Wednesday, February 21, 2018
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Lewis Wikes Hine, il grande valore della fotografia di documentazione

Pensare alla fotografia come ad un esercizio di stile in grado di produrre risultati impressionanti, ci preclude la conoscenza di una grande parte della storia della fotografia, negandoci la bellezza del suo insegnamento.

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Fotografia artistica VS fotografia documentativa

Abito il mondo della fotografia tenendo viva la mia perenne necessità, al cospetto di ogni fotografia, di compiere grandi voli nel tempo per disegnare, da un lato, nuove prospettive e definire, dall’altro, radici ben salde.

Giorni fa, in una importante mostra di fotografia, una mia amica fotografa mi ha messo al corrente della sua insoddisfazione riguardo ai suoi ultimi lavori, perché si sente imbrigliata e senza via di scampo, nella fitta rete della fotografia documentativa.

Mentre ascoltavo questa confessione, mi passavano in rassegna gli esempi di alcuni grandi fotografi che, nell’America di inizio 900, documentando i segni del tempo, hanno fornito, a noi tutti, un contributo bidirezionale molto forte, aumentando, cioè, il valore delle indagini fotografiche e aiutando a migliorare le condizioni di vivibilità di un paese.

Pensavo, ad esempio, al gruppo di fotografi della F.S.A. che negli anni trenta percorse l’America in lungo e in largo per studiare i terribili effetti della grande depressione, attraverso lo strumento fotografico, fornendo dei riscontri immediati e stimolando il governo a prendere provvedimenti.

Pensavo, poi, ad Ansel Adams che con le sue grandi macchine fotografiche, girò l’America alla ricerca della natura selvaggia e incontaminata, pronto a documentarla in ogni dettaglio e alla conseguente decisione, da parte del governo, di preservare la Sierra Nevada, una delle zone che egli più aveva amato e fotografato, raddoppiandone la superficie di una riserva già esistente.

L’esempio determinante di Lewis Wikes Hine

La mia attenzione si è poi fermata, anche nei giorni a seguire, sull’esempio di Lewis Wikes Hine che, più o meno negli stessi anni, in America fotografò le condizioni di disagio lavorative costruendo un fondamentale documento di studio e di analisi, abbracciando la macchina fotografica per meglio rappresentare la grandezza umana e scrivere, in tal modo, un nuovo racconto della sua nazione

Il suo lavoro è molto toccante, ricco di dettagli interessanti per comprendere la società dell’epoca e contribuì in maniera sostanziale a produrre uno dei più grandi cambiamenti della legislazione lavorativa americana.

È incredibile quanto la fotografia di documentazione possa emozionare, produrre grandi risultati e talvolta anche far cambiare le attitudini del mondo, quando si associa a dei nobili intenti.

L’accezione negativa che possiamo, talvolta, attribuire alla fotografia documentativa forse nasce da uno strano desiderio che ci spinge oggi, in una epoca di grandi cambiamenti tecnologici, verso una idea di fotografia da intendersi solo come viatico per l’olimpo dell’arte.

Credo sia importante iniziare questa nostra disamina dalle origini.

La fotografia nasce per documentare, per certificare, cioè, l’esistenza di una parte del mondo ad una altra parte del mondo e si presenta portando in sé i caratteri di un attestato di presenza: ti fotografo quindi esisti e hai un tuo posto nella società.

Quanta incredibile generosità c’è in questo modo di intendere la fotografia.

Mi ha sempre affascinato chi ha scelto di prendere la fotografia tra le sue mani per prendere la vita del mondo degli invisibili tra le sue mani e portarla alla luce del sole.

Fotografare gli esclusi, i sofferenti, gli oppressi, quelli che non hanno voce, quelli a cui è negata pure la terra, è un gesto carico di umanità perché restituisce dignità ad una vita che ha perso tutto.

Mi viene in mente, in tal senso, il saluto, nel film Avatar, degli alieni tra di loro: Io ti vedo.

