Monday, December 18, 2017
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Pasqualino Caparello: viaggio onirico dentro SognaTuri

SognaTuri è l’emozionante lavoro di Pasqualino Caparello, un viaggio onirico che non passa inosservato, così potente e intenso che, nell’attraversarlo, se ne viene fuori con uno sguardo nuovo e con il cuore aperto.

SognaTuri è l’emozionante lavoro di Pasqualino Caparello che, nella tappa di Portfolio Italia di Corigliano Calabro, si è classificato al primo posto.
SognaTuri è un viaggio onirico che non passa inosservato, così potente e intenso che, nell’attraversarlo, se ne viene fuori con uno sguardo nuovo e con il cuore aperto.
Prima di entrare in questa storia, fermando lo sguardo su ogni suo fotogramma, ritengo utile dare delle piccole istruzioni ai fruitori:
Se andate di fretta, non guardate queste immagini.
Se cercate la bellezza, intesa nel suo senso classico, non guardate queste immagini.
Se lambire un’idea di dolore vi spaventa, non guardate queste immagini.
Non c’è tempo e non c’è spazio in questo racconto.
Tutto si configura attorno ad un sentimento di lacerante smarrimento provato dal fotografo in un momento tragico della sua vita.
La perdita del padre sancisce, nella vita di Pasqualino, un momento di profondo cambiamento: nulla sarà più come prima, tutto è destinato a trasformarsi e a proseguire verso l’ignoto.
Cadono le certezze del passato e lo smarrimento diventa un baratro nel quale è quasi naturale cadere, per continuare a rimanere accanto all’amorevole e caldo passato e non volgere lo sguardo verso il freddo, indeciso e impalpabile futuro.
Ci ho messo del tempo a guardare questo lavoro, perché non è facile fare i conti con la paura e la tristezza che ad ogni passo sembrano costantemente voler bussare anche alla tua porta di ignaro spettatore.
Ci ho messo del tempo, anche per elaborare tutta la struggente poesia in cui mi sono imbattuta: queste immagini sono dei ganci poetici e forti che ti chiedono, con insistenza, di avere consapevolezza del tuo vissuto emotivo.
Ci vuole molto coraggio per lasciarsi cadere nel dolore e decidere di guardarlo dritto negli occhi, senza opporre resistenza e senza mettere confini.
Ricoprendo il ruolo di spettatori, SognaTuri ci vuole fermi e in ascolto del nostro irripetibile “qui e ora”, senza scappare da tutto quello che ne verrà fuori.
I miei amici Buddisti mi hanno insegnato una frase che mi è ritornata utile più volte nel corso della mia vita: “trasforma il veleno in medicina”.
Credo che sia proprio questo il perno su cui tutto il nostro vissuto gira, ovvero, la nostra vitale capacità di trasformazione da intendere come la nostra unica salvezza.

 

Rivolgo a Pasqualino, che per le sue foto usa lo pseudonimo di LeCap, le mie domande, per poter leggere con più attenzione questo suo lavoro e imparare a restare in ascolto profondo davanti alla vita.

Federica Cerami: QUANTO TEMPO È DURATO QUESTO LAVORO E CON QUALE MACCHINA FOTOGRAFICA HAI LAVORATO?
LeCap: Ci sono voluti tre anni per realizzarlo. È stato un progetto difficile, complesso nella sua forma. Tre lunghissimi anni vissuti tra alti e (molti) bassi.
Tre lunghissimi anni vissuti nello sconforto, nella delusione e nell’incertezza sempre più presente, dove anche una piccola sciocchezza poteva trasformarsi in una delle realtà più assurde e tremende di questo mondo. Tre lunghissimi anni nei quali, per ovvi motivi, collezionavo sempre più “maschere” da indossare una volta uscito di casa.
Non mi sono concentrato sull’utilizzo di una singola fotocamera, questo è stato l’ultimo dei miei pensieri. Ho usato una reflex a formato pieno, ho scattato a pellicola, a volte con una compatta, altre volte ho usato lo smartphone. Variavo in base alle circostanze, in base a cosa in quel determinato momento avevo a disposizione. Mi bastava portare con me il cuore e la testa, unificati con la giusta lucidità che mi ci voleva per realizzare le fotografie. Il mezzo mi è solo servito per mettere su carta tutto il resto.

