Monday, October 26, 2020
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Il ladro di polli di via degli Stabilimenti, detto Ercole. E le sue epiche fatiche

Lungo l’Aniene a misurare le salite ardite e le ricadute della Roma repubblicana. La mistica del potere e la mestizia della decadenza.

Ladro © Risuleo/ilas

I prepotenti e i cafoni si accaniscono quando ci sta la coda

Le due uniche possibilità per allontanarsi da Roma in direzione Est-Nord-Est sono l’autostrada A24 per l’Abruzzo e la SS Tiburtina; non so cosa attiri tanto i romani verso quello stesso angolo della bussola ma il risultato è che l’uscita e l’entrata in città sono sempre inesorabilmente intasate.

Bloccati, curvi sul volante, con le dita che digitano impazzite sulle tastiere vietate, vengono in mente tutti i puniti dell’oltretomba omerico: Sisifo e il suo macigno, l’assetato e affamato Tantalo con l’acqua che sparisce e la frutta che vola via dai rami, il povero Tizio che oltre ad avere un nome da fesso finisce col fegato roso dal rostro delle aquile. E il nastro d’asfalto trascende in un infernale fiume del dolore; gli sguardi si fanno torvi e le vetture avanzano a singhiozzo rubando centimetri al vicino condannato allo stesso supplizio.

L’instancabile Ercole che ha intriso la storia di sangue e sudore

Ho abbandonato l’auto di servizio alla stazione di Guidonia e continuo col treno fino a Tivoli.

Niente più asfalto e puzza di scarichi, le rotaie s’inerpicano per la natura collinare scavalcando i fossi che costeggiando l’Aniene. La mia missione prevede di scoprire il legame tra il mitico dio forzuto e l’abile latitante ladro di polli che da trentacinque anni sfugge abilmente ai miei colleghi tiburtini.

Rimando a memoria le prodezze di Ercole per scovare matrici comuni: in primis tutti e due sono ladri e che si tratti di polli, sacchi di grano, buoi, cinture preziose, pomi d’oro o le cavalle di Diomede sempre di furto parliamo. Entrambi sono scaltri visto che l’uno disperde stormi di uccelli e l’altro le proprie tracce. E tutti e due sono abili cacciatori quando imbrigliano cerve, tori, cinghiali e, ovviamente polli. Diciamo che Ercole dimostra un’efferatezza che lo rende antipatico quando ammazza e scuoia il leone di Nemea per vestirne la pelliccia o quando stacca una dopo l’altra le nove teste della pur velenosissima Idra. Ma alla fine si riscatta perché da una bella pulita alle stalle di Augia e riporta a casa quel bel caratterino di Cerbero.

La capanna del ladro e il santuario di Ercole vincitore

Sarà stato forse un colpo di fortuna ma il metodo delle matrici comuni ha funzionato. L’astuto latitante l’abbiamo pizzicato nascosto in un rifugio di cartone proprio nei pressi della galleria che dalla via degli Stabilimenti porta al parcheggio del monumentale santuario eretto dai romani nel II secolo a.C. in onore del gigante instancabile.

Purtroppo il formidabile complesso non era destinato a resistere e nei primi secoli d.C. se ne presero cura i Goti di Totila. Poi, passato alle autorità ecclesiastiche, conobbe nuovi fasti con la costruzione di chiese e monasteri fino all’avvio di una fase d’industrializzazione con l’impianto di mulini, polveriere e perfino di uno stabilimento laniero. In un millennio in quell’area si è prodotto di tutto, dai cannoni del fratello di Napoleone Bonaparte, al ferro, alla carta. E una certa confusa gestione del riciclo ha continuato a confondere le antiche pietre e i marmi del santuario di Ercole nell’edificazione di nuovi manufatti.

E tutto questo fermento laborioso per via del fiume. Fin quando tutta l’energia delle sue anse e dei suoi salti, imbrigliata nel 1884 dalla Società delle Forze Idrauliche, ha iniziato a fornire elettricità prima a Tivoli e poi perfino al capoluogo Roma.

Cammino lesto nel buio pesto della breve galleria e guadagno una rapida risalita fino ai vicoli del borgo medievale, la missione compiuta e l’immersione nella storia antica mi ha messo appetito!

Cibo tiburtino semplice e sopraffino

A guardar bene pure nelle volte della sala del ristorante qualche pezzo del santuario del vincitore c’è. Ma i camerieri che rimbalzano dalla grande fornace delle bistecche ai tavoli mi distraggono e dedico tutta la mia attenzione ai piatti di portata che mi transitano a portata di naso.

Sul mio tavolo è immediatamente comparsa una brocca d’acqua… sarà dell’Aniene?

La staffetta dei serveurs è infinita, vedo passare di mano in mano generose porzioni di tonnarelli cacio e pepe piacevolmente ritorti, pappardelle all’amatriciana, paglia e fieno con sugo di funghi, gnocchi e polenta con le spuntature di maiale. Dalla griglia giungono lombate e salsicce, la croccante pancetta su crostini in palontella. In alternativa c’è il coniglio alla cacciatora e l’abbacchio a scottadito. Non mancano contorni gustosi di verdura, dove eccelle una spadellata di cicoria asciutta e agliata in modo giusto.

L’ambiente allegro fa il resto e una buona bottiglia mi spinge a guardarmi intorno per godere appieno del ciarliero popolo tiburtino.

Entra il fornitore di pollame con le sue cassette di quaglie, piccioni e galletti… mi guarda in modo strano, non sarà mica un socio di Ercole, il pollarolo di via degli Stabilimenti?

Valutazione: 12 belle sudate.

Alfredo alla Scaletta Viale Mazzini 1, Tivoli

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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