Thursday, September 19, 2019
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Oliviero Toscani: il vento dirompente di un grande creativo.

Il resoconto di un incontro con il grande fotografo italiano che ha lasciato il segno tra riflessioni, aneddoti, e una profonda passione per la sua professione

Il 10 giugno a Napoli, nella sala 1 del Multicinema Mordenissimo Oliviero Toscani ha incontrato il pubblico in un interessante dibattito nell’ambito delle Giornate per la Comunicazione Visiva organizzate da Ilas, Istituto Superiore di Comunicazione.

 

Figlio di un Fotografo del corriere, con una sorella anch’essa fotografa e una famiglia praticamente votata all’arte, è oggi una delle figure più significative della fotografia italiana nel mondo. Per sua stessa ammissione restio alla celebrazione (e men che meno all’auto-celebrazione) ammette di aver ceduto per la prima volta in 50 anni di carriera alla richiesta di pubblicare un libro che ne raccogliesse l’immenso lavoro e le testimonianze più significative, nel bene e nel male, sul suo operato.

 

Ripensando all’incontro con Oliviero Toscani, mi rendo conto che il primo pensiero che mi appare nitido è che il Maestro è figlio degli anni 60. In effetti è lui stesso che lo ribadisce in più di una occasione nel corso dell’incontro e, forse per evitare che qualcuno potesse ritenerlo ripetitivo, lo fa modificando ogni volta l’espressione con parole diverse.

 

Ma è un fatto indiscutibile che Toscani sia un figlio degli anni della contestazione: non è questione di semplice definizione ma di un atteggiamento, un sentimento che anima ogni pensiero, ogni risposta, ogni gesto.

 

Il bello di questo incontro arriva infatti tutto alla fine: quando iniziano le domande è come se si alzasse un vento, un vortice in una tempesta in cui passione, energia, rabbia, cuore, tutto insieme si scatenano all’improvviso e ogni nuova questione è un incalzare di parole dense di significato che basterebbero ad aprire almeno altre dieci nuove discussioni, e così fino alla fine, ma solo perchè il tempo è ormai esaurito.

 

Oliviero Toscani non la manda certo a dire. Ogni domanda subisce lo stesso trattamento: ascolta, ma è quasi come se in quei pochi secondi di silenzio che precedono la sua risposta quella domanda l’avesse ingoiata e poi digerita, e mentre invariabilmente ti sta già rispondendo: “Cosa vuol dire questo…?” capisci che ha già in testa almeno una dozzina di concetti pronti per fare a pezzi quel tuo pensiero e nessuna intenzione di tralasciarne nessuno senza aver provato a dartene almeno un piccolo assaggio.

 

Se non fosse per lo spessore notevole dei contenuti nascosti dietro le sue parole, potresti pensare di stare avendo a che fare semplicemente con un uomo che non ama essere contraddetto.

 

In realtà nel suo personale e dirompente modo di condurre il dibattito c’è tutta la potenza di un maestro con l’attitudine all’insegnamento, cioè di un grande artista di bottega pronto a svelare i propri segreti solo a chi si mostrerà all’altezza di sostenere il gravoso compito di essere suo discepolo.

 

Perchè la fotografia la sanno maneggiare tutti, ormai, ognuno sa prendere una macchina fotografica e scattare una foto e allora la differenza la fa il modo in cui ti servi della fotografia per raccontare una storia, un’idea, un pensiero. Per essere ascoltati, dice, bisogna raccontare qualcosa: la fotografia non è che uno strumento, uno dei tanti al pari di una matita, di un pennello, di un computer, la scintilla che può provocare una reazione devi mettercela tu, con la tua originalità, con il tuo personale modo di vedere la vita e il mondo. Il fotografo può scattare belle fotografie oppure può essere autore. Ci sono centinaia di migliaia di fotografi bravi e pochi, pochissimi autori.

 

La provocazione, quella tanto evocata nei commenti alle sue migliori fotografie, non è altro che la giusta reazione ad uno stimolo, uno scatto fotografico, e dunque non ha alcuna accezione negativa. Riuscire a provocare una reazione è anzi il minimo che ci si possa aspettare da chi aspira a seguirlo per entrare nel solco lasciato aperto dal suo lavoro, e questo implica avere il coraggio di confrontarsi con situazioni a volte scomode, anche scioccanti. È così che nascono i migliori scatti.

 

Non esistono fotografie scioccanti, ma fotografie che raccontano storie scioccanti, talmente forti da bucare la tela del tempo e restare impresse per sempre nella memoria collettiva come moderna opera d’arte. Perchè la modernità, per puro paradosso, è una condizione al di fuori del tempo: si può restare moderni per secoli per aver saputo cogliere quell’intuizione, sfruttare quel piccolo elemento per il quale guardandolo comprendi che senza, sarebbe stato un quadro come un altro, uno scatto come un altro; così intimamente connesso con l’animo dell’autore da risultare unico, ineguagliabile e quindi originale. “Per favore, siate autori prima che fotografi”. Questa frase che pronunciata all’inizio sembrava solo una provocazione adesso ha tutto un altro significato.

La gallery dell'evento

falasconi@ilas.com

Il primo ricordo di un regalo di compleanno è la scatola di colori a tempera ricevuta da mia zia. Chiaramente destinato ad una carriera che contemplasse il disegno e la grafica, dopo gli studi artistici e una specializzazione in Art Direction e Grafica Pubblicitaria sono entrato in ILAS in cui ho ricoperto diversi incarichi fino a diventare Art Director Senior. Appassionato di arte, cucina, fotografia e curioso viaggiatore ho già visitato letteralmente mezzo mondo e, sull’altra metà, ho le idee piuttosto chiare sul programma.

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