Monday, December 10, 2018
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La fotografia è un viaggio. Intervista con Antonello Turchetti

Esistono tanti modi di stare all'interno di un processo fotografico: uno di questi è l'utilizzo della fotografia per esplorare il proprio vissuto. In questa lunga intervista con Antonello Turchetti proviamo ad approfondire

© Ana Esteban

Antonello Turchetti l’ho conosciuto circa 25 anni fa durante un workshop di fotografia in Toscana. Avevo apprezzato, in quel contesto, il suo occhio fotografico molto aperto e pieno di poesia. Ci siamo rincontrati, qualche anno fa, durante la seconda edizione del PSPF (Perugia Social Photo Fest) a Perugia. Ero andata a vedere questo Festival dopo aver scoperto che esisteva un altro modo di stare nel mondo della fotografia, un altro modo di guardarla e di creare relazioni: avevo scoperto, cioè, la fotografia terapeutica e volevo saperne di più.

 

Ci siamo incontrati ad un banchetto informativo del festival e il passato è, all’improvviso, ritornato a galla. Che incredibile coincidenza scoprire, inoltre, che Antonello era il direttore di questo Festival che girava anche attorno alla fotografia sociale: finalmente ero arrivata a casa. La fotografia sociale e la fotografia terapeutica hanno chiuso il cerchio che avevo aperto tanti anni fa sul mio mondo della fotografia, restituendo un senso compiuto al mio modo di starci dentro e di praticarla.

 

Come sempre accade in un contesto dialettico e creativo, di finestre, in quei giorni, se ne sono aperte molte altre: ho conosciuto e intervistato Judy Weiser, psicologa, arte-terapeuta e direttrice del PhotoTherapy Centre di Vancouver in Canada, ho scoperto l’esistenza e gli utilizzi dell’arteterapia e ho conosciuto tanti altri bravissimi professionisti delle relazioni di aiuto, psicologhi, psicoterapeuti, psichiatri, arte terapeuti e counselor che mi hanno raccontato i loro progetti in corso.

 

Quando sono rientrata a Napoli, mi risuonavano ancora le parole di Judy e di Antonello e mi sono iscritta ad un corso di Formazione di Arteterapia. La fotografia mi ha aiutato molte volte a venire fuori da difficoltà difficilmente esternabili con le parole. Mi sono fatta guidare, tante volte, dalle emozioni che venivano fuori dalle mie interminabili osservazioni delle foto fatte da me o dai grandi autori. Fino alla scoperta dell’esistenza della fotografia terapeutica, avevo portato questi miei pensieri nella mia professione, occupandomi di curatela e di critica fotografica. Oggi da Arteterapeuta conduco laboratori di fotografia terapeutica ad una platea eterogenea e sono felice quando riesco a far fluire, liberamente, le emozioni, di chi mi segue, attraverso delle fotografie.

Un giorno mi hanno chiesto: la fotografia terapeutica guarisce? Mi sono molto interrogata sul significato di questa domanda e sul senso di parole quali: la cura, la malattia e la guarigione e su come legare tutto questo alla fotografia e non è stato facile rispondere. Sono molto contenta di poter rivolgere oggi ad Antonello Turchetti alcune domande che ci aiuteranno ad entrare in questo ambito, a saperne di più e a scoprire tanti altri punti di vista sulla fotografia.

Federica Cerami: Cominciamo dalle definizioni, per chiarire il senso di questa nostra intervista. Quando si parla di fotografia terapeutica e di fototerapia cosa si intende e a quale tipo di utenza ci si riferisce?

Antonello Turchetti: Una domanda importante e sicuramente necessaria proprio per evitare una serie di malintesi che sono sempre più frequenti. Parto dal presupposto che il PSPF ha avuto un ruolo importantissimo nella diffusione dell’uso terapeutico della fotografia. Per rispondere alla tua domanda prendo in prestito le parole di Judy Weiser, la massima esponente mondiale in materia. La fototerapia è un insieme di tecniche, (definite appunto da Judy Weiser), che usano le immagini come catalizzatori per approfondire la comprensione e la comunicazione durante le sedute di terapia. In pratica la fototerapia è l’uso della fotografia durante la terapia. Per fotografia terapeutica, invece, si intendono tutte quelle attività che si basano sull’uso della fotografia ma nelle quali non è prevista la presenza di un terapeuta precedentemente formato.

