Thursday, July 16, 2020
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Ipnosi meridiana: ta-tan ta-tan del treno che passa sopra la massicciata e il rotolare delle bocce sulla terra battuta

Tigli, bocce, treni, scivoli, tovaglie cerate, noccioline americane, bicchieri infrangibili, Campari col bianco, dondoli, barbera e ammazza caffè. Un menù anni ‘70

© Ilas Tonino Risuleo Bocciofila

Eleonora Duse, Franca Valeri e i trottatori perduti

“Cos’hai crètinètti, ridi nel sonno?” Mi risuona nella testa questa frase… Dove l’ho sentita? Mi sveglio aprendo un occhio per volta, sono sul treno che mi porta a Milano con tutta la calma che serve per concentrarmi su questo caso… dico, su questo menù.  L’aria frizzante della periferia mi suggerisce di camminare: percorro Viale Monza e svolto per Via Giacosa.

All’angolo noto una coppia a braccetto, lei è la Signora Challant e lui un omone calvo con una folta barba. S’inoltrano nel parco, li seguo. Il Trotter! È qui che filavano i sulky negli anni a cavallo tra l’ottocento e l’inizio del “secolo breve”, adesso corrono a San Siro ma questo è ancora un luogo splendido con alberi di tulipani (liriodendron tulipifera) e cipressi calvi (taxodium distichum). Oltre il parco c’è Via Padova e un pezzo di una Milano d’altri tempi.

Ali di libellula e palle lanciate a trecento all’ora

C’è un vecchietto seduto sotto la pensilina della fermata Chavez ATM 56, mentre passo mi blocca prendendomi il braccio, vuole per forza raccontarmi del Chavez  a cui è dedicata la via di fronte:

Quest’eroe è stato un trasvolatore peruviano che per primo, nel 1910, passò le Alpi sopra il valico del Sempione più in alto di quanto si potesse a quei tempi. E poi morì di gioia atterrando malamente sulla pista dell’aerodromo di Domodossola. Le sue ultime parole furono “Arriba, siempre arriba”, o almeno questo si è saputo.

Mi commuovo, anche perché l’anziano narratore ha un forte accento spagnolo e per un attimo penso a una reicarnazione! Glielo dico e sorride, si tira su con l’aiuto della sua canna di bambù:

– No amico mio, Yo soi Sabino Elizburu, giocatore di pelota, anzi lo sono stato, e con la mia chistera facevo impazzire lo sferisterio di Via Palermo. Erano i tempi della jai alai, in basco vuol dire la festa felice.

Solleva piano il braccio per indicarmi il ponte della ferrovia che si vede più avanti, e agita la mano come a dire, su vai!

La bocciàta al pallino e lo sfrigolìo della costoletta

Dopo il ponte c’è il benzinaio, ma questo me lo avevano già detto, e oltre il benzinaio c’è l’insegna dei Circolo Bocciofila Caccialanza. Entro e mi sento immediatamente nel posto giusto: quello di oggi è un viaggio nel tempo. E da viaggi così nessuno ha voglia di uscire.

Adesso mi ricordo di tutto: Crètinètti lo diceva Elvira Almiraghi all’Albertone ne “Il vedovo”, Il film di Dino Risi, il pelato e barbuto Giuseppe Giacosa volle la Duse per la prima del Carignano e la pelota è il pazzo gioco a battimuro per pazzi baschi che lanciano palle di cuoio a trecento all’ora con dei guantoni che sembrano ceste.

Mi accomodo a un tavolo nel cortile con il muraglione della ferrovia alle spalle e il campo di bocce di fronte.

Non c’è nessuno in pista, fa freschetto. Chiamo per un fiasco di barbera, quella dell’oste sta sul frizzante. La cucina oggi propone montagne di ottime patate fritte… Fin qui per delle patate? Altro che tuberi. Qui mi annunciano cose piuttosto impegnative, parlano di cervo, di lepre e di cinghiale. Sarà vero?

Preferisco limitarmi e scelgo un risotto alla monzese, non l’ho mai mangiato e mi incuriosisce. Alla monzese… ci sarà sotto qualcosa che parla delle curve di Lesmo, del povero Ascari o semplicemente è che qui siamo sulla strada che va verso l’autodromo, chissà.

Tengo gli occhi aperti e anche le orecchie. D’altra parte sono qui per indagare.

La valutazione è da valutare, sono confuso, troppa barbera e troppa carne al fuoco.

© Ilas / Tonino Risuleo

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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