Thursday, October 19, 2017
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La fotografia su Instagram letta dal mio punto di osservazione.

Una riflessione sui social network e sul perché, senza averlo realmente desiderato o immaginato, siano entrati a gamba tesa nella nostra vita costringendoci a ripensare il nostro modo di guardare il mondo

Instagram login screen
Non sono una nostalgica dei tempi analogici.

Ogni tanto mi capita di dimenticare come vivevo il mio tempo, prima che i social network prendessero il sopravvento anche nella mia vita lavorativa. Non vorrei recitare il ruolo del dinosauro, ma occorre che io sottolinei la mia collocazione temporale rispetto a questo discorso: io c’ero, da molto prima che Internet entrasse nelle nostre case e nelle nostre abitudini quotidiane. Non sono una nostalgica dei tempi analogici e non sono nemmeno una fanatica dei tempi digitali: mi sento, felicemente e costantemente, in bilico tra due pensieri e due modi di stare al mondo.
Apprezzo molto l’idea che oggi siamo tutti in grado di dare forma alla nostra creatività e di poterla poi condividere con il resto del mondo, anche attraverso l’utilizzo di una serie di social presenti in rete. Resto legata, al tempo stesso, a una forte convinzione: per comunicare qualcosa agli altri, occorra avere un pensiero chiaro, un progetto e una meta definita, altrimenti si finisce per mettere una goccia nell’oceano che andrà, inevitabilmente persa, in mezzo a tutte le altre e non riuscirà mai a distinguersi. Quello che mi affascina dei social, è l’idea che ognuno può utilizzarli come meglio ritiene opportuno provando, con maggiore o minore intensità, a raggiungere degli obiettivi: non esistono, in tal senso, delle istruzioni per l’uso che possano essere valide per tutti.

24Hrs Photos

Occupandomi di fotografia da tanti anni, mi capita di andare alla ricerca di tutti i gli strumenti che consentono ai fotografi di raccontarsi e di promuoversi. La rete offre infinite possibilità di raccontare e di raccontarsi attraverso la fotografia: dopo averne esplorate tante, alla fine ho scelto Instagram come modello di riferimento trasversale che funziona cioè un po’ per tutti e a tutti i livelli di professionalità. Sono finita dentro questa enorme e variopinta comunità, soltanto due anni fa, dopo averla guardata, a lungo, da lontano e con molto scetticismo, perché non riuscivo a coglierne altri aspetti oltre l’autocertificazione di presenza, ovvero il “sempre felice” racconto di luoghi visitati e di incredibili albe e tramonti. Sono stata influenzata, in questo mio pregiudizio, dall’inquietante installazione artistica “24Hrs Photos” di Erik Kessels del 2011.
Questo lavoro venne realizzato con delle stampe in formato 10×15 di tutte le immagini caricate sul sito Flickr, nel corso di un solo giorno da tutti gli utenti del mondo, di quell’anno. “24Hrs Photos” ha assunto, nel tempo, un ruolo cardine nella riflessione contemporanea sul ruolo giocato dalla fotografia nel mondo digitale. Lo scenario che i visitatori si trovarono davanti ai loro occhi fu sorprendente: montagne di fotografie alte fino al soffitto, rovesciate sul pavimento senza alcun criterio. La geniale intuizione di Kessels rese tangibile ciò di cui normalmente potevamo avere solo un’idea vaga, ovvero l’enorme flusso di immagini prodotte quotidianamente da tutti noi in un flusso ininterrotto, senza soluzione di continuità.

© KesselsKramer
© Kesselskramer
Non siamo più in grado di abbandonarci alle emozioni del momento?

