Monday, December 18, 2017
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Van Gogh The Immersive experience: quale il futuro delle mostre virtuali?

A Napoli fino al 25 febbraio, la mostra Van Gogh 'The Immersive experience' impone una riflessione: il rapporto intellegibile con l’opera d’arte verrà definitivamente soppiantato dalla sua fruizione passiva?

Van Gogh © Vanessa Cioffi

L’evento

Fino al 25 febbraio 2018, nella Basilica di San Giovanni Maggiore (Rampe S. Giovanni Maggiore) è in corso Van Gogh The Immersive experience: non esattamente una mostra, ma un’esperienza –appunto- intorno a Van Gogh, la sua vita, la sua produzione, la tavolozza inconfondibile che incanta chiunque, da secoli.

Distesi o comodamente seduti, i visitatori assistono all’animazione dei più noti capolavori del pittore olandese sulle pareti della chiesa il cui interno è rivoluzionato con il montaggio di otto grandi schermi che, grazie a sedici proiettori video di altissima definizione, rendono possibile l’impossibile: dare vita ai quadri e al mondo di Van Gogh. Non vi è angolo della basilica escluso dalla proiezione: grazie al sistema di proiezioni 3D mapping, l’effetto immersivo è sorprendente, il pubblico è avvolto da un abbraccio totale.

In un momento successivo il visitatore vive -grazie all’utilizzo di auricolari da virtual reality– la tipica giornata di Van Gogh: dall’alba al tramonto il piccolo villaggio di Hales, viene esplorato in soggettiva attraverso una passeggiata immersiva a 360° che si snoda intorno a sette dipinti dell’artista olandese.

Non si esce dalla chiesa con una conoscenza maggiore dell’opera pittorica di Van Gogh, né arricchiti di qualche informazione curiosa, o paghi di averne apprezzato il tratto geniale e la texture polposa.

Ma allora perché funziona? Perché si tratta di uno spettacolo totalizzante che forse emoziona, sicuramente sorprende. Perché le esperienze immersive sono l’ultima irrinunciabile frontiera dell’arte, rappresentano una tappa -necessaria e certo non sufficiente- per la formazione di una consapevolezza artistica, e sono, soprattutto, incredibilmente democratiche.

La trasformazione dell’esperienza

Capaci di coinvolgere un pubblico sempre maggiore, sempre meno specializzato, chiamato solo a lasciarsi trasportare, emozionare, le mostre immersive annullano la distanza tra contenuto e spettatore, non si collocano al di sopra della sua capacità ri-cognitiva, ma parlano con lui una lingua fatta esclusivamente di suoni ed immagini.

Esattamente all’opposto di quanto accade durante un’esperienza ‘tradizionale’ nessuna data è da tenere a mente, nessun concetto da approfondire, nessuno sforzo da compiere in direzione della comprensione del prodotto; allo spettatore è chiesto esattamente il contrario: svuotare la propria mente.

Questa tipologia museografica sta prendendo negli ultimi anni sempre più –pericolosamente?- piede, registrando anche nella nostra regione diversi, notevoli episodi: oltre all’installazione permanente del MAV di Ercolano (2008) vale la pena ricordare uno dei primi esperimenti virtuali che nel 2003 vedeva Caravaggio protagonista di una mostra multimediale a Castel Sant’Elmo, le Mostre Impossibili allestite nel complesso monumentale di San Domenico Maggiore a Napoli (2013), le opere parlanti de Il Bello e il Vero (2014), Klimt experience alla Reggia di Caserta (2017) e infine Van Gogh The Immersive experience un sistema di videoproiezioni a 360° che avvolge lo spettatore e lo traghetta in un viaggio nel tempo -e senza tempo- all’interno della poetica del pittore olandese.

Si avvera la profezia futurista?

I numeri registrati da queste iniziative, raramente raggiunti dalle mostre tradizionali, fugano ogni dubbio sul loro successo, vale però la pena chiedersi se il museo virtuale –nella sua accezione più generica- ponga effettivamente in discussione l’esistenza dei musei reali, realizzando in qualche modo quanto invocato dai Futuristi che vagheggiavano la distruzione di musei e biblioteche.

Il crollo verticale della comprensione cui si assiste negli ultimi anni, insinua un vago dubbio in proposito, ma il rapporto diretto tra lo spettatore e l’opera, non filtrato da alcuna tecnologia, resta e deve restare un momento imprescindibile.

Né alleata, né rivale, la tecnologia è da intendersi piuttosto come una socia in affari: strumento fondamentale per correggere il tiro, avvicinare, divulgare, ampliare a dismisura gli accessi, può e deve costituirsi come un mezzo per completare la fruizione degli oggetti conservati nei musei, senza distorcere, sovrapporsi, semplificare.

sarah.galmuzzi@gmail.com

Storica dell’arte prestata al giornalismo scrivo since 1976. Riviste, quotidiani, blog, senza soluzione di continuità. Nel mezzo, una lunga esperienza al Pan|Palazzo Arti Napoli dove progetto mostre e curo eventi, una figlia, la messa a punto della ricetta dei biscotti più buoni del mondo. E poi viaggi, case, amici, feste, libri, mostre, fogli di giornale. Napoletana fuori ma islandese inside, vorrei trascorrere gli ultimi anni della mia vita come Bobby Fischer, ma senza scacchi. Facebook addicted, non posso vivere senza: non segnalatemi mai, please.

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