 

CI RACCONTI COM’E’ AVVENUTA LA COSTRUZIONE SCENICA DI QUESTE IMMAGINI?
Tutto è avvenuto unicamente dentro di me, nei miei sogni.  Le immagini di “Sognaturi” non sono altro che delle riproduzioni di uno o più sogni.
Risvegli improvvisi, agitazioni, sudore, battiti del cuore incontrollabili, lacrime, disperazione, tristezza, mancanze, brividi, solitudine, tanta e tanta rassegnazione, immagini perse e ritrovate, volti sconosciuti che mi riconducevano ad uno e uno solo. La costruzione scenica si è sviluppata tutta attorno a situazioni del genere. Di notte. Alle prime luci del mattino. Su un letto. Su una sedia. Su un tavolo. Su un divano. Tantissime notti, ormai volte all’alba, nel bel mezzo del silenzio mi sono ritrovato intrappolato in un limbo senza via d’uscita, catapultato in una seconda realtà che ad un certo punto della mia vita mi ha appartenuto.
Dopo i primi due sogni avevo preso l’abitudine, trovandomi in quello stato di agitazione e per la paura di dimenticare, di scrivere tutto quello che riuscivo a ricordarmi, annotando anche giorno, ora e stato del mio smarrimento. Subito dopo accendevo lo stereo e mettevo la “mia” musica: qualche disco dei Sigur Ros, Nick Cave, Gem Club, Codeine, Jeff Buckley, Godspeed You Black Emperor!, The For Carnation, Red House Painters, Low, Silver Mt. Zion Memorial Orchestra, The Black Heart Procession, Slint o cose del genere (lo dico solo perché questi autori/band sono stati di grande compagnia e impatto in quei momenti, influenzandomi molto), me ne restavo immobile e ripensavo alla sfortuna/fortuna di aver rincontrato, riabbracciato, rivisto o anche sfiorato per un attimo mio padre e, metaforicamente, “viaggiavo” con la testa.
Per individuare scene e situazioni a me favorevoli ho girato tantissimo. Tutto doveva essere estrapolato dalla realtà e dalla vita quotidiana di tutti i giorni. Nulla doveva essere artefatto, altrimenti il mio lavoro perdeva di significato. Per cui in alcune occasioni, per arrivare ad un possibile risultato, ho usato doppie esposizioni. Poche volte la fortuna è stata dalla mia parte. Ho visitato molte città, paesini della mia terra, colline e luoghi molti insoliti per un classico appassionato di fotografia. Nulla doveva essere “bello” e solare, perché nei miei sogni il termine “bello” non esisteva affatto. (1 di 3 – Segue)

DAL PUNTO DI VISTA PRATICO OGNI TUO SCATTO HA SEGUITO UN TUO COPIONE O HAI LASCIATO VIA LIBERA AI PROTAGONISTI?
I miei scatti hanno seguito un mio copione, o meglio quello delle mie annotazioni raffiguranti le parti non andate perse dei miei sogni. Trattandosi appunto di sogni, la mia più grande difficoltà è stata quella di reperire nella realtà il “non reale”. Quelli che sono stati i miei protagonisti dovevano assolutamente incastrarsi alla perfezione, quasi in maniera maniacale, in tutte le scene vissute durante le mie ore notturne.

 

COME TI SEI SENTITO QUANDO HAI REALIZZATO DI POTER METTERE LA PAROLA FINE A “SOGNATURI”?
Da una parte mi sono sentito sollevato, soprattutto perché sapevo di aver dato “vita” a qualcosa che non è mai esistito se non dentro la mia testa. Per aver dato “voce” a chi, come mio padre, non ce l’ha più.
Per aver “parlato” di lui e a nome suo. Per averlo fatto “conoscere” a chi prima non sapeva nulla della sua esistenza. Per aver vissuto, anche se drammaticamente, al suo fianco nel “non reale”.
Dall’altra parte invece un senso di vuoto. Dopo tre lunghissimi anni sapevo di essere arrivato al capolinea. Ero cosciente di questa cosa ed ho avuto paura che tutto ciò venisse da me dimenticato, che tutti i miei sforzi sarebbero risultati nulli, che tutto mi sarebbe mancato e che di conseguenza avrebbe influenzato l’andamento delle mie giornate future. Dico questo perché quando uscivo per reperire del materiale, “Turi” me lo immaginavo accanto a me, lo potevo scorgere che usciva da un vicolo, che mi urtava mentre camminavo ed io ero distratto o in una frase sentita, in un profumo, in una qualsiasi movenza attraverso gli incontri occasionali. Lo cercavo tra la gente, nel “reale”. Ecco tutta questa ricerca, ormai volta al termine, stava assumendo un non so cosa di nostalgico dentro di me.
Di una cosa ero sicuro però e cioè che completato il mio lavoro, i sogni, quelli che mi hanno accompagnato dalla scomparsa di mio padre ad oggi, non sarebbero svaniti così facilmente nel nulla. E infatti, per fare un esempio, la stessa notte della vittoria di mio padre, è stata la sua di vittoria e non la mia, alla tappa di Portfolio Italia a Corigliano, ne ho fatto un altro. E un altro ancora la settimana dopo.