 

FC: L’obiettivo della fotografia terapeutica è quello di promuovere cambiamenti positivi nell’individuo o nella collettività, promuovere una maggiore consapevolezza, ridurre l’esclusione sociale e più in generale favorire processi di benessere.

AT: La fotografia terapeutica è quindi l’uso della fotografia come terapia. Sebbene la definizione di fototerapia sia molto chiara, il concetto di fotografia terapeutica è sempre più spesso confuso e soggetto a “personalissime” interpretazioni. È innegabile che negli ultimi anni il termine “terapeutico” lo si stia usando con estrema facilità. Parto dal presupposto che nel momento in cui decidiamo di entrare in contatto con un qualsiasi mezzo espressivo (disegno, pittura, danza, teatro, musica, fotografia, video, ecc) beneficiamo di uno stato di “benessere” che attiene al bisogno espresso di dar spazio alla propria creatività e alle proprie emozioni. Ma il semplice disegnare può essere considerato terapeutico? Mi viene in mente quanto è accaduto con la vendita in edicola dei “libri per adulti da colorare”; sono nate collane dal titolo “Art therapy”, “Creative book”, “Secret garden”, “Mandala book”, ecc. È vero, il prendersi del tempo per sé e praticare la propria creatività è sicuramente un ottimo modo per tenere sotto controllo lo stress e le tensioni. Del resto, anche prendersi del tempo per fare una passeggiata in natura produce gli stessi effetti. I poteri riparativi dell’arte si basano, anche e soprattutto, nella relazione tra due o più soggetti e si centrano su obiettivo terapeutico preciso e condiviso.

Carl Rogers definisce così la relazione d’aiuto: “se una persona si trova in difficoltà, il modo migliore di venirle in aiuto non è quello di dirle esplicitamente cosa fare, quanto piuttosto di aiutarla a comprendere la situazione e a gestire il problema facendole prendere, da sola e pienamente, le responsabilità delle proprie scelte e decisioni. Gli individui hanno in se stessi ampie risorse per auto-comprendersi e per modificare il loro concetto di sé.” È proprio in questo concetto cardine che risiede la differenza, ovvero l’agire terapeutico come relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo, ecc.

 

FC: Appare, quindi, evidente che anche per la “categoria” di fotografia terapeutica è fondamentale che il facilitatore abbia una specifica formazione nella relazione d’aiuto e quindi nell’uso terapeutico della fotografia.

AT: Personalmente sono contrario nel definire un progetto di fotografia terapeutica se colui che lo conduce non ha una specifica formazione in tal senso. Faccio, in tal senso, sempre l’esempio della bottiglia di acqua gassata. Aprirla è assolutamente facile, contenere quanto emerge dalla bottiglia non è né facile né accessibile a tutti. Per lavorare con la parte sensibile delle persone, con quell’umanità fragile, bisognosa di essere accolta, non servono i guanti bianchi del fotografo, ma guanti di velluto pregiatissimo. Siamo davvero tutti in grado di poter accogliere e contenere l’umanità dell’altro? C’è un altro punto fondamentale che vorrei sottolineare, ovvero l’intenzionalità. Se per esempio la domenica esco con la macchina fotografica per scattare immagini durante una passeggiata, durante un evento, una gita, ecc, posso considerare tale azione come terapeutica solo per il fatto che “mi sento bene”, “mi sento alleggerito” o perché magari “mi sento meno stressato”? Ovviamente no! Se un soggetto, dopo aver vissuto un momento difficile della propria vita, un lutto, una malattia, un trauma, ecc, decide consapevolmente di utilizzare la fotografia per esplorare il proprio vissuto, il proprio percorso di sofferenza, la propria resilienza, ecc, allora quel tipo di azione ha chiaramente un valore terapeutico. In questo caso l’intenzionalità è prima, durante e dopo lo scatto. La fotografia e l’agire fotografico permettono di “portare fuori” il proprio disagio, dargli una forma visibile, separata da me. Questo è l’unico caso in cui penso che il termine fotografia terapeutica abbia un suo significato preciso. Un esempio su tutti è il profondo e potente lavoro che Cristina Nunez ha fatto su di sé attraverso l’utilizzo dell’autoritratto. Per il resto credo che sia opportuno considerare il tutto all’interno della fototerapia, con la differenza che in alcuni casi la fotografia è usata da un terapeuta all’interno di una terapia più ampia, e negli altri, invece, da facilitatori formati che hanno ben chiaro di non fare terapia. Chiudo questa risposta dicendo che è proprio per questo motivo che credo fortemente nel lavoro di equipe che prevede diverse figure (terapeuti, arte terapeuti, ecc).

