postproduzione e digitalizzazione, curiamo molto anche l’aspetto di consulenza e confronto (dalla scelta della carta più idonea alle opere più disparate, all’allestimento e scelta del supporto).

Il tuo cliente arriva con un file raw o un tiff? Ci racconti in sintesi il flusso di lavoro che seguirai?

(M.S.) Le possibilità sono varie. Molto spesso i clienti forniscono file già postprodotti che sono stati salvati in vari formati, psd, tiff o jpeg.

A questo punto se il file ha bisogno di interventi rilevanti, procedo, facendo attenzione ai limiti di intervento che un file compresso come un jpeg può presentare. Se il file invece si può considerare definitivo, dopo qualche accorgimento per la stampa, può essere ridimensionato e mandato in stampa. 

A volte mi si chiede specificatamente il servizio di postproduzione di file che ovviamente sono stati registrati in formato raw, unitamente al servizio di stampa. In quel caso il flusso di lavoro che seguo è questo: conversione del file tramite il raw converter Camera Raw verso lo spazio colore standard Adobe rgb a 16 bit. In questa fase provvedo a operazioni essenziali come la correzione di aberrazioni cromatiche, il bilanciamento del bianco, la regolazione dell’esposizione, se necessaria, e regolazione di massima dei toni dell’immagine. Una volta aperto il file in Photoshop svolgo la maggior parte della lavorazione con interventi selettivi su tonalità e contrasto attraverso mascherature e altre tecniche. Infine agisco su saturazione e  nitidezza. Il file master viene salvato in formato psd. Partendo da questo viene ricavato il file di stampa che viene ridimensionato alla dimensione di stampa e a cui viene applicato, in caso di bisogno, altro sharpening per la stampa.

(L.F) Nella maggior parte dei casi, i file precedentemente lavorati dal cliente, vengono ricevuti in formato TIFF, formato che permette un’ampia possibilità di interventi eventuali, mirati al miglioramento dell’immagine rispetto alla corrispondenza tra i monitor e alla resa della carta. Il formato RAW è richiesto solo in particolari casi di postproduzione.
Per le pellicole il flusso migliore è quello di partire da una scansione professionale.

Come aiuti il tuo cliente nella difficile scelta del supporto cartaceo?

(M.S.) Cerco di essere il più chiaro possibile nello spiegare le diverse caratteristiche appartenenti ai vari supporti e i tipi di illuminazione più idonei a risaltarne la resa. Nel frattempo mostro la resa di diversi tipi di fotografia sulle diverse carte di cui dispongo permettendo così che il cliente tocchi con mano e veda con i propri occhi il probabile effetto che potrà ottenere usando quel particolare tipo di carta. Anche una prova di stampa può essere utile per sciogliere il dubbio su quale sia il tipo giusto da scegliere. Se è pur vero che alcuni scatti si adattano meglio ad un supporto piuttosto che ad un altro, alla fine dei conti molto spesso si tratta sempre di una questione di gusto personale.

(L.F) Oltre al gusto del cliente, per valorizzare al meglio un’opera ed indirizzare l’artista nella scelta della “carta giusta” in base al tipo di immagine, occorrerebbe conoscere anche la destinazione d’uso dell’opera stampata, ovvero le condizioni ambientali, di illuminazione, nel rispetto delle reazioni alla luce delle singole carte e dell’allestimento .
Un connubio di molteplici variabili fa si che l’opera valorizzi il senso artistico di ogni singolo cliente.

Quali sono gli aspetti più difficili del tuo lavoro e quelli più gratificanti?

(M.S.) Non riesco ad individuare degli aspetti seriamente difficili, quello che trovo duro è piuttosto legato al carico di lavoro che spesso mi trovo a dover affrontare. Fuori Gamut è un’attività che tutt’ora rimane gestita da me in persona. Mi occupo praticamente di tutto. Questo tipo di stampa è, come dire, a basso ritmo; i file, anche quando sono molti, vanno controllati uno ad uno, vi è sempre un’attenzione particolare, tutta una serie di accorgimenti che alla fine richiedono un tempo particolare. Ci sono perciò spesso momenti ultracaotici senz’altro stressanti. D’altro canto riconoscere che fino ad ora sono stato capace di gestire egregiamente questi momenti critici rappresenta veramente una gratificazione importante per me.

La soddisfazione dei clienti, per il risultato ottenuto e per il modo in cui si sentono accolti ed assistiti quando vengono da me è ovviamente motivo principale di gratificazione.

(L.F) Entrambi gli aspetti sono due facce della stessa medaglia. L’aspetto più difficile e parallelamente il più gratificante del mio lavoro è il confronto con il cliente poiché da questo confronto devi capire e interpretare quello che l’artista vuole trasmettere al fruitore della sua opera e restituire il tutto su carta. 

Come avvicineresti chi fotografa da poco tempo al tuo mondo?

(M.S.) Chi fotografa da molti anni ha una “consapevolezza fotografica” molto sviluppata per cui potrebbe essere già partecipe di questo mondo e chi si è avvicinato alla fotografia da poco potrebbe essere utile magari l’organizzazione di workshop dedicati all’argomento sarebbe un buon punto di partenza per avviare uno stimolo alla conoscenza del mondo della stampa fine art.

(L.F) Dall’avvento del digitale e dell’era dei social, ci  si è disabituati alla foto stampata.  Cercherei di convincerli fosse anche solo per il gusto del tatto all’importanza che ha stampare una foto inteso come conclusione irrinunciabile di un processo creativo sopratutto se fotografico. 

© Fineartlab / Fuorigamut

Dopo aver assimilato tutte le informazioni, generosamente raccontate da Luigi Fedullo e da Marco Spatuzza, non resta altro da fare che decidere di andare a trovarli nei loro rispettivi studi per assistere, da protagonisti, al magico passaggio su carta delle proprie immagini.

Le parole, infatti, non possono restituire del tutto la sorpresa e la soddisfazione che si prova ad affrontare in modo professionale e creativo, al tempo stesso, quest’ultimo importante passaggio del processo fotografico, e ottenere un risultato finale che possa portare, realmente, la propria firma. Il vostro portfolio fotografico adesso è pronto per essere mostrato.

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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