Sunday, November 29, 2020
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Posti in piedi e posti seduti: sul vaporeto o al bacaro per giocare il gioco delle gambe molli

Mascare, mascarete e mascaron. Per capire solo almeno qualcosa di Venezia è obbligatorio liberarsi dei panni del turista, perdersi tra calli canali campielli e rii per finire alla Palanca Sinistra, che di sinistro ha solo

Venezia © Tonino Risuleo

Dal basso in alto. Per guardare la città più bella del mondo ci vuole umiltà.

Venezia dal nono piano di una grande nave da crociera pare che sia un’esperienza unica. E da un elicottero allora? Sarà anche meglio. Ma va là! La mia prospettiva preferita è dal pelo dell’acqua seduto a poppa di una peata, circondato da casse di frutta e verdura. O ancora più dal basso sulla panchetta di una mascareta, senza indossare la maschera del turista. Guardo il remo che affonda leggero e riemerge più avanti e poi più avanti.

A proposito di Mascareta, da qualche parte, in una calle che non ricordo qual’è, c’è un posto che si chiama così; ci si va per bere un raro Glera in purezza che tanto puro non sembra perché all’occhio è torbido e al palato indimenticabile.

Forse, per scoprire una cartolina diversa di Venezia, la cosa migliore è lasciarsela alle spalle trasportati dal Vaporetto Numero 2 che molla gli ormeggi alle Zattere e attraversa il canale per fare scalo alla Giudecca.

Alla Giudecca tre oci fanno meglio di due.

La prima fermata sull’isola è Zattere o Zatare. Sbarcare su una zattera è esattamente quello che si prova a ogni fermata quando si passa dal natante in movimento al gabbiotto beccheggiante nella spuma del vaporetto che riprende la sua rotta. Riconquistato il vigore della gamba si può decidere di avviarsi a sinistra lungo le Fondamenta anche a rischio di riperdere immediatamente la trebisonda al cospetto di una facciata che non ha nulla di rassicurante: quella del palazzo dei Tre Oci. L’edificio è dei primi del novecento e la facciata conturbante confonde gli schizzi di un Sansovino ubriaco con svogliati bizantinismi neodecò. Sembra di guardare in faccia Polifemo con altri due occhi d’avanzo! Via… Allontanarsi, quasi quasi è meglio rimontare sul vapore 41 in transito e salpare alla volta della prossima dondolante fermata.

Palanche è sinonimo di soldi e il termine suona anche un po’ volgare.

Per evitare altre sorprese si salta Redentore e si atterra a Palanca Sinistra. Detto così fa anche paura, ma è per distinguerla dalla fermata successiva; Palanca Destra. Qui è tutto più serenamente lagunare infatti, procedendo a sinistra lungo Fondamenta Sant’Eufemia, la prima cosa ci viene incontro è la rassicurante insegna di una SALUMERIA. Ma le vetrine delle botteghe sono tutte da ammirare per la caleidoscopica merce che espongono: il riflesso di una rutilante Venezia oltre il canale che al tramonto concede ricchezze mirabolanti.

Qualche passo e si arriva a La Palanca  (Cucina Snack, dice l’insegna) che fa da mangiare fino alle 14.30 e poi tira avanti fino alle 21.00 con cichetti e aperitivi. Qui si serve il vero spritz veneziano al Select.

I cicheti sono quelli classici: baccalà mantecato, sarde in saor con uvetta e cipolla candida, piccole polpette di carne, alici marinate, nervetti al limone, folpeti profumati di laguna e peoci gratinati.
Se invece è ora di pranzo si può accedere a primi piatti semplici e abbondanti scegliendo tra gli spaghetti con nero di seppia, linguine con guance di rana pescatrice e carciofi freschi o spaghetti con branzino e pomodorini. Saltando cicchetti e primi ci si può perdere dietro a una seppia al nero su polenta abbrustolita che si fissa nella memoria per sempre.

La valutazione va decisa arrotolandosi attorno alla vita un pezzo di rete da pesca intrisa di sale e gusci di crostacei e poi stringendo un po’.

© Ilas / Tonino Risuleo

commissario@ilas.com

Quando ho cominciato a frequentare il commissario Maigret sono stato colpito dalla sua grande umanità. Ero un giovane ispettore allora e lui mi chiamava “il piccolo Antoine”. Avrebbe potuto restarsene autorevolmente alla sua scrivania e sguinzagliare noialtri per le strade a braccare e mettere all’angolo i malviventi. E invece no, indossava il suo pesante pastrano, metteva in tasca la pipa ancora tiepida e via. Prima di uscire però, il più delle volte, telefonava a casa per avvertire la Signora Maigret che non sarebbe rientrato per cena. Oggi a volerlo tradurre in italiano “il piccolo Antoine” suonerebbe un po’ come “il vecchio Tonino”.

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