Friday, January 19, 2018
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L’intricata questione del roccolo di Sauch

A nord del Lago di Garda per districare l’uccellatore Gelindo Mosèr impigliato tra zimbelli e spauracchi, e la scoperta delle differenze tra gli uni e gli altri

Sauch © Risuleo / Ilas

Così si uccellano gli uccel di bosco

Percorrendo il sentiero che Albrecht Durer tracciò per spostarsi dalla Germania verso Venezia si giunge in località Sauch dove si trova uno degli ultimi roccoli esistenti in Italia. Cos’è un roccolo? Nient’altro che una trappola per uccelli, e funziona così: su un bel dosso esposto a nord si dispone un filare di alberelli ordinati ad arco, una specie di pergolato. Gli uccelli di passaggio sono attirati all’interno del roccolo da uno zimbello, ovvero un uccelletto con una zampa legata in modo che non voli via. Ah, tra l’altro la cecità rende più armonioso il canto dello zimbello e allora tanto vale… Vabbè. Quando l’uccellatore appostato nota un numero sufficiente di uccelli nel roccolo, aziona la spauracchio, che è un lungo bastone con attaccate in punta alcune piume che gli uccelli scambiano per un pericoloso rapace. Allora fuggono a volo radente e incappano nelle reti, le ragne, tese tra i varchi tra un albero e l’altro rimanendo intrappolati.

Quindi lo zimbello che abbiamo sempre immaginato come un fesso bersagliato dai lazzi in realtà è lui, suo malgrado,  a raggirare pigliando per il naso i suoi simili. Suo malgrado, va puntualizzato, infatti non lo fa di sua iniziativa, canticchia e fischia per passare il tempo, solo e cieco senza immaginare il suo ruolo di intrappolatore.

Per fortuna questa storia che mi riporta l’uccellatore Gerlindo Mosèr è in parte falsa, cioè, i roccoli furono dichiarati fuori legge nel 1968 e oggi i poveri zimbelli sono stati sostituiti da richiami acustici e la cattura è consentita solo per scopi scientifici. Cioè uccelli vengono impigliati, studiati e rilasciati. In compenso si è potuto eliminare lo spauracchio, e questa mi sembra una buona cosa.

A pranzo a Pranzo

Da bambino – siamo alla fine degli anni ’50 – facevo sogni ricorrenti, ogni notte ripartiva la storia e ne vivevo un nuovo episodio. C’era dentro un mucchio di treni per il trasporto di animali, paesaggi urbani con gazometri, stazioni piccole con strani nomi e poi, ovviamente, indiani e cowboy. Alle stazioni corrispondevano le città e quella che avevo deciso che fosse la capitale era Bringom (forse Bring Home?) mentre le altre, per semplicità si chiamavano Tazza, Forchetta, Bottiglia e… tipo così. Ogni notte mi toccava la responsabilità di fare il sindaco di tutte queste città, nonostante la metà fosse abitata da indiani, quindi io ero mezzo cowboy e mezzo indiano. Faccio notare che “Little Big Man” è un film del 1970 e che il romanzo da cui fu tratto sarebbe uscito nel 1964 con i miei sogni di suppellettili già finiti da un pezzo.

Così lascio Sauch e scendo con Gelindo in direzione sud-ovest, oltre Trento, alla ricerca del roccolo di Tenno anche perché lì vicino c’è il borgo di Pranzo. E come potrei perdermi quest’occasione?

A Pranzo niente pranzo ma a Tenno si

Pranzo è un bel borghetto tutto pietre e legno ma niente tazze, forchette e neanche boccali. Gelindo mi suggerisce di tirare dritto fino a Tenno, non per vedere un altro roccolo ma per la carne secca.

Carne secca? Pemmican, la carne degli indiani, non riesco proprio a uscire dal sogno di Bringom!

Dopo circa seimila curve e tornanti avvistiamo un castello e ci infiliamo sotto gli archetti di un villaggio che sembra molto accogliente. Saranno stati avvertiti dell’arrivo del commissario?

Forse si. Fatto sta che sull’ingresso del ristorante c’è il sindaco in persona, senza fascia tricolore però. Si sbraccia per farci entrare. Dentro c’è il camino acceso e lunghi tavoli per sedersi in tanti. Il sindaco Frizzi che è anche il patron del Castello è una forza della natura: con i soldi della sua paga di primo cittadino ci pavimenta le strade del borgo e con la carne secca ci prepara un piatto che non avevo mai assaggiato prima.

Per dimenticare gli uccelli ciechi e gli indiani c’è la carne salada (cruda) e fasoi, una torta rustica con farcitura di funghi speck e formaggio, i canederli. E poi c’è la stessa carne salata dell’antipasto bruciacchiata sul piano antico della cucina a legna: una bella storia anche questa. Rosatello della casa. Alla fine m’è toccato anche assaggiare lo strudel con un semifreddo di castagne.

Valutazione: trenta fringuelli.

Castello di Frizzi Via per S. Lorenzo 29, Tenno (TN)

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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