 

FC: Come si può raccontare questo ambito della fotografia ad una utenza non caratterizzata da un disagio e che mostra resistenza di fronte ad una idea di terapia attraverso la fotografia?

AT: Potrei suggerire di riflettere su quello che si prova mentre si scatta o mentre si è di fronte ad una fotografia che in un qualche modo risuona con noi: sia essa un’immagine del nostro repertorio o una immagine del nostro fotografo di riferimento.  È in quel momento che abbiamo proiettato in quell’immagine il nostro mondo, la nostra storia, il nostro vissuto. È proprio in questa capacità proiettiva che l’immagine assume il ruolo di ponte tra il visibile e l’invisibile. È un po’ come guardare le immagini del proprio album di famiglia dove sono ritratte persone che non ci sono più o dove è cristallizzato un preciso momento della nostra vita.  È come se quella fotografia si riappropriasse della tridimensionalità e, immediatamente, riviviamo con il corpo e con le emozioni il vissuto raffigurato in quell’immagine. Non è necessario vivere una condizione di disagio per comprendere che la fotografia è in grado di riattivare il nostro mondo immaginifico. Tutto questo rappresenta una porta importante per accedere a delle aree di noi stessi che sono nascoste, dimenticate o che vogliamo non far emergere. Come dico sempre, la fotografia è un viaggio nel quale l’immagine finale rappresenta il punto di arrivo ma anche il punto di partenza. Mentre il contenuto della fotografia rimane immutato nel tempo, noi ci evolviamo, attimo dopo attimo, al pari della nostra capacità di leggere e intercettare, in quell’immagine, nuovi e sorprendenti significati.

 

FC: Quest’anno, assieme ad un nutrito gruppo di professionisti avete istituito un Corso annuale di approfondimento in Fototerapia e fotografia terapeutica. Ce ne parli? Cosa vi ha spinto, inoltre, a decidere di creare questo percorso?

AT: Si, da febbraio è partito il primo corso annuale di approfondimento in Fototerapia e fotografia terapeutica in collaborazione con la Pro Civitate Christina – Cittadella Formazione di Assisi. È un’esperienza bellissima, estremamente impegnativa e di cui sono davvero entusiasta sia per i risultati che stiamo ottenendo, sia perché è la conferma di un gruppo di lavoro davvero coeso: e mi riferisco al gruppo dei formatori e dei docenti. Il corso è una naturale conseguenza dell’attività del Festival, non a caso tutto il gruppo docenti ha ruotato in questi anni al PSPF, ma è anche la risposta di un’azione che sto portando avanti da ormai cinque anni che non si limita al periodo festivaliero. Questo corso è nato con degli scopi ben precisi, uno su tutti la diffusione della cultura e della pratica fotografica tra i professionisti della relazione d’aiuto, ed è per questo motivo che la selezione d’ingresso per accedere al corso di approfondimento è molto rigida, proprio per evitare che si crei quel tipo di abusivismo di cui parlavo prima.

 

FC: A marzo 2018 si terrà la nuova edizione del Festival PSPF che si occuperà del tema della PELLE. Ci racconti come è cambiato il Festival in questi anni e come sono cambiate le mostre che ospiti?