 

TORNANDO INDIETRO NEL TEMPO RIESCI A VEDERE COME ERI PRIMA DI INIZIARE QUESTO LAVORO E A COLLOCARTI ADESSO IN UN PRECISO PUNTO DELLA TUA VITA? QUALE?
Ero smarrito, avevo molta confusione, avevo delle difficoltà oggettive ad approcciarmi con il “reale”. Non che ora non lo sia, ma tre anni fa lo ero molto, molto di più.
No, non saprei collocarmi in nessun preciso punto della mia vita. Restano pur sempre dei “vuoti” attorno a me. Se apro una stanza e la vedo vuota mi viene voglia di riempirla. La immagino con dei colori, con delle foto alle pareti, con una chitarra, con molti libri tra i quali tutte le opere di Banana Yoshimoto, con un’infinità di dischi, con molte lucine a creare l’atmosfera. Ci sono delle stanze dentro di me che non riempirò mai più; resteranno sempre vuote o, se accadrà, saranno riempite solo a metà. (2 di 3 – segue)

IL TUO È UN LAVORO MOLTO INTENSO DI AUTOTERAPIA: HAI TOCCATO CON LE TUE MANI IL TUO PROFONDO DOLORE E L’HAI MESSO IN SCENA.
TI SENTIRESTI DI CONSIGLIARE QUESTO TIPO DI INDAGINE A CHI STA VIVENDO UN MOMENTO ANALOGO AL TUO?
Certo. In qualche modo ho sempre sostenuto che per combattere le negatività bisogna entrarci dentro fino quasi ad affogarci per poi risalire su verso la luce. Non tutti hanno questa “visione” della vita.
Ma fortunatamente non tutti “vediamo” le stesse cose. È come quando sei triste e ascolti musica che è ancora più triste di te e ti criticano per questo, additandoti di essere paranoico.
Ti fai convincere che non va bene ma l’ascolti ugualmente perché tu sei tu e non sei gli altri.
Voglio essere sincero: non sapevo come affrontare la situazione e non sapevo dove il mio dolore mi avrebbe portato. Ansia perenne, depressione, il respiro che mancava. Un mix esplosivo di emozioni erano tutte lì a portata di mano. Avevo solo l’imbarazzo della scelta. Stavo vivendo le mie giornate nell’apatia più totale. Stavo commettendo sbagli su sbagli. Intravedevo nelle persone care che mi stavano accanto con una sorta di preoccupazione nei miei confronti. Allora mi sono detto: perché non posso dividere la mia giornata in modo tale da sfruttare la luce o la penombra a mio vantaggio, prima che il buio mi riporti dentro quel vortice profondo e così nero da farmi venire la pelle d’oca al solo pensiero?
Così mentre le notti ero uno straccio e mi distruggevo sia fisicamente che moralmente, di giorno mi sentivo “forte”, padrone di quello che vedevo o volevo.
Quindi la risposta alla tua domanda è Sì, lo consiglierei a chiunque. Aiuta moltissimo.
L’importante è essere coscienti, sin dal principio, che questa “indagine”, così come la chiami tu, è una delle più faticose. Che il coraggio non ti deve mancare mai. Che, se vuoi, puoi tirare fuori una parte di te “diversa”, nuova. Che nel buio ci si può abituare a camminare, a vedere.
Io stesso ormai, “come l’acqua prende forma del contenitore che la contiene”, avevo preso forma dentro i miei sogni, dentro qualsiasi cosa che mi riconducesse a mio padre e mi riconducesse a quella realtà triste e misteriosa e non potevo farne a meno.

 