Ecco, per me il senso di una certa fotografia di documentazione è racchiuso proprio in questa frase: io ti vedo, quindi tu esisti e io ti accolgo e ti presento al mondo attraverso le mie fotografie.

La fotografia documentaria è un’attività foto giornalistica che si propone di riprodurre oggettivamente la società attraverso la cronaca per immagini della realtà quotidiana.

Documentare è dunque un gesto importante, perché permette di far conoscere realtà lontane o inaccessibili e mostra punti di vista talvolta nascosti anche se potenzialmente sotto gli occhi di tutti.

Le fotografie di Hine hanno un valore aggiunto, ovvero una carica di umanità e un occhio pieno liricità, di chi conosce la sofferenza e la riesce a trasmette al mondo con autenticità.

L’inizio della vita di Hine non fu dei migliori poiché, avendo perso il padre in giovane età, fu costretto a lavorare molto presto, svolgendo mansioni difficili e sottopagate.

C’è un antico adagio buddista che sostiene che l’unico modo per uscirne bene dalle difficoltà della vita è di “trasformare il veleno in medicina”.

Il grande contributo di Hine

Hine trasformò il suo inizio difficile, nella chiave di volta per dare uno scopo alla sua vita, studiando sociologia e utilizzando questo suo sapere, unito allo strumento fotografico, per testimoniare tutte le difficoltà che il suo mondo che stava vivendo.

Con l’esperienza maturata anche durante i suoi anni di lavoro minorile, Hine si accorse come la fotografia potesse essere un valido strumento di denuncia sociale, un mezzo con cui mostrare aspetti della realtà che molto spesso vengono omessi.

Le sue immagini colpiscono per la loro semplicità e autenticità: non c’è alcun indugio nel sottolineare la sofferenza, ma solo una documentazione schietta e immediatamente chiara.

Siamo ad inizio del 900, la fotografia aveva ancora una bassa diffusione e poteva, in tal senso, incidere sulla vita sociale in misura nettamente inferiore a quanto accade oggi,

Questo segna la grandezza del lavoro di Hine che lo rende, inoltre, un pioniere nell’utilizzare lo strumento fotografico per il racconto di quella parte di mondo che pur lavorando alla luce del sole, non era realmente visibile al mondo.

Con la sua forte dedizione e l’agilità con cui s’intrufolava in ambienti in cui non era desiderato, Lewis Hine realizzò le sue inchieste mostrando al mondo una realtà sconvolgente: i momenti difficili della società, uomini costretti a lavorare in condizioni precarie e pericolose, bambini costretti a lavorare in condizioni proibitive ed in orari disumani per guadagnare poco o niente, nel tentativo di aiutare le proprie famiglie e per soddisfare la crescente necessità di forza lavoro.

Da allora, forse non è stato fatto tutto il possibile per tutelare i lavoratori, ma Hine ha aperto gli occhi a tutti e non è stato più possibile continuare a fingere di non vedere e di non sapere.

Piccola biografia lavorativa di Lewis Wikes Hine

Nel 1902 diventò insegnante presso la Ethical Culture School di New York, dove iniziò a utilizzare la macchina fotografica come strumento educativo.

Nel 1904 intraprese uno studio sul fenomeno dell’immigrazione a Ellis Island, New York. Intorno al 1906 avviò il suo impegno professionale con la rivista Charities, che lo inviò a Pittsburgh per uno studio sociologico della città industriale.

Dal 1907 il National Child Labor Committee lo incaricò di documentare il lavoro a domicilio e, in seguito, il lavoro minorile.

Nel 1918 cominciò a lavorare presso la Croce Rossa Americana e viaggiò in Europa seguendo varie missioni.

Nel 1930 fu incaricato di fotografare l’Empire State Building.

Nel 1932 pubblicò il famoso libro Men at Work.

Morì nel 1940.

Sue fotografie e negativi sono conservati presso la Library of Congress di Washington e la George Eastman House di Rochester.

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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