AT: II PSPF (Perugia Social Photo Fest) in queste cinque anni è notevolmente cambiato. Dalla primissima edizione, del 2012, che prevedeva due manifestazioni nello stesso anno, in primavera a Piombino con la direzione artistica di Sabine Korth, e in autunno a Perugia, il PSPF si è profondamente trasformato, diventando un concreto punto di riferimento, unico a livello europeo, per la fotografia sociale e la fotografia nelle relazioni d’aiuto. Già nella prima edizione ho voluto imporre al festival una direzione molto più incentrata sulla fotografia terapeutica, ampliando questa sezione non solo nella parte prettamente espositiva, ma anche con l’organizzazione della conferenza “Experiencing photography” invitando a Perugia i massimi esponenti mondiali in questo ambito. La conferenza nel tempo è diventata un appuntamento attesissimo e molto seguito, luogo di incontro e confronto tra i professionisti del settore. Il PSPF è cresciuto nel tempo, partendo dall’individuazione di un tema specifico per ogni edizione. La scelta del tema mi permette di tracciare una cornice di riferimento entro la quale costruire sia la parte espositiva che la parte più prettamente didattica. Sicuramente già dall’edizione passata il festival ha segnando una separazione ben precisa tra la fotografia sociale (e ad azione sociale) e la fotografia terapeutica. Quest’ultima non nasce necessariamente come prodotto espositivo, anzi non lo è quasi mai e, in tal senso, quest’area sarà sviluppata grazie all’ampliamento della parte di condivisione (conferenze, panel, presentazione di libri, ecc) e della parte di formazione del pubblico (workshops, laboratori dimostrativi). È mia intenzione trasformare ogni anno il festival, aggiungendo delle novità, ampliando delle aree, e anche eliminandone altre. Con l’edizione 2016 il festival è diventato biennale, condizione necessaria sia per le difficoltà nel reperimento dei fondi, ma sicuramente condizione essenziale per promuovere, nell’anno off e non solo, tutta una serie di progettualità e collaborazioni che contraddistinguono il PSPF. All’interno del festival, infatti, in questi anni, ho promosso una serie di importanti progetti al fine di avere una ricaduta sul territorio (che per me non è solo l’Umbria). Mi riferisco ad esempio al progetto “Cosmorama – paesaggi da un mondo plurale” che ha coinvolto 4 città italiane (Perugia, Vignola, Pesaro e Catania) nella realizzazione di un progetto di fotografia partecipata e rivolto a 4 tipi di utenza differente. Cosmorama non è stato presentato solo a Perugia ma ha girato in tutte le città partner ed anche in altri contesti nazionali. Per noi questa è stata l’occasione per diffondere l’uso sociale della fotografia. Oppure il progetto “Togetherstronger” a sostegno delle popolazioni del centro Italia colpite dal terremoto del 24 agosto 2016, che ha coinvolto 80 fotografi, due città Perugia e Palermo (con la preziosa collaborazione dell’associazione Eglise), e che ha permesso di raccogliere dei fondi che abbiamo totalmente devoluto all’associazione onlus La Strada di Rieti, destinati ad una serie di attività a favore dei bambini e degli adolescenti dei territori colpiti. A riprova del nostro impegno e della mia testardaggine, il PSPF ha ottenuto anche quest’anno (la prima volta nel 2015) la EFFE Label (Europe for Festivals, Festivals for Europe); Riconoscimento assegnato dalla giuria internazionale della EFA (European Festival Association) che ci proietta nel panorama europeo. Tale riconoscimento importante ci è stato assegnato con una straordinaria motivazione: Festival of interesting artistic and cultural values with a good international profile. Le mostre del 

PSPF? diciamo che cerchiamo di scegliere le mostre che rispondano alla mission del PSPF, al tema del festival, ma sicuramente il nostro obiettivo è fare in modo che il visitatore esca con una serie di riflessioni, di stimoli, di pensieri. Per assolvere a questo compito spesso compio delle scelte espositive che escono da quello che è il panorama dei festival italiani. Credo che sia necessaria una dose di coraggio in più: il pubblico ha bisogno di uscire da un immaginario già visto e rivisto, il pubblico ha bisogno di vedere nuove prospettive. Questa è la mia idea!!

 

FC: A Perugia, hai creato, assieme ad un nutrito staff di professionisti, il NetFo: il primo Network Italiano di Fototerapia, Fotografia Terapeutica, Fotografia ad azione Sociale che ha lo scopo di creare un gruppo di incontro e riferimento per l’utilizzo della fotografia come strumento sociale e terapeutico, grazie all’integrazione delle differenti professionalità e competenze che caratterizzano i membri fondatori. Come sta andando questa esperienza?

