Monday, December 18, 2017
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The Phone Book di Robert Herman. L’incessante evoluzione del mezzo fotografico

Riprendo una riflessione di qualche mese fa a proposito dell'uso delle immagini nei social e della funzione di Hipstamatic e di Instagram. Queste applicazioni hanno davvero sostituito il naturale occhio indagatore?

© Robert Herman

Ritorniamo a parlare di fotografia realizzata con gli smartphone: c’è ancora molto da dire e da guardare. Ci eravamo lasciati, nel Magazine, ai primi di luglio, con una serie di riflessioni sulla fotografia su Instagram. Ci ritroviamo, a distanza di qualche mese, per raccontare THE PHONE BOOK, un importante lavoro del fotografo di Robert Herman, edito nel 2015. Herman si approccia alla fotografia, lavorando come fotografo di scena, ma anche come street photographer, verso la fine degli anni ’70, quando, con una Nikon F, esplora New York e i suoi quartieri più caratteristici. Le sue fotografie, su pellicola a colori Kodachrome, scattate a New York dal 1978 al 2005, sono raccolte nella sua prima monografia “The New Yorkers” e testimoniano gli importanti cambiamenti subiti dalla città in quegli anni. Per la sua seconda pubblicazione, Herman cambia registro e decide di rendere il suo viaggio più snello: sparisce la macchina fotografica ed entra in scena l’iPhone.

Centoventi scatti

I centoventi scatti di questa “rubrica telefonica” formano un atlante del mondo che ha calpestato e, al tempo stesso, di quello che ha introiettato nei suoi tanti spostamenti e slittamenti di punti di attenzione, in un lasso di tempo che va dal 2000 al 2015. Queste immagini sono state raccolte durante il suo incessante peregrinare nei quattro angoli del mondo e sono state realizzate tramite il suo Iphone, con una applicazione che tutti i possessori di Iphone hanno usato almeno una volta, ovvero Hipstamatic. Ho tra le mani questo libro, mi passano davanti agli occhi tutte le scene di vita vissuta da Herman e penso a quanto è cambiato il modo di raccontare il mondo grazie alla rapidità della evoluzione del mezzo tecnologico. Lo storytelling, con l’assottigliarsi della tecnologia, è diventato sempre più veloce e immediato e in questo ultimo passaggio, con la fotografia tramite smartphone, ha fatto un ulteriore cambiamento, diventando più intima e, a tratti, anche più emozionale. Fotografiamo sempre e fotografiamo tutto, mentre siamo immersi in questa ininterrotta narrazione di ciò che passa davanti ai nostri occhi. Documentiamo fotograficamente i nostri passaggi salienti, consapevoli del fatto che ognuna di quelle fotografie parlerà di noi e, tassello dopo tassello, ricostruirà la nostra identità.

Hipstamatic: digitale, analogico

Provo a leggere le immagini di PHONEBOOK e scorgo: scene surreali realizzate con accostamenti insoliti, il dentro e il fuori che si ripete con lirica ossessione, il gioco dei rifessi, il senso del grottesco nel quale cade spesso l’umanità e poi ancora tante visioni in cielo e in terra. Tutto mi parla di una vita vissuta con consapevolezza ma, se ripenso alle immagini realizzate dal grande pubblico in questo periodo, trovo un importante salto temporale e di costume che ha compiuto oggi la narrazione fotografica. All’uso dell’Iphone Herman aggiunge Hipstamatic: una delle più longeve applicazioni di fotografia mobile, lanciata a fine 2009 da Synthetic Corp, Questa applicazione venne presentata al mondo con slogan che diceva: “la fotografia digitale non è mai sembrata tanto analogica”. Hipstamatic ha, infatti, un forte gusto per l’analogico, una nostalgia per la pellicola e la sua grana: anziché apporre filtri, texture o altre modifiche su foto già scattate, prevede di scattare la foto dopo aver selezionato un obiettivo, una pellicola e, facoltativamente, un flash e dispone di un set di lenti, pellicole che possono essere implementati con dei set aggiuntivi, giungendo a centinaia di possibili combinazioni. Fino a pochi anni fa eravamo, quindi, in un periodo nel quale il passaggio dall’analogico al digitale aveva generato, dopo un iniziale stordimento, una reazione nostalgica fatta di compromessi tra il vecchio mondo analogico e il nuovo del quale, forse, ancora non avevamo ancora letto tutte le infinite possibilità.

Da Hipstamatic ad Instagram

A distanza di soli due anni dalla pubblicazione di questo libro, sappiamo che Hipstamatic è stata quasi del tutto sostituita, dal grande pubblico, con l’utilizzo di Instagram. C’è stato, cioè, un ulteriore passaggio, da una applicazione che funziona all’atto dello scatto, verso un social network che funge, al tempo stesso, da software per la post produzione. Credo che questa migrazione sia fortemente relazionata al modo in cui tutti noi oggi percepiamo la fotografia, ovvero non più solo come uno strumento di documentazione, un linguaggio artistico o una modalità per una lettura introspettiva: oggi la fotografia è utilizzata assieme ad una irresistibile idea di connettività e di appartenenza a un gruppo. Fotografiamo per raccontarci, ma anche per raccontare di noi agli altri attraverso l’utilizzo dei vari social network ai quali siamo iscritti e, con questo tipo di racconto, spesso finiamo per cadere in un grigio senso di omologazione, virando verso quelle che ci appaiono come le impellenti aspettative altrui.

Quanto è rimasto del nostro naturale occhio indagatore?

È emozionante, specialmente per chi non appartiene alla categoria dei nativi digitali, constatare l’attuale facilità di connessione in rete che, oltre le parole, ha trovato le fotografie e i video: le variabili tempo e spazio si sono annullate attraverso questi ponti virtuali che ci permettono di connetterci con tutti molto facilmente. Mi chiedo però, quant’è rimasto in questo ultimo passaggio, del nostro naturale occhio indagatore pronto a leggere il mondo solo in relazione al nostro gusto e al nostro istinto? Mi piace, in tal senso, lasciare in sospeso questa domanda che si presta a tante possibili risposte e rileggere THE PHONEBOOK come uno dei primi libri fotografici realizzati con uno smartphone, ma anche uno degli ultimi in cui questo tipo di fotografia non è legata ad un insopprimibile bisogno di connessione con il mondo e alla sua approvazione, ma solo ad una necessaria rilettura della propria vita.

Public speech

Ad Aprile 2016 Robert Herman è stato ospite all’ILAS,  per parlare del suo lavoro di reportage realizzato con gli smartphone: THE PHONE BOOK. In quell’occasione gli studenti del corso di fotografia hanno anche realizzato un reportage su Napoli, sulla base delle indicazioni di Herman fornite in una lezione speciale all’interno del corso.

Exhibition

Nel dicembre 2015, Lo.ft,  a Lecce, ha ospitato la personale di Robert Herman intitolata “The Phone Book solo exhibition”, curata da Roberta Fuorvia. Un’accurata selezione di 30 immagini a colori realizzate con l’iPhone e tratte dal libro “The Phone Book

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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