Sunday, June 17, 2018
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Se un lago è artificiale vuol dire che da qualche parte esiste un tappo?

Paradisi artificiali e vini naturali all’ombra delle dighe. Un metodo infallibile per mettere nel sacco la routine e la noia

lago© ilas / tonino Risuleo

La missione suicida del buon vino contadino.

Nella zona montana della Sabina. al ridosso dell’Abruzzo, per gli amanti del rischio c’è un rito antico da perpetrare: la Cantata della Pasquarella. Con estremo sprezzo del pericolo mi sono portato in un ameno borgo nella notte del 5 gennaio per unirmi ai gruppetti di uomini che bussano agli usci domandando modesti oboli. C’è chi regala una salsiccia, chi un uovo e anche una cipolla va bene per colmare i cesti. Ovviamente, nessuno nega ai postulanti un bicchiere di vino casereccio per riaffrontare col corpo caldo la tramontana che fischia nei vicoli. Questi nettari estratti da vitigni incerti risultano variegati nel gusto; certamente si tratta di vini naturali nel senso che nessun enologo se ne assegnerebbe la paternità e la riuscita del prodotto è sempre legata alle leggi del caso. La bevuta contribuisce comunque a dare corpo a cori singhiozzanti e talvolta sguaiati che raccontano di santi e feste portate via proprio in quella notte. Nel testo c’è però un passo toccante in cui Sant’Antonio mette in guardia i cantori rivendicando il proprio fondamentale genetliaco ancora da commemorarsi.

Gli effetti della ronda sono talvolta letali e la baldanzosa schiera vede parecchi dei propri accasciarsi sui muretti a secco che orlano gli orti. Ma una missione è pur sempre una missione!

La vergine, il soldato e il serpente: la velenosa vicenda di Anatolia.

Dal tornante la vista dall’alto del lago del Turano è affascinante e magica. Le colline coronate da microscopici borghi si aprono in scorci improvvisi che svelano lo specchio del bacino lacustre.

Una diga eretta nel 1939 ai piedi del monte Navegna ha annegato il piccolo abitato di Colle Piccolo ma anche riorganizzato il paesaggio in una fotografia da cartolina. Nelle belle giornate i bagnanti si dispongono al sole sulle spiaggette e alcune piccole imbarcazioni solcano l’azzurro artificiale in un’atmosfera da pointillisme.

Lo spiritello lestofante che è in me sarebbe incline a decidersi per un’ardita immersione alla ricerca del tappo che rende possibile tutto questo…

A pesca di vicende antiche m’imbatto in un cold case non da poco. Nel terzo secolo d.C. le ragazze di buona famiglia erano assai appetite dai giovanotti di pari ceto e così, quando la cristianissima e morigerata Anatolia si sentì costretta a rintuzzare le profferte di un bravaccio dell’epoca, si consumò un efferato delitto portato a termine con un raro accanimento.

La successione dei fatti anche se un po’ vaga è la seguente: un tizio di nome Audace fu incaricato di chiudere la giovanetta recalcitrante in un sacco in compagnia di un serpente assetato di sangue ma -qui la cronaca si fa confusa- l’infido rettile si ribellò rivolgendo i suoi denti affilati al carnefice e costringendo la virginea Anatolia a impegnarsi per evitare il peggio per se e per quel fesso incapace e poco di buono.

Vinto il serpente sembrò vincere anche l’amore ma… Niente! Audace ammirato dall’altruismo di Anatolia si convertì sul posto al cristianesimo ottenendo in cambio l’ira di Decio che, non avendo in simpatia questi neo-credenti monoteisti, inviò un paio di sicari più abili che finirono i due con pochi e decisi fendenti. Tutto ciò avvenne, pare a Tora, l’attuale Sant’Anatolia oppure proprio sul lago, a Castel di Tora, o anche invece a Teora che sta da tutt’altra parte. Forse anche per questo le spoglie della martire hanno preso varie vie: quasi tutto il corpo a Subiaco con quello di Audace, un frammento d’osso a Sant’Anatolia e un povero braccino a Esanatoglia in provincia di Macerata.

Il prodigioso prodigio dei ravioli giganti e delle farfalle d’inverno.

La cantata notturna, la padellata di cipolle e il vino naturale hanno reso breve e sulfureo il mio riposo. Il cuscino troppo soffice ha finito quasi per soffocarmi e il movimentato incubo di sacchi e serpenti ha fatto il resto.

Per smaltire la sbornia e l’acidità di stomaco mi avvio a piedi per la provinciale numero 34 Turanese. La mattinata invernale è frizzante e in un paio d’ore di marcia tutto è dimenticato e digerito.

Scorgo dietro la curva una capanna sul ciglio del fosso che digrada verso il lago. È un angolino paradisiaco e la semplicità della location invita a indagare. L’insegna appesa alla palizzata in stile ranch è un’ironica promessa e al tempo stesso un ambizioso programma: Bar-Ristoro! proprio quello che fa al caso mio.

Nella stagione giusta lo definirei un posto da fave con il pecorino. Essenzialità e sostanza.
Accucciato sulla seggiola tipo tinello leggo sulle labbra di chi mi ha accolto il contenuto della carta che non c’è. Apprendo dell’antipasto con trippa e coratella oltre agli affettati locali e non.

Del primo, da scegliere tra gnocchi e fettuccine da abbinare al sugo di carne o di salsiccia e funghi oppure tre giganteschi ravioloni ripieni di ricotta e spinaci che a stento stanno nel piatto. La boccuccia vezzosa continua ad argomentare: arrosticini e salsicce alla brace, spezzatino di abbacchio, pecora bollita e contorni di patate arrosto o cicoria ripassata in padella.
Due occhietti maliziosi mi avvertono che i caffè sono offerti e anche i dolcetti. E quando mi propone la collezione degli amari vedo le farfalle!

Valutazione in tappi di sughero e pelle di pitone.

Pizzeria Bar Ristoro Via Turanense 44 (SP34), Castel di Tora

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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