COSA ACCADE QUANDO LA SOFFERENZA DIVENTA CONSAPEVOLEZZA?
LA MACCHINA FOTOGRAFICA RESTA NELLA TUA VITA CON LO STESSO RUOLO O NE ASSUME UN ALTRO?
Accade che, quando lo hai realizzato, una parte di te è già morta. Che se vuoi, non vivere, bensì, sopravvivere, devi ricominciare tutto da capo: ragionare diversamente, guardare con occhi nuovi, imparare a comunicare con una nuova lingua perché il tuo cuore è lacerato, per farti capire meglio da chi non ha vissuto storie come la tua o analoghe alla tua e non capisce cosa si provi o fa finta di capire.
Prenderti i tuoi momenti e i tuoi spazi e non far si che diventino prolungati ed esclusivi. Saper ascoltare.
Già alla età di 23 anni persi tragicamente l’unico fratello che avevo in un incidente stradale.
Prima di allora, tra alti e bassi, la mia era una famiglia come tutte le altre, sorridente, felice, ricca di progetti futuri, sogni da realizzare, con dei gratificanti natali alle spalle e dei compleanni e ricorrenze da incorniciare. Ma da anni ormai sappiamo, a nostre spese, cosa sia la sofferenza e cosa significhi soprattutto esserne consapevoli. E mio padre, di nome Salvatore, ci ha lasciati essendo consapevole di tutto questo. Nulla sarà più come prima. Come dicevo sopra, si rinasce.
La macchina fotografica, da quando l’ho capito, ha il ruolo di farmi stare bene, come può farlo una medicina per un malato. Restarne senza è come se mi mancasse l’aria. Ritornerei nell’oscurità. Mi aiuta a pensare, capire, riflettere, progettare, osservare e vedere che attorno a me, oltre al buio, c’è anche luce. Mi fa indossare dei vestiti nuovi. Mi aiuta a comunicare con le persone, mi avvicina ad esse e mi aiuta a creare dei rapporti con loro. Mi aiuta a crescere.
Per questi motivi preferisco averla sempre al mio fianco, è un’ottima compagna e come tale, le devi voler bene.

Ho trattenuto il respiro, fino a questo punto, per non perdere nulla, nemmeno il più piccolo dettaglio. Mi dispiace vedere le luci che illuminano i miei cammini, spegnersi all’improvviso, senza alcuna speranza futura. Voglio ricordare, allora, le parole e le immagini di SognaTuri e pensare che, non c’è soluzione al buio se non quello di affrontarlo, che la speranza è proprio oltre questo buio e che non c’è alcuna bacchetta magica per imparare a essere felici.
La fotografia, in questo turbinio di emozioni violente che restano addosso, può avere un ruolo di auto guarigione molto forte perché, se usata con queste modalità, può aiutare ognuno di noi a prendersi cura di se stesso, mantenendo costantemente un occhio fuori e dentro di sé.
Tutto questo meraviglioso percorso fotografico, rileggendolo con attenzione, forse assomiglia alla vita: attraversa l’ascolto, la consapevolezza e termina con l’azione.
Dopo aver affrontato tutto questo, io oggi decido, con molto coraggio, di voler essere felice.

Chi è Pasqualino Caparello

Nato a Catanzaro, dopo anni trascorsi ad Urbino per motivi di studio, attualmente vive e lavora a Lamezia Terme. 
Autodidatta, ha iniziato a fotografare tardi, esattamente tra il 2013/2014. 
La fotografia viene da lui usata come una vera e propria terapia.
Una sorta di meditazione con se stesso, diventando parte di lui, sempre più convinto che ognuno di noi proietta nelle cose che fa i propri stati d’animo. 
E come tutte le cose che riguardano la “persona” di un essere umano possono essere belle o brutte, possono piacere o no. Ma fin quando si raggiunge con l’umiltà un proprio equilibrio, sofferto che sia, tutto ciò ha davvero “senso”.
Ha iniziato quindi, stando ore e ore su una spiaggia ad osservare il mare tanto amato dal fratello o nei luoghi dove è stato per una vita intera suo padre, respirando la loro aria e immedesimandosi con loro ora che non ci sono più. 
Le sue fotografie quindi nascono da queste basi, e la strada e gli incontri casuali sono il suo scenario prediletto. Socio F.I.A.F. dal 2014 espone una propria personale a tema musicale col titolo “Sudore con sudore. Scatti di un fan tra i fan.” in diversi luoghi regionali tra i quali quella più importante al Teatro Auditorium Unical di Cosenza (CAMS) durante la stagione musicale del 2014 con artisti del calibro di Brunori SAS, Massimo Volume, Le Luci della Centrale Elettrica.  Tra le band importanti internazionali che ha fotografato, per questo suo progetto che attualmente porta avanti e che è in continua evoluzione, ci sono i Pearl Jam, Nick Cave, Sigur Ros, Mogwai, Pere Ubu, Pj Harvey, Mum, Shellac, Blonde Red Head, Mark Lanegan, Low, Patti Smith e tanti altri.
Nel 2016 viene selezionato come “Migliore Autore 2016” nella sezione Senior nel progetto promosso dalla F.I.A.F. “Talent Scout” presentando due portfoli, uno sulla street photography e l’altro dal titolo “Incontri al buio”.
Collabora con la rivista musicale online Muzi Kult, come fotografo ufficiale della rubrica “Suoni Pindarici”. 
Per le sue foto usa lo pseudonimo di LeCap.

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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