 AT: L’esperienza di NetFo è stata la naturale evoluzione degli incontri professionali e umani maturati in questi anni all’interno del festival. Fanno parte di NetFo: Francesca Belgiojoso, psicoterapeuta dello Studio ArteCrescita di Milano, riferimento Italiano per la formazione in PhotoTherapy Tecniques e Photolangage, collagista artista. Chiara Digrandi, psicologa, arteterapeuta, facilitatrice del metodo “The Self-Potrait Experience” di Cristina Nunez, coordinatrice di vari progetti di fotografia terapeutica in ambito sociale e clinico, membro del collettivo spagnolo “Cine sin Autor”. Floriana Di Giorgio, psicologa, psicoterapeuta. Creatrice e curatrice del blog Fotografia e Psicologia, esperta nell’uso della fotografia in ambito clinico. Barbara Pasquariello, educatrice, fotografa, coordinatrice in progetti e laboratori di fotografia sociale e terapeutica, formatrice certifica del Metodo Caviardage di Tina Festa. Giancarla Uguccioni, fotografa, arteterapeuta, curatrice e coordinatrice di vari progetti di fotografia terapeutica in ambito sociale, formatrice certifica del Metodo Caviardage di Tina Festa. L’esperienza è assolutamente positiva, siamo un gruppo dove le nostre differenze di formazione e professionali si integrano in maniera perfetta. A volte mi sembra che eravamo destinati ad incontrarci. La realtà di Netfo è nata a fine 2014: fu infatti presentato in quell’edizione del festival e, in così poco tempo, siamo diventati un gruppo estremamente produttivo. Non è affatto facile il coordinamento del tutto, poiché proveniamo da tutta Italia (Chiara Digrandi, ad esempio, vive anche in Spagna), ma vista la nostra motivazione siamo riusciti a promuovere diverse iniziative di formazione in Italia e in Europa. Abbiamo organizzato il corso intensivo residenziale del 2015 e messo in piedi il corso annuale di approfondimento che ha preso avvio quest’anno. All’orizzonte abbiamo altri importanti obiettivi. Posso solo accennarti che siamo riusciti a coinvolgere le Istituzioni Pubbliche in un progetto davvero innovativo per il territorio italiano e non aggiungo altro!

 

FC: Oggi, alla luce di tutte queste esperienze che ti riguardano, sia come direttore del festival che come coordinatore di tanti progetti ti chiedo: è cambiato il tuo modo di fare fotografia e di guardare alla fotografia?

 AT: È cambiato in modo radicale. Per me ora la fotografia ha davvero acquisito un significato molto più profondo e vedo la potenzialità di un mezzo come strumento al servizio dell’altro. Uno strumento tramite il quale posso incontrare me stesso nell’incontro con l’altro. Una porta d’accesso privilegiata di umanità. Sinceramente non tornerei mai indietro, non tornerei a fare fotografia come la facevo un tempo. Mi sembra un vita fa.

 

FC: Tu sei arrivato a questo mondo partendo dalla tua professione di fotografo: ci racconti i passaggi che hai fatto tra questi due mondi?

AT: Come fotografo mi sono sempre interessato al ritratto: a quella relazione con l’altro da me, che sfociava in un’immagine. Ho lavorato molto nel mondo della fotografia: ho fatto lo stampatore in bianco e nero in uno dei tre più grossi centri di stampa a Milano, l’assistente ad una fotografa di moda a Manchester e ho lavorato, negli ultimi anni, come contributor per la Getty Images di Seattle. Tutto questo è accaduto, prima dell’arrivo del digitale che, come sappiamo ha rivoluzionato in modo drastico il mondo della fotografia. Sia chiaro il fatto che io non demonizzo la fotografia digitale. Per una serie di coincidenze lavorative e personali, mi sono trovato, tempo fa, in un momento in cui misi profondamente in crisi il senso della fotografia e di conseguenza il mio lavoro in questo ambito. Sempre in quel periodo ebbi la fortuna di incontrare Ascanio Celestini che stava lavorando alla strutturazione dello spettacolo “La pecora nera”, incentrato sul mondo del manicomio elettrico. In quel periodo Celestini stava raccogliendo diverse testimonianze di chi aveva vissuto il manicomio, sia operatori che pazienti. Entrai in contatto, per la prima volta, con il mondo della salute mentale, prendendo parte ad un esperienza di teatro terapia e quella fu per me davvero un momento illuminante. Scoprii che dietro lo stigma della malattia mentale c’erano mondi interi da studiare e mi venne l’idea di utilizzare la fotografia come strumento terapeutico. Questo è un racconto di circa 10 anni fa, quando su Google, digitando la parola fototerapia, compariva solo link di siti che parlavano del metodo della cura di malattie cutanee attraverso radiazioni luminose. Capii immediatamente che la fotografia, applicata alla relazione d’aiuto, era il mio ambito,la mia missione. Decisi di farmi una formazione personale leggendo tutto il materiale che potevo trovare, in libreria, on line e iniziai un percorso, durato circa un anno, in cui esponevo la mia idea a psicologi, psicoterapeuti, antropologici, ecc. Cercavo di capire se ci fossero state altre esperienze e soprattutto comprendere i punti deboli e i punti di forza dell’applicazione della fotografia nell’ambito della salute mentale. Importante fu l’incontro con l’antropologo Tullio Seppilli della fondazione di Antropologia Medica “Angelo Celli” di Perugia, che mi dette i giusti stimoli per vedere il tutto da altri punti di vista e per iniziare il mio processo di formazione. Dopo una prima esperienza di laboratorio con gli utenti di una cooperativa sociale di Perugia, capii che era giunto il momento di fare una formazione specifica, una formazione che potesse darmi gli strumenti per dialogare con il materiale umano che avevo visto emergere durante le attività laboratoriali. Compresi che non ci si poteva improvvisare, che la responsabilità era altissima e che la formazione era assolutamente fondamentale e necessaria. Sono diventato arte terapeuta alla Cittadella di Assisi, attraverso un percorso di tre anni: un momento molto arricchente da un punto di vista professionale e umano. Parallelamente ho ideato e realizzato un progetto europeo incentrato proprio sull’uso sociale ed educativo dell’arte e così sono arrivato alla definizione del Festival: molto in breve questi sono stati i passaggi della mia trasformazione, che sinceramente sento ancora in atto.