La questione, oggi, sembra essere andata molto oltre, visto che in questi ultimi sei anni la proliferazione di immagini è cresciuta in modo esponenziale. Avremo mai il tempo e la reale necessità di andare a riguardare tutta questa memoria che abbiamo deciso di registrare sotto forma di immagine? Questa paura della morte che ci assale e ci spinge a fermarci, per un tempo sempre più veloce, per registrare e registrare la nostra ineguagliabile esperienza, placa realmente questa nostra ansia, o l’accelera trasformandola in un tassello uguale a tanti altri che si perderà nel marasma della nostra anima contemporanea?
Spesso sono presa dalla sensazione di vuoto che mi arriva quando colgo che un certo modo di usare la fotografia riesce a rendere più importante il momento della condivisione in rete di una esperienza, rispetto al vissuto dell’esperienza stessa. Non siamo più in grado di abbandonarci alle emozioni del momento? Abbiamo realmente bisogno di filtrare la nostra vita attraverso l’uso della fotografia pur di non ammettere a noi stessi di non riuscire più a decodificare le nostre emozioni?

Instagram, la mia esperienza

Nonostante questi pensieri che fino a poco tempo fa si ergevano in me come muri alti e invalicabili, il mio desiderio di studiare e comprendere la fotografia contemporanea mi ha fatto decidere un giorno di entrare in Instagram, aprendo un mio profilo che, da allora, uso come una sorta di blocco di appunti dei miei interessi e come spunto di riflessione sugli elementi poetici, grotteschi e ironici che trovo lungo il mio cammino.
Ho iniziato a caricare le mie fotografie senza leggere alcuna guida: ritengo che la via esperenziale sia sempre quella più efficace, anche se non la più veloce. Ho scoperto, giorno dopo giorno, un mondo incredibilmente eterogeneo fino all’ultimo pixel e molto più grande di quello che immaginavo. Ero convinta, ad esempio, che Instagram lo usassero solo i fotografi o gli amanti della fotografia e ho scoperto invece, che lo usano tutti per fare quasi tutto quello che è legato, in qualche modo, al mondo della comunicazione. L’elenco delle mie scoperte è lungo e molto articolato. Mio fratello, artista digitale, su Instagram carica i video e le immagini che raccontano il making off e la collocazione delle sue installazioni artistiche in giro per il mondo. Mia cugina, architetto, utilizza un software che su Instagram divide le immagini in moduli di 3 o 6 elementi e carica fotografie dei suoi progetti. Ho una cara amica che, oltre ad essere una sceneggiatrice, fa la food blogger e usa Instagram per caricare tutte le sue immagini dei piatti che prepara. Ho un’altra amica che, ogni giorno, per andare a lavorare, attraversa un tratto di mare e ama caricare immagini che ritraggono questo mare in tutti i colori e le condizioni in cui lo riesce a vedere. Ho un gruppo di amici delle vacanze che, in più riprese, carica molte fotografie della nostra spiaggia, vista in tutti i mesi dell’anno. Ho scoperto, inoltre, i Fashion influencer e i Travel blogger, ovvero persone che grazie ad Instagram, hanno trasformato, come oramai spesso accade, l’utilizzo di un network in un buon lavoro e questa cosa mi ha fatto molto riflettere sulle infinite potenzialità di Instagram al pari di tanti altri social presenti oggi in rete. Un buon utilizzo di Instagram non può prescindere dal sapiente utilizzo degli hastag, ovvero delle parole chiave che associano una fotografia ad una categoria. Quando ho imparato ad usarli ho iniziato ad allargare la cerchia dei miei contatti e Instagram è diventato, ai miei occhi, ancora più interessante e divertente. Sono entrata in contatto con persone che fotografano, ad esempio, soltanto tombini, ripresi in tutte le parti del mondo, persone che non vanno oltre il desiderio di farsi degli autoritratti, chi invece, fotografa il proprio paesino o la propria città guardando solo alle architetture, e per contro chi fotografa solo la natura quasi come se la città non esistesse e poi c’è chi resta solo dentro la sua famiglia e chi abbraccia, invece, tutte le persone che incontra.
Mi prende spesso un desiderio, quasi compulsivo, di entrare in tutti questi profili, che in qualche modo, sono in contatto con il mio, per cercare di scoprire qualcosa del loro autore.

riusciamo a costruire una identità che parli realmente di noi?

Riprendo la premessa dalla quale sono partita: ognuno utilizza i social network come desidera farlo, però mi chiedo se tutti, su Instagram riusciamo a costruire una identità che parli realmente di noi, senza maschere o inutili filtri che servono solo a compiacere chi ci guarda e ad aumentare in tal modo il numero dei nostri follower. Non è facile superare il desiderio di ampliare la nostra platea andando a scapito del nostro obiettivo e mantenendo saldo il proprio orizzonte. Penso, in tal senso, ai fotografi che usano Instagram per promuovere il loro lavoro: sono presenti, sia quelli molto affermati che gli amanti della fotografia che iniziano a muovere i lori primi passi. Ho trovato, nelle mie lunghe ricerche, un fotografo italiano che è una sorta di guru di Instagram, dall’alto dei suoi 875.000 follower: si chiama Simone Bramante, in arte Brahmino.
In una delle sue tante interviste, risponde a chi gli chiede come si diventa il “re di Instagram”:
“Le foto devono avere un messaggio, raccontare uno stato in modo autentico ed essere cariche di luci, colori, emozioni. Ma questo vale per me. Ci sono profili di successo che non comunicano emozioni ma uno stile di vita, come quelli dei ‘traveller’. Il mio consiglio è di pensare alla foto che stai per scattare e ‘farla meglio’ per staccarsi dai ‘trend’ in voga”.
Solo dopo aver visto le sue fotografie e averne apprezzato l’ironia e l’aspetto dissacrante della sua narrazione dei luoghi, ho capito meglio il suo consiglio. Occorre avere sempre un proprio preciso punto di vista sul mondo, un proprio occhio e uno stile che, parlando del mondo fotografato, mostri, al tempo stesso, il suo autore.

© Brahmino
© Brahmino
© Brahmino
Fotografiamo per comunicare.

Partendo da Brahmino ho proseguito sui miei passi con le considerazioni per usare al meglio Instagram. Esistono tante possibilità di modificare le immagini digitali e, spesso, capita di vedere fotografie che sono modificate seguendo il trend del momento; l’Hdr, o l’eccesso di desaturazione, senza una reale motivazione comunicativa. Fotografiamo per comunicare, non dimentichiamolo mai e guardiamo sempre al punto in cui sta andando la nostra comunicazione fotografica, se è sincera, organica e fedele a noi che la stiamo quotidianamente plasmando o se, per qualche motivo ha smesso di corrisponderci. Proviamo, inoltre, a fare attenzione al formato che scegliamo per le nostre fotografie.
Nel formato rettangolare è più facile costruire una composizione dinamica che indica all’occhio il percorso da seguire sul fotogramma e facilita al fruitore la decodificazione del suo contenuto. Nel formato quadrato, per contro, il rischio di costruire quelle che io ironicamente chiamo le “foto tessere” è sempre dietro l’angolo: il soggetto viene posto al centro del fotogramma e tutt’intorno si palesa il vuoto.
È una sfida interessante la scelta del formato quadrato, perché obbliga il fotografo a cercare delle linee direttrici dello sguardo lungo le quali distribuire piccoli e continui frammenti del proprio messaggio.
Mi sento infine di dare un ultimo consiglio relativo al momento in cui caricare le proprie fotografie. Gli esperti della comunicazione fotografica in rete dicono che occorre centellinare la propria presenza su Instagram caricando non più di una fotografia al giorno e di farlo solo nei momenti di massima attenzione in rete, ovvero a prima mattina ad orario di pranzo e ad orario di cena. Certo, so che quest’ultimo, può sembrare un consiglio utile solo per una particolare fascia di utenti, ma io sono certa che tutti noi che fotografiamo e poi mostriamo agli altri i nostri lavori abbiamo voglia di farci conoscere e di interagire con un mondo sempre più ampio, sperando che condivida i nostri stessi interessi e guardi il nostro stesso orizzonte.

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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