 

FC: Le parole: cura, malattia e guarigione in che modo le associ al mondo della fotografia terapeutica e della fototerapia?

AT: Siamo abituati a pensare alla terapia come al trattamento di una malattia secondo uno standard medico scientifico. La parola terapia significa avere cura, quindi è quell’agire che non cura ma ha cura, che non guarisce ma che aiuta. Forse questo è il punto di vista con cui dobbiamo pensare alla fototerapia e alla fotografia terapeutica: quell’atto in cui l’immagine diventa palcoscenico del proprio malessere, quell’agire in cui il fotografo esce da sé e crea un collegamento con il suo mondo interiore e utilizza poi l’esterno per elaborare i propri vissuti, le proprie emozioni. In questo senso è come se la fotografia fosse un “acting-out” attraverso il quale si riproducono delle idee inconsce in azioni. Con la pellicola si parlava di “immagine latente” che solo grazie all’azione del processo di sviluppo e poi di stampa si arrivava al prodotto finale, la fotografia. In un certo senso mi sembra che il processo sia lo stesso. L’immagine latente è la malattia, lo sviluppo il processo trasformativo, l’immagine il prendersi cura.

Mi vengono in mente le parole di Carlo Riggi: “la fotografia può essere un modo per ricordare, ma anche per dimenticare, la sua valenza terapeutica consiste anche nell’aiutare a liberarci, elaborandolo, del dato grezzo che incombe e ci ingolfa, o da angosce senza nome che ci tormentano con la loro immanente visibilità. La fotografia serve a far vedere quel che non si vede, a far esistere quel che non c’è, a rendere conoscibile l’inconoscibile. Quando l’invisibile si è fatto visibile, in quel preciso istante un pezzo di mondo è morto ed è rinato altrove. E’ lì che dobbiamo puntare il nostro obiettivo fotografico se vogliamo scoprire qualcosa di noi”.

 

FC: Cosa ti fa emozionare di più del tuo lavoro? Ci racconti un episodio che ti è rimasto nel cuore?

 

AT: A volte mi chiedo perché continuo a fare questo lavoro, a gestire il festival nonostante le innumerevoli problematiche. La risposta è sempre la stessa ed è la profonda consapevolezza che quello che sto facendo, da solo o in team, ha conseguenze positive su moltissimi. In un mondo sempre più individualista, dove l’altro è colui che invade il mio mondo, la mia confort zone, in un mondo sempre più improntato sull’uso e l’abuso dell’immagine e dell’immaginario, credo che usare l’immagine per “prendersi cura” dell’altro sia assolutamente necessario e fondamentale, per ristabilire un contatto profondo. Sono proprio i momenti che vivo in continuazione nel contatto con gli utenti, con le loro storie, le loro umanità che mi danno la forza per proseguire. Di questi momenti ce ne sono davvero molti e hanno tutti un posto speciale nel mio cuore. In particolar modo, voglio condividere l’esperienza di C., una donna con un vissuto familiare e personale molto importante e che da moltissimi anni vive in una casa famiglia cercando di ritrovare un proprio equilibrio emotivo e sociale. C. ha preso parte a vari progetti di fotografia terapeutica. In uno di questi progetti, l’intero gruppo l’aveva eletta a porta voce dell’esperienza in varie tavole rotonde a Perugia e a Bologna, alla facoltà di psicologia dell’arte. La prima volta che C. ha parlato in pubblico ha letto il suo breve intervento che era scritto in un’agenda che portava sempre con se. Le sue parole erano scritte con una calligrafia minuscola, tremolante e occupavano lo spazio rimanente di pagine già piene di segni, parole, pensieri. La sua voce le tremava e più di una volta perdeva il senso del discorso perché non ritrovava l’ordine delle parole nel caos di segni delle pagine. Durante l’incontro a Bologna C. ci sorprese tutti, nel momento in cui tirò fuori un blocco dove l’intero discorso era ritrascritto in modo ordinato e preciso. Durante l’incontro più di una volta si relazionò con il pubblico dimostrando sicurezza e capacità oratoria. Dopo qualche tempo ebbi il piacere di incontrare la sua terapeuta che aveva in cura C. da più di 20 anni, la quale mi disse, con visibile commozione, che il lavoro fatto con C. attraverso le immagini, era stato più potente di qualsiasi altro approccio e che ora C. rispondeva alle terapie in modo più efficace, dimostrando maggiore sicurezza nelle sue capacità. Ecco questo è stato un momento per me davvero di grande emozione, aver scoperto che attraverso la fotografia qualcosa si era modificato, si era trasformato e che tante persone, non solo C., ne avrebbero potuto trarre beneficio. La fotografia ha questo immenso potere di riavviare quell’ “esserci” reciproco che è il presupposto dell’esistere come persone umane.

 

FC: A chi ci legge e si occupa di fotografia, cosa altro potremmo dirgli per farlo appassionare alla fotografia terapeutica?

AT: Se sono sopravvissuti alle mie risposte, direi che vivere l’esperienza del festival può essere un’ottima occasione per incontrare questo affascinante mondo della fotografia come terapia.

© Alec Dawson
© Ana Esteban
© Anna Fabroni
© Myriam Meloni

Antonello Turchetti

Arteterapeuta, fotografo professionista, ideatore e direttore artistico del Perugia Social Photo Fest, il primo festival internazionale dedicato alla fotografia terapeutica e sociale.
Co-fondatore di NetFo il primo Network Italiano di Fototerapia, Fotografia Terapeutica e Fotografia Sociale. Responsabile artistico e scientifico del progetto E.T.R.A.-Education Through Rehabilitative Art-photo. Progetto finanziato dalla Commissione Europea, programma Lifelong Learning Programme (LLP), programma settoriale Grundtvig.
Ha realizzato diversi progetti di fotografia terapeutica e di fotografia partecipata in ambito sociale. È stato contributor per la Getty Images di Seattle. Ha esposto in diverse collettive e personali in Italia e all’estero. Le sue fotografie sono state pubblicate su diverse testate nazionali e internazionali.

Di seguito un elenco di siti da consultare riguardo alle iniziative raccontate da Antonello Turchetti in questa intervista.

info@federicacerami.it

Mi chiamo Federica Cerami, vivo a Napoli e mi occupo di fotografia e di arteterapia. Mi sono laureata in Architettura a Venezia con una tesi su “Il ruolo della fotografia nella lettura del territorio urbano”. Ho conseguito un diploma in Arteterapia scegliendo di specializzare i miei studi nella Fotografia Terapeutica. Insegno critica fotografica ad utenze diversificate, curo mostre di fotografia, organizzo eventi fotografici e conduco laboratori di arteterapia. Guardo alla fotografia cercando sempre di conoscere il“mondo”dell’autore; mi interessa l’aspetto comunicativo della fotografia, perché è l’elemento fondante del processo fotografico che va ben oltre le questioni tecniche. Mi piace pensare che la fotografia lasci una impronta, un segno quasi indelebile che parla del suo autore ma al tempo stesso parla anche del suo spettatore. Le fotografie raccontano storie di vita e costruiscono ponti tra